In questo video, Elias Artista approfondisce il concetto di Metafisica, restituendo la disciplina alle sue origini pitagoriche e platoniche, ossia, nel solco di Hegel, come "scienza logica". Viene denunciata la progressiva perdita del pensiero speculativo, da Aristotele fino a Kant, e richiamata la necessità di separare la Metafisica dalle sue ibridazioni con Empirismo, Teologia e Cristianesimo. Il racconto mostra come il linguaggio, pur accusato di insufficienza, possa diventare lo strumento privilegiato per risalire alle Forme archetipiche del Mondo Intelligibile. Attraverso l’Archilogon, il progetto è quello di costruire una mappa concettuale universale capace di ristabilire un dialogo comune fra Scienza e Filosofia.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Immanuel Kant, Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza, Bocca, Torino, 1913, p. 21 e 29.
- Georg W. F. Hegel, La Scienza della Logica, Vol. I, Laterza, Bari, 1925, Prefazione alla Prima Edizione.
- Alfred N. Whitehead, Processo e Realtà – Saggio di Cosmologia, Giunti/Bompiani, Firenze/Milano, p. 139.
Letture integrative
- Enrico Berti, Introduzione alla Metafisica, Utet/De Agostini, Torino/Novara, 2006.
- Achille Varzi, Metafisica – Classici Contemporanei, Laterza, Bari, 2008.
Trascrizione del video
Comprendere in modo corretto il linguaggio ci consente di comprendere in modo corretto l’oggetto della Metafisica. Le due dimensioni sono inestricabilmente connesse, perché la logica che informa il linguaggio riflette dei vincoli, dei nessi, la cui origine è sovrasensibile, nel senso per cui ogni legge fisica è sovrasensibile rispetto al fenomeno che ne è governato.
A prima vista l’affermazione potrebbe apparire paradossale, ma se non fosse sovrasensibile, ogni legge fisica potrebbe essere percepita direttamente nella sua essenza, quale che sia, invece di dover essere dedotta in base al comportamento dei fenomeni che modella.
Lo sforzo maggiore di questo racconto sarà teso a ricondurre il concetto di metafisica alle sue vere origini, e il primo passo sarà porre nuovamente in discussione il concetto di trascendenza.
Cosa si intenda esattamente col termine “metafisica” è oggetto di un dibattito infinito. Nei Prolegomena Kant dichiarava: «Una vera Metafisica non esiste ancora in nessuna forma». In effetti, della Metafisica di Pitagora, ai tempi di Kant, non erano rimaste che deboli tracce mal comprese, mediate dall’interpretazione fuorviante di Aristotele.
In questo racconto, noi restringeremo il termine “metafisica” all’ambito studiato dal Pitagorismo e dal Platonismo. In tale prospettiva, la Metafisica è la disciplina che indaga ciò che si ipotizza collocato oltre la sfera dei fenomeni, oltre il Mondo Sensibile. La Metafisica è, in sintesi, il progetto di ricostruzione, per via speculativa, di quella dimensione che gli antichi chiamavano Mondo Intelligibile.
È una dimensione di pure Forme, presupposta come “non-esistente”, ma, come si evince dall’aggettivo, ricostruibile dal pensiero. Trascureremo quindi buona parte di ciò che la Filosofia moderna intende col termine “Metafisica”.
Dal nostro punto di vista, infatti, non ha senso parlare di Metafisica Analitica, semplicemente perché non è possibile ibridare la Metafisica con qualsiasi forma di Empirismo. Cassirer lo definirebbe «un ferro di legno». Kant all’inizio adotta una posizione ristretta, per poi ampliarla, allo scopo di fondare una nuova Metafisica su basi scientifiche, tradendo così i presupposti della disciplina. Oggi pochi mettono in discussione l’ibridazione kantiana, ma noi qui seguiremo Pitagora e Platone.
La Metafisica non si occupa di ciò che è empirico, ma di ciò che lo trascende. Tutto ciò di cui si può fare esperienza rientra a buon diritto nell’ambito della Scienza, ambito che lo scienziato approccia nel modo più consono, senza attendere l’inutile sigillo del filosofo.
La riprova è che, nel concepire intelligenze artificiali dotate di straordinari sistemi sensoriali, la Scienza ha dimostrato di essere brillantemente in grado di comprendere e riprodurre i meccanismi percettivi umani, così come i processi astrattivi di ragionamento che da essi hanno origine.
Lo studio di ciò che è empirico non necessita perciò di alcun atto di speculazione — metodo che combina logica e immaginazione — che è lo strumento d’indagine proprio del filosofo. Per tutto ciò che riguarda il Mondo Sensibile, la Scienza è dunque l’autorità suprema, e noi non possiamo che inchinarci di fronte al duro lavoro dello scienziato.
La Metafisica indaga invece un ambito per il quale non c’è alcuno strumento tecnico che possa sostituirsi alla speculazione pura. Nel corso della storia, la Metafisica speculativa è andata incontro a un progressivo declino, e già due secoli fa Hegel lamentava il trattamento che la modernità le aveva riservato.
«Quella che prima si chiamava “Metafisica” è stata estirpata alla radice, ed è scomparsa fra le discipline… La scienza logica, che costituisce la vera e propria Metafisica, ossia la pura Filosofia speculativa, è stata sino ad oggi assai trascurata.»
Il nostro tentativo di riappropriazione e riqualificazione del termine, dell’ambito di pertinenza e dei suoi contenuti, si pone nel solco della visione hegeliana. Non solo la Metafisica andrebbe preservata da qualsiasi tentativo di ibridazione con l’Empirismo, ma andrebbe salvaguardata anche da altre tradizioni che per consuetudine le sono state ascritte, e che si sono nutrite di essa in modo parassitario.
Così ci siamo proposti qui di operare sull’immensa e controversa tradizione metafisica un’operazione di pulizia e semplificazione. È necessario, anzitutto, scindere la Metafisica dalla Teologia, espungendo da essa tutti i contenuti scritturali che ne hanno intorbidato l’aspetto formale, traslando al contempo tutti gli elementi mitologici del Paganesimo in termini di pura logica, da cui erano in origine scaturiti.
La seconda operazione è la scissione di Platone da Aristotele, intervento avvertito come necessario sin dai tempi antichi. Non cogliendo le Idee-Forme platoniche come forme di un diagramma, Aristotele le ha travisate, interpretandole come concetti astratti.
La terza operazione, ovvero la scissione di Platone dal Cristianesimo, è più impegnativa, perché ha radici profonde. Dal momento che la cultura occidentale è pregna di categorie cristiane, non sarà facile tenere distinti i due piani; dovremo scavare molto in profondità per riportare alla luce la nitidezza formale del pensiero idealistico greco, mutuato da quello medio-orientale.
Il nostro campo d’azione sarà in prevalenza il linguaggio, perché la Metafisica si rende esplicita nella logica del linguaggio; ed è proprio rivolgendosi al linguaggio che Platone, come in seguito farà Kant, indirizza la sua ricerca.
Ma la modernità ha sviluppato una profonda diffidenza nei confronti del linguaggio, diffidenza che si esprime sostanzialmente in tre accuse: insufficienza, ipersemplificazione e manipolazione. Vale a dire: insufficienza nel riflettere la complessità del reale; riduzione a poche e rozze categorie; costrizione dei parlanti all’interno di binari apparentemente oggettivi.
Martin Heidegger, ad esempio, accusa il linguaggio d’essere incapace di esprimere le inarrivabili profondità dell’essere. Questa perdita di fiducia è, a nostro avviso, il terreno di coltura del nichilismo, perché privare il linguaggio della sua oggettività significa far crollare l’unico ponte che ci connette al Mondo Intelligibile, precludendoci la comprensione del rapporto tra il Tutto e le sue Parti, e quindi, in definitiva, del senso non solo di ogni atto comunicativo umano, ma di un’ultima istanza della nostra stessa esistenza di esseri autocoscienti.
Progettare a tavolino un linguaggio alternativo non è la soluzione, perché è un gioco che può essere giocato solo in compagnia dei fedeli della propria chiesa. Sebbene Hegel — indiscusso campione d’oscurità — avesse affermato in modo piuttosto chiaro che «la Filosofia non necessita in generale di alcuna speciale terminologia», Alfred Whitehead, nel suo Processo e Realtà, scrive: «I filosofi non possono mai sperare di formulare definitivamente i principi primi metafisici…». Anche Whitehead, come Heidegger, ritiene il linguaggio profondamente inadeguato.
Tutti i limiti ascritti al linguaggio sono reali, ma dal punto di vista metafisico possono essere superati ancorando i concetti e i termini a una struttura logico-formale archetipica. Occorre tornare, grazie a un processo di anamnesi, alle Forme primarie. La mente, confermano le Scienze Cognitive, astrae a partire da forme molto semplici e genera concetti sempre più complessi come sviluppi metaforici di tali forme.
Se così non fosse, un bimbo non potrebbe mai iniziare il suo processo di apprendimento. Ed è proprio indagando sulle Forme archetipiche che strutturano la nostra mente che la dimensione metafisica si disvela. I Greci avevano dato a queste Forme dei nomi suggestivi, di cui si è perduto il senso: Monade, Diade, Triade, Tetrade.
Grazie all’arte maieutica di Socrate, Platone ci suggerisce come queste Forme possano riaffiorare al pensiero conscio, attraverso un percorso di demolizione progressiva di sovrastrutture assimilate attraverso l’istruzione, in un processo di scarnificazione teso all’eliminazione di tutto ciò che è superfluo. E in primo luogo, di tutto ciò che è empirico.
Il dominio della Metafisica non è un nuovo mondo da esplorare e colonizzare, ma è il luogo dove prende avvio la nostra conoscenza. Non è ciò che vediamo, ma ciò che ci consente di vedere. La Metafisica indaga le Forme archetipiche su cui si modella la Ragione umana.
Chiedere dunque soccorso a una lingua alternativa dimostra di non aver compreso l’intento della Metafisica. Non ci occorrono nuovi termini: la nostra lingua ne possiede già troppi. Occorre invece strutturare in modo corretto le relazioni logiche e analogiche, quelle che consentono allo scienziato e al filosofo di intendersi su un terreno comune.
Perché il Mondo Intelligibile non è un arabesco: è la sorgente di quelle Forme primarie che la nostra fantasia combina per creare arabeschi. È tutto ciò che riusciamo a ricordare al mattino, al risveglio, quando il resto del sogno è ormai svanito.
Se per gli antichi l’intento era analizzare il linguaggio per ritrovarvi le Forme del Mondo Intelligibile, e rendersi così più «accosti agli Dèi», il nostro fine è meno ambizioso, e la ricostruzione del Mondo Intelligibile che proporremo nel nostro viaggio ha lo scopo di costruire un ponte.
Attraverso l’Archilogon, mostreremo infatti che, per stabilire un piano di dialogo condiviso tra lo scienziato e il filosofo, solo una mappa concettuale universale può consentirci di rendere univoco e significante qualsiasi concetto possa mai essere elaborato, attivando un processo che ci consenta, finalmente, di «comprendere» ciò che «sappiamo».
Al Principio!