In questo video, Elias Artista guida il viandante in un percorso attraverso i frammenti di Filolao, primo tra i Pitagorici. La riflessione si concentra sulle difficoltà della traduzione, sul rapporto tra Limite e Illimite, sulla natura dello spazio mentale e sulla trasformazione logica necessaria per comprendere concetti che trascendono la percezione immediata. Dalla critica di Quine all’atteggiamento di Carnap, dal richiamo alla Storia fino all’invito platonico a cercare una “vera e propria mappa”, il viaggio mostra come la filosofia antica interroghi ancora oggi la nostra coscienza.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Benvenuto, viandante. Io sono l'avatar digitale di Elias Artista, e assieme alla mia controparte materica ti guideremo in un viaggio all'interno dell'Archilogon. Prima che la Filosofia si facesse storia, e 600 anni prima che Diogene Laerzio ne raccogliesse nomi e aneddoti, Filolao di Crotone, «primo fra i Pitagorici», affidava alla scrittura un trattato Sulla Natura, il cui incipit suona pressappoco così: la Natura è stata armonizzata nel Cosmo dall'Illimite e dal Limite, sia nella totalità, sia in ciascuna delle sue parti. Diogene non possiede il libro di Filolao, perduto da secoli, per cui attinge da un certo Demetrio di Magnesia, autore de Gli Omonimi, una raccolta di informazioni biografiche su vari personaggi storici. Nel citare Demetrio, è impossibile dire se Diogene riporti parola per parola o interpreti, colmando eventuali lacune di significato.

    Supponendo, con un certo ottimismo, la corrispondenza tra la citazione e il passo originale, proviamo a penetrare, fin dove è possibile, il senso di ciò che Filolao intendeva affidare alla posterità. Nell'attraversare luoghi, epoche, lingue, culture e coscienze diverse, un messaggio non arriva mai intatto, ma attraversa dei filtri, non ultimo quello della nostra comprensione. E non è raro che lungo i passaggi della catena, uno degli interpreti guasti o corrompa, in buona fede, l'intenzione originale, proprio come nel gioco infantile del telefono senza fili. Solo il mittente sarebbe titolato a confermare o smentire la nostra traduzione. Scomparso lui, ogni tentativo è destinato a dirci molto di più sull'interprete che sull'interpretato, e non c'è modo di sfuggire a questo fatto. A imporsi alla storia è allora, in forza di necessità, la versione che appare più credibile a un consesso di profondi studiosi della materia. Nuove versioni possono sostituirsi alle antiche, perché la Storiografia è una sequenza di paradigmi interpretativi suscettibili di ridefinizione.

    Il nostro io di trent'anni fa, memore del circolo ermeneutico, affermerebbe con una certa sicurezza che la corretta comprensione del passo dipende dal pensiero complessivo dell'autore, dal contesto da cui è stato tratto, dal momento storico in cui è stato scritto, dalla cultura di chi traduce e da quella di chi legge. La risposta è corretta, ma non esaustiva. Per trasporre un concetto in un'epoca, in una cultura e in una lingua diversa — ammesso, beninteso, che il nuovo sistema di segni possieda dei termini che lo rivestano in modo adeguato — il traduttore dovrebbe non solo conoscere le condizioni in cui lo scritto ha preso vita, ma dovrebbe aver realmente compreso ciò che il filosofo ha messo una vita a elaborare, cosa che non è affatto scontata, specie se la visione di quel filosofo punta a stimolare nei suoi interlocutori un cambio di paradigma, come nel caso di Pitagora.

    Con quali strumenti, dunque, possiamo sperare di interpretare e tradurre in modo corretto il passo di Filolao? Il filosofo Quine nega che possa esistere una traduzione univoca tra lingue diverse, perché il significato è intrinsecamente legato alla rete di connessioni interna a una specifica lingua, e questo rende fragile l'idea di una perfetta corrispondenza tra significati. Se questo limite vale per le culture, all'ennesima potenza vale per i singoli individui. La prospettiva da cui ciascuno osserva il mondo conferisce un significato particolare a termini astratti come natura, cosmo, limite, illimite, ed è difficile trovare due persone che associno a uno stesso termine il medesimo concetto, perché all'interno della rete globale di connessioni che strutturano lo spazio della nostra coscienza il significato dipende dall'intreccio di relazioni di cui il concetto è parte, e questo intreccio è il prodotto unico di fattori contingenti: esperienze di vita e percorsi di istruzione.

    Nel caso di Filolao, Carl Huffman traduce il termine Cosmo col generico «disposizione del mondo» (world order). Noi abbiamo lasciato il termine originale con l'iniziale maiuscola, a indicare un oggetto preciso, e abbiamo scritto un trattato di mille pagine per spiegare i motivi di questa scelta all'apparenza così insignificante. La traduzione è un processo estremamente delicato, perché richiede la consonanza tra la struttura mentale dell'autore e quella del traduttore.

    Se all'interno della nostra coscienza la rete di connessioni tra i concetti che abbiamo elaborato nel corso del tempo sedimenta una struttura, e se i singoli concetti traggono il loro significato in base alla collocazione di ciascuno nell'insieme di cui sono parte, allora la corretta interpretazione di un termine sarebbe vincolata alla corretta ricostruzione dello «spazio mentale» dello scrivente, colto nel momento del delicato passaggio dal concetto elaborato al segno scelto per comunicarlo. Ecco allora che il problema, da filologico, diventa psicologico. Conoscere la conformazione dello spazio mentale del mittente sarebbe cruciale per comprendere il senso del messaggio e quindi proporre una traduzione corretta. Nel caso di un autore prolifico, questa ricostruzione è possibile in base all'analisi di incroci e ricorrenze testuali; ma nel caso di frammenti filtrati da coscienze distanti nel tempo e nello spazio, si tratta di un azzardo.

    La domanda preliminare che andrebbe dunque posta al traduttore è: «al momento della traslazione da concetto a segno, qual era la struttura dello spazio mentale di Filolao?» Siamo in grado di ricostruire la forma e l'ampiezza della sua rete di connessioni? Siamo in grado di comprendere la relazione formale che esisteva nello spazio concettuale di Filolao, tra il concetto di Limite e il concetto di Illimite? Siamo in grado, in breve, di ricostruire la sua logica?

    Filolao, il «primo tra i Pitagorici», appartiene a una corrente di pensiero che non gode oggi di grande reputazione. La modernità rievoca con un sorriso molte delle idee che in passato godevano del crisma di «scientifiche», come quelle del pitagorico Eurito, che — si dice — interpretasse la realtà componendo figure con i sassolini. Non sappiamo se il povero Eurito sarebbe fiero d'essere passato alla storia con questa nomea o citerebbe in giudizio i moderni. Purtroppo la tradizione ci ha lasciato solo la sentenza e non gli atti del processo; ma se alcune teorie hanno scarse possibilità di sottrarsi alla condanna dei posteri, altre invece non andrebbero dismesse senza aver prima tentato di aggirare i filtri che ce le hanno trasmesse nella forma che conosciamo.

    In caso di dubbi, Benjamin Farrington propende per l'assoluzione e ci invita a calarci nelle circostanze storiche in cui alcune idee hanno preso vita: «La storia è una disciplina fondamentale, poiché non c'è conoscenza umana che non possa perdere il suo carattere scientifico quando gli uomini dimenticano le condizioni in cui ha avuto origine, le domande a cui ha risposto e la funzione per cui è stata creata. Gran parte del misticismo e della superstizione degli uomini colti consiste in un sapere sciolto dai suoi ormeggi storici». Riflessione straordinaria. Tuttavia, in certi casi, nemmeno la storia può venirci in soccorso, perché alcuni messaggi erano scarsamente compresi anche all'epoca della loro divulgazione, e il messaggio frainteso ab origine fonda sull'errore primigenio tradizioni interpretative che conducono, per secoli, su binari morti.

    Il fatto d'essere moderni, poi, non garantisce posizioni di vantaggio, perché non esiste una procedura universale di comprensione. Qui non si tratta di una questione quantitativa e sociale — ad esempio sapere di più o avvalerci dell'enorme progresso delle discipline o di metodi più scaltri. Qui è in gioco invece la natura dell'interprete, perché un certo tipo di conoscenza può essere assimilata solo dopo aver affrontato una ristrutturazione di quello spazio mentale a cui accennavamo poc'anzi. Perché ciò che ci permette di comprendere è proprio il modo in cui i concetti si correlano nello spazio della nostra coscienza. Per accogliere nuove idee, nel numero e nella forma, occorrerebbe ristrutturare tale spazio come si fa con un'abitazione, buttando giù vecchi muri per erigerne di nuovi.

    Ciò che occorre, in sintesi, è una trasformazione logica individuale, che può avvenire, ad esempio, quando un aspirante dedica, a colui che elegge come guida, tutto il proprio tempo e tutti i propri sforzi, laddove uno studio superficiale si rivelerebbe un mero accumulo di nozioni. La differenza è profonda. Se un insegnante trasferisce nozioni dalla propria struttura mentale a quella dell'allievo — che suppone ricettiva e pronta a incamerare — un maestro piega e rimodella l'architettura logica dell'allievo per accogliere ed ospitare ciò che un attimo prima rigetterebbe. Il maestro, in sostanza, prima di un trasferimento di idee che sa essere fuori dall'ordinario, si assicura che l'architettura logica dell'aspirante sia conformata in modo appropriato. Con la tua collaborazione attiva, nel corso del nostro viaggio, mostreremo come ciò sia possibile.

    Affrontare per la prima volta un passo come quello di Filolao è come mettere piede in un luogo alieno. Lo spaesamento ci racconta di come il senso di una frase non risieda solo nella correttezza formale della proposizione, nell'attribuzione di un significato all'apparenza palese e condiviso, o nella conoscenza del contesto. Questo non è sufficiente, perché ciò che produce comprensione dipende dall'ampiezza e dalla forma dello spazio mentale di chi invia il messaggio, e dall'ampiezza e dalla forma di colui che lo riceve.

    Ad esempio, nel dialogo fra uno scienziato e un filosofo, non è infrequente che lo scienziato assuma i discorsi del filosofo come voli pindarici o balbettii senza senso. Questa, ad esempio, è la posizione di Rudolf Carnap quando afferma: «Una cosa posta per principio al di là dell'esperibile non potrebbe essere né detta, né pensata, né indagata». Fra il filosofo e lo scienziato, uno contempla un concetto di «realtà» più elastico ed esteso, l'altro più rigido e ristretto. Per alcuni, il mondo si ferma alle soglie di ciò che si può percepire. Il resto è uno straordinario parto della fantasia. Questa è la reputazione di cui gode la disciplina nota col nome di Metafisica, che parte della cultura moderna guarda con lo stesso distacco con cui si ammira uno splendido reperto archeologico che ha perduto per sempre la sua funzione d'uso.

    Quando non c'è consonanza di forme tra due universi mentali, comprendersi risulta difficile, anche quando le parole utilizzate sono di uso comune. Il termine logica, ad esempio, può evocare nello scienziato e nel filosofo due risposte diverse. Platone non si stanca mai di ripetere quanto manchevole possa risultare il linguaggio discorsivo. Per queste ed altre ragioni che questo racconto sta per esplorare, per orientarci nel nostro, e nell'universo mentale dei nostri interlocutori, invece di una grammatica o un vocabolario, noi avremmo bisogno di una vera e propria mappa. Al principio!

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica