In questo video, Elias Artista esplora la difficile relazione tra Scienza e Filosofia, mostrando come i due linguaggi possano divergere fino a generare incomprensioni feconde per la cultura ma non per la conoscenza oggettiva. Dal frammento di Eraclito citato da Kant alla riflessione di Gadamer, il racconto mette in luce il problema dell’oggettività, la deriva relativistica della Filosofia moderna e il rischio che la disciplina si riduca a letteratura o si concentri unicamente sulla decostruzione. Sullo sfondo emerge la domanda socratica che attraversa l’intero progetto: «In che modo conosce, l’uomo, ciò che conosce?»
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Immanuel Kant, Scritti Precritici, Laterza, Bari, 1982, p. 373.
- Plutarco, Tutti i Moralia, ed. E. Lelli e G. Pisani, Bompiani, Milano, 2017, 166c.
Letture integrative
- Ernst Cassirer, Storia della Filosofia Moderna, Vol. IV, Einaudi, Torino, 1958, p. 34.
- Friedrich Nietzsche, Al di là del Bene e del Male, Adelphi, Milano, 1977, 6.
Trascrizione del video
Lo scienziato e il filosofo possono, a volte, dialogare senza comprendersi, associando allo stesso termine significati diversi, condizionati dalla propria visione del mondo, dall’esperienza, dalla cultura di provenienza, dalla scuola, dalla lingua; e questa incomprensione è parte della ricchezza della nostra cultura. Se questa ricchezza è la materia che nutre l’Arte, dovessimo condensare in uno soltanto i compiti della Filosofia, allora la sua massima istanza dovrebbe risiedere nella costruzione di un piano universale di dialogo, perché lo scienziato e il filosofo condividono un’unica realtà, e questa tribolata condivisione li costringe a un eterno confronto dialettico.
Kant si appropria del pensiero di Eraclito quando dice: «Nella veglia, noi abbiamo un mondo comune, nel sogno ciascuno ha il suo mondo». Nel frammento di Eraclito citato da Plutarco e ripreso da Kant, compare il termine Cosmo, e i traduttori lo rendono con «mondo comune». Il senso della frase è però meno poetico e più specifico: il Cosmo è il «mondo oggettivo», colto dalla coscienza risvegliata, in antitesi alla rappresentazione soggettiva che chiunque, non iniziato alla sapienza e dunque «addormentato», può fantasiosamente elaborare.
Mentre l’Arte ci descrive in modo sublime i sogni, le rappresentazioni soggettive, la Filosofia che non si rassegna a «sapere» ma ambisce con una certa arroganza a «comprendere» dovrebbe aiutarci a capire come funziona il «mondo della veglia». Se la Scienza procede per errori ma con incrollabile tenacia nell’impresa di costruire una visione oggettiva del mondo, modellando per necessità un linguaggio formale condiviso, la filosofia moderna s’interroga dubbiosa sul concetto di oggettività e, nel frattempo, si rassegna a decostruire i «sogni», ravvisando in questo spostamento una conquista, un progresso storico.
Gadamer, ad esempio, sembra cedere le armi al relativismo quando afferma che l’interprete di un messaggio non può prescindere da se stesso e dalla concreta situazione nella quale si trova, invitandoci a prendere atto dei nostri pregiudizi in relazione a ciò che vogliamo interpretare, mantenendo salda la consapevolezza della distanza tra mittente e destinatario. Ma tale consapevolezza, ci domandiamo qui, è sufficiente? Non sarebbe come cercare di interpretare il sogno di un altro senza uscire dal proprio sogno?
Se ciò fosse vero anche per la Scienza, e non soltanto per la Filosofia, dall’inizio della rivoluzione scientifica questo presupposto ci avrebbe condotti all’accumulo di una mole di dati sperimentali tra loro irrelati, ottenuti con strumenti e linguaggi diversi, e le più grandi teorie della fisica non sarebbero mai apparse all’orizzonte della nostra cultura. Interpretare i sogni degli altri senza neppure simulare lo sforzo di collocarsi esternamente al proprio sogno è un esercizio accademico: invece di circostanziare il pensiero dell’autore interpretato, l’esegesi diventa a sua volta oggetto di esegesi, in un processo infinito in cui il «sapere» si accumula vertiginosamente a scapito della «comprensione».
Se a ciò si aggiungono le diverse mitologie filosofiche e il gergo associato a tali mitologie, il risultato è Babele. Invece di indagare il «mondo della veglia», la filosofia moderna moltiplica esponenzialmente i sogni.
Per via dello slittamento dall’oggettività alla soggettività, la Filosofia ha fatto un passo indietro che la rende ancella della Psicologia, accontentandosi di un ruolo marginale e surrogato; tanto che, per ritrovarne il sapore antico — quell’anelito universale, potente, ispiratore — chi ancora brama di «comprendere» deve rivolgersi alle opere divulgative della Fisica Teorica, decretando di fatto l’inutilità della Filosofia quale strumento d’indagine. Alla disciplina non rimane allora che ridursi ad affascinante argomento da salotto culturale: quando si tratta di parlare seriamente della realtà, fuori dal salotto i riflettori convergono sullo scienziato, non per arroganza dello scienziato, ma per la fragilità della mera opinione del filosofo.
Lungi dal rendere i suoi testi più affini alla matematica, il filosofo moderno s’affanna a rendere il suo pensiero più letterario, poetico, criptico, specialistico, barocco, elitario, alla disperata ricerca — dentro uno di questi aggettivi — di un valore originale che nobiliti una riflessione tanto raffinata quanto stanca. Gran parte della filosofia moderna è di fatto Letteratura, sebbene continui a fregiarsi di quel nome mutuato da Pitagora, padre illustre e ripudiato.
Nel contesto della filosofia contemporanea, a prendere occasionalmente il centro del palcoscenico è allora quel pensatore la cui sensibilità s’attaglia, per caso o per intenzione, al milieu della sua epoca, con contenuti modulati tastando il polso dell’uditorio, ubbidendo a vincoli di scuola o subordinando il pensiero a una particolare visione sociologica o politica. Tutto questo Platone lo riassume in un solo termine: Sofismo, la straordinaria arte di piegare la verità a fini particolari.
I risultati più significativi della filosofia moderna appartengono al campo della decostruzione, che è un esercizio piuttosto innocuo, come qualsiasi vero scettico può testimoniare. Ogni punto di vista soggettivo ci pone infatti nelle condizioni di decostruire un altro punto di vista soggettivo, con ragioni più che sufficienti. Aspirare all’oggettività comporta invece fatica e rischi, e ci mette a nudo: chi ha il coraggio, o l’incoscienza, di costruire una rappresentazione del «mondo della veglia» è costretto a esporre pubblicamente i miseri limiti del proprio universo mentale e le proprie lacune. I grandi sistematici sono oramai scomparsi, e quel modo di filosofare ambizioso, che anelava all’oggettività, quando non si è trasferito alla Scienza, è stato tacciato di mistificazione e «smascherato» da Nietzsche. Così, nella modernità, il tentativo di comprendere il «mondo della veglia» ha perduto molto del suo fascino.
Nel Novecento il «sogno» ha iniziato a reclamare a gran voce il suo valore e la sua irriducibilità. Di fatto, il secolo appena trascorso ci pone domande corrosive sull’intima missione della Filosofia.
Il racconto che presentiamo qui, nella sua scarsa aderenza a quelle problematiche moderne che ci lasciano indifferenti — così come «indifferenti» sono per ciascuno i sogni degli altri — dichiara un approccio alla conoscenza non già pre-moderno, ma «trans-moderno», e «filosofico» nel suo senso primigenio, ossia intimamente pitagorico e platonico.
Ma il nostro interlocutore smaliziato non si allarmi: lo scopo non è descrivere qui l’ennesimo mondo fantastico da siglare col nostro nome, com’è d’uso per i corpi celesti. Lo scopo è invece provare a rispondere all’innocua e terribile domanda di Socrate: «In che modo conosce, l’uomo, ciò che conosce?» Al Principio!