In questo video, Elias Artista esplora la differenza fra Sapere ed Comprendere. Il primo è accumulo mnemonico di nozioni, utile alla società ma sterile per la coscienza; il secondo è ristrutturazione sistemica della mente, che trasforma i dati in un Cosmo ordinato. Dalla critica platonica dell’erudizione alla visione di Bruno, fino a Husserl, emerge che il pensiero umano è capace di comprensione perché la realtà stessa è intrinsecamente sistemica. Decidere se vedere il mondo come 'caos' o come 'cosmo' dipende dalla direzione consapevole del nostro sguardo.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Che comprendere e sapere siano concetti diversi è una verità che si apprende assai presto sui banchi di scuola, assieme all’arte della dissimulazione. Noi siamo capaci di prendere i singoli termini del passo di Filolao, come Limite e Illimite, e conservarli in uno dei comparti della nostra memoria, e ogni qualvolta si presenti l’occasione, possiamo recuperarli, e farne addirittura oggetto di insegnamento, se con “insegnamento” si intende il trasferimento di nozioni da una memoria all’altra. La cosa straordinaria è che siamo in grado di trasferire le nozioni apprese, e in modo brillante, anche senza aver realmente compreso ciò che abbiamo memorizzato. Questa attività di ritenzione in memoria è il sapere, e la sua pratica agonistica è l’erudizione. Tutto ciò è molto apprezzato a livello sociale, ed è alla base dello sviluppo collettivo. Tuttavia, a livello individuale, non produce evoluzione, in quanto funziona anche senza l’ausilio della coscienza, come una macchina che opera brillantemente senza cogliere la ratio delle sue istruzioni.

    Finché non passiamo dal sapere al comprendere, ogni concetto da noi memorizzato non è dissimile a un’etichetta da applicare agli oggetti per ritrovarli in caso di necessità. Uno studio compulsivo ne comporta l’accumulo, e se la nostra coscienza non dovesse ristrutturarsi per accogliere in un insieme organico le nozioni apprese, andremmo in giro a esibire i pezzi della nostra collezione con grande vanto, ma senza alcuna cognizione del loro valore, accontentandoci di suscitare nel prossimo l’apparenza di una vastissima cultura. Questo è l’atteggiamento a cui Platone irride, attraverso l’ironia di Socrate. Per le società moderne il trasferimento di nozioni è sufficiente; anzi, quanto più l’uomo sa e meno comprende, tanto più efficacemente svolge la sua funzione all’interno della macchina sociale, perché non rischia di incepparla sollevando inutili interrogativi.

    Nell’archivio della nostra memoria i concetti espressi da Filolao non mostrano correlazioni apparenti, ad esempio, con le teorie di Charles Darwin, e forse un erudito troverebbe improprio l’accostamento. Le due etichette hanno i loro specifici cassetti nello schedario: uno è archiviato come “filosofo”, l’altro come “scienziato”, ed è meglio non far confusione. Il sapere deve infatti ordinare le nozioni in modo diligente ed efficace, così da ritrovare ciò che serve al momento del bisogno, con rapidi tempi di risposta. La comprensione invece pretende da noi qualcosa di più profondo, e non tollera compartimenti stagni.

    Per comprendere occorre infatti che tutte le nozioni apprese vengano intese nello spazio della nostra coscienza come parti di un insieme dinamico. Mentre sapere significa stipare i dati in memoria in base a classi di proprietà, comprendere significa correlare quei dati in base a relazioni, collocandoli in una struttura in cui ogni singolo elemento è connesso, in modo diretto o indiretto, a tutti gli altri, tramite rapporti di inerenza, sequenzialità o analogia. Comprendere, in breve, significa fare del proprio universo mentale un “cosmo”, una struttura ordinata che rispecchi l’ordine del mondo, in cui ogni parte possiede un ruolo e una funzione, perché la realtà nella quale siamo immersi, e che interpretiamo a tentoni, in modo frammentario, attraverso la nostra percezione angusta e la fragilità del nostro linguaggio, è sistemica. Ogni singolo elemento elaborato dalla nostra mente è parte di una rappresentazione che chiamiamo “realtà”, ma le parti che compongono questo insieme sono così numerose e le loro relazioni così complesse, che ci sembra normale continuare ad accumulare concetti irrelati, depositandoli nel magazzino della memoria e finendo per dimenticarli.

    La Fisica, il cui scopo finale è la coordinazione universale dei fenomeni, insegue da sempre la Teoria del Tutto, una formula sintetica capace di correlare tra loro tutte le leggi del mondo fisico. Anche l’antica Filosofia aveva la stessa ambizione. Lo scopo supremo, così come suggerito dalla visione pitagorica e platonica, era quello di conformare il nostro universo mentale alla struttura stessa della realtà, o — se il termine non ci induce in soggezione — alla sua logica, come espresso a chiare lettere nella Repubblica di Platone: “Non credi che, inevitabilmente, noi ci conformiamo a ciò che apprezziamo grazie allo studio? È questa la ragione per cui il filosofo, studiando il Cosmo ideale, tende egli stesso a trasformarsi, nei limiti dell’umano, in un Cosmo ideale.”

    D’istinto, il nostro giovane io replicherebbe che interpretare la realtà come un “cosmo” è un’illusione proiettiva, indotta da una propensione tutta umana all’ordine. Ciò è forse vero, ma l’obiezione si fonda su un pregiudizio: ovvero che la nostra mente sia avulsa dalle condizioni imposte dalla realtà stessa a tutto ciò che esiste, e si comporti come un conquistatore in terra straniera, sfuggendo alle leggi che regolano i costumi locali per affermare le proprie con un atto di forza. Giordano Bruno porrebbe la questione in questi termini: se l’ordine è nell’uomo e non nella Natura, da dove proviene l’ordine, se è stata la Natura a generare l’uomo? Se l’uomo non è avulso dal mondo, le caratteristiche che eredita, di fatto, appartengono al mondo.

    L’ovvia conclusione è che l’uomo è capace di pensare in modo sistemico perché la forma del sistema è una possibilità contemplata dalla realtà, è un aspetto che le è intrinseco, e la storia ci insegna che quest’ordine sistemico si rivela pian piano grazie alle conquiste della Scienza. Scrive Husserl: la sistematicità propria della Scienza, naturalmente della Scienza vera ed autentica, non è una nostra invenzione, ma risiede nelle cose, e noi non facciamo altro che scoprirla e portarla alla luce. La Scienza vuole essere il mezzo per conquistare al nostro sapere il regno della verità, ma il regno della verità non è un caos disordinato: in esso domina l’unità della legge. Perciò anche la ricerca e l’esposizione delle verità devono essere sistematiche.

    Dunque, se “ordine” e “caos” convivono in noi come due possibilità altrettanto legittime, affermare recisamente che la realtà non è un “cosmo” significa coglierne, per scelta o necessità, solo un aspetto. La differenza allora è interamente riposta nella direzione verso cui, in piena coscienza, decidiamo di volgere il nostro sguardo. Al principio!

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica