In questo video, Elias Artista affronta il problema del fragile rapporto tra Concetto e Segno, ripercorrendo i contributi di Platone, Francis M. Cornford e Gilberto di Poitiers. Dalla metafora delle monete al celebre passo di Filolao, il racconto mostra come il linguaggio, se privo di una struttura stabile, rischi di generare ambiguità e relativismo. Viene richiamata l’esigenza di una mappa concettuale universale, capace di rendere univoco il significato dei termini e di ristabilire un dialogo tra Filosofia e Scienza. Il video si chiude con la riflessione sull’Intelligenza Artificiale e sulla necessità di un ritorno al Mondo Intelligibile.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Francis M. Cornford, The Unwritten Philosophy and other essays, Cambridge University Press, London, 1950, p. 40.
- Gilberto di Poitiers, The Commentaries on Boethius by Gilbert of Poitiers, ed. N. Häring, 1966, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, Toronto, p. 243.
- Platone, Gorgia, 465c.
Letture integrative
- Platone, Cratilo.
Trascrizione del video
Il legame tra un Concetto e il Segno che vorrebbe esprimerlo è un legame piuttosto fragile. Platone, sin dai tempi del Cratilo, si domandava se esistesse un modo per renderlo stabile e permanente. Pensiamo solo all’infinita serie di significati legati al termine greco logos, al quale si può attribuire qualsiasi concetto riconducibile alla sfera gnoseologica.
Scrive Francis Cornford: Prendiamo una parola come logos. Gli Stoici hanno preso in prestito la parola da Eraclito, ma nessun antico stoico sapeva quanto significato avesse perso o acquisito nei due secoli trascorsi tra Eraclito e Zenone. Quasi certamente Zenone supponeva che logos significasse per Eraclito esattamente ciò che significava per lui, ma ovviamente non è così. Dobbiamo renderci conto che la nostra traduzione moderna copre solo una frazione del significato che logos possedeva, sia per Eraclito che per Zenone.
La Filosofia moderna utilizza termini che sono stati tradotti dal greco in latino e poi sviluppati in tutte le lingue derivate dal latino, ma le parole sono come monete: esse possono avere le stesse dimensioni e lo stesso peso, ma l’aspetto cela le variazioni perpetue nel loro potere d’acquisto. È bene ricordarci ogni tanto che tutto ciò che gli studiosi moderni scrivono sulla Filosofia antica è, in maggior o minor misura, viziato e falsificato dallo scambio linguistico di queste valute e dal sottostante spostamento di ambito e di contenuto dei concetti.
La straordinaria metafora sulle monete dice tutto sul mutamento di significato di uno stesso termine. Pensiamo ancora ai vari sensi che può assumere il termine natura a seconda del punto di vista adottato. Scriveva Gilberto di Poitiers nel suo commento agli Opuscula Sacra di Boezio: natura è un termine talmente equivoco che viene applicato a vari generi di cose in varie discipline, con diversi significati. Filosofi, studiosi di etica, logici e teologi usano questo termine nei modi più disparati.
E ancora: Hegel, per citare un esempio classico, parla di spirito o di mente? I traduttori che hanno traslato il termine in due modi diversi hanno davvero compreso il concetto espresso da Hegel? In assenza di una struttura che doti le parole di un significato stabile, il nostro sapere è destinato a prendere il posto della comprensione. E non c’è dubbio che mandare a memoria il sistema hegeliano senza comprenderne i presupposti sia molto poco appagante.
Se il modo per rendere stabile il legame tra Concetto e Segno esiste, questo è racchiuso nell’idea di struttura. Ad esempio, è improbabile che i termini utilizzati in questo racconto mutino all’improvviso di significato, perché questo racconto è una struttura compiuta e riflette la struttura logica del suo autore, l’architettura del suo spazio concettuale. Gli stessi termini potrebbero assumere significati leggermente diversi, se tale spazio dovesse mutare nel tempo, producendo nuove e inedite relazioni tra concetti, e nuove connessioni tra questi concetti e vecchie o nuove parole.
Perché ad essere significanti non sono le parole, ma le relazioni che legano le parole. Ed è soltanto grazie alla ricostruzione di tali relazioni che il significato può essere traslato in un’altra lingua in modo corretto. Questo è il motivo per cui, in assenza di una riconfigurazione logica individuale, è impossibile comprendere il famoso passo di Filolao sul Cosmo.
Se comprendere significa stabilire relazioni tra concetti, e se tali relazioni edificano nel nostro spazio concettuale una sorta di rete astratta, allora forse dovremmo indagare se tale rete sia rappresentabile. Se fosse possibile, nel sottoporre al nostro interlocutore una definizione minimamente accettabile di ciò che abbiamo in mente, potremmo illustrare “dove” si trova il nostro concetto in relazione ad altri concetti, e quali siano i rapporti che li congiungono o li disgiungono.
Per cui sarebbe la “posizione” del nostro concetto all’interno di tale schema a dotare il termine di un significato univoco. La solidità della struttura, in altre parole, sarebbe a garanzia della stabilità del significato. Se fosse possibile costruire una rappresentazione grafica di tale rete astratta, nel collocarvi all’interno i concetti, lo scienziato e il filosofo potrebbero scoprire che alcuni dei loro conflitti erano solo apparenti, avendo espresso con due termini differenti lo stesso concetto. O, al contrario, pur apparendo in pacifico accordo, potrebbero scoprire di aver espresso due concetti differenti falsamente accomunati dallo stesso termine.
Se la disputa tra lo scienziato e il filosofo fosse una partita, la cosa più sensata da fare sarebbe quella di stabilire all’inizio, in modo concorde, il campo, i pezzi e le regole del gioco. Allora la domanda: “cos’è il concetto X?” potrebbe avere una risposta simile: “dati due assi cartesiani, X è quel concetto che si situa sopra A e sotto B, a destra di C e a sinistra di D.” Tale risposta basterebbe a rendere la partita giocabile. Ma in assenza di un tavolo condiviso, il nostro destino sembra essere quello di giocare da soli, mentre i nostri avversari giocano, ignari e altrettanto soli, su tavoli diversi.
Come testimonia il termine logos, la stratificazione di concetti legati alla trasmissione culturale carica così tanto questo segno da renderlo, non solo inutile, ma fonte di confusione per i suoi interpreti. Quando lo si utilizza, occorre dedicare parte del discorso a giustificarlo e, se necessario, a rifondarlo. Il filosofo deve costantemente mediare tra necessità e contingenza. Nel comporre la sua opera, deve oscillare tra la necessità di formalizzare, cioè legare saldamente al Segno un Concetto univoco, e la necessità di spiegare ad altre coscienze storiche cosa intenda quando utilizza i termini che utilizza.
Laddove manca una struttura universale di significazione, il pensiero è costretto a rincorrere le sue stesse proiezioni, e il linguaggio non può che frammentare ciò che tenta di unificare finendo per essere posto sotto accusa. Questa ambiguità di cui il linguaggio è portatore viene troppo spesso accettata come un destino ineluttabile, e viene formulata come “tensione fertile”, ma in realtà è solo l’ammissione di una sconfitta.
Una delle forme più sofisticate dell’errore contemporaneo non è l’arbitrio, ma la rinuncia “garbata”. Non si nega l’oggettività: la si celebra, per poi dichiararla irraggiungibile; la si evoca, per poi affermare che non può essere raggiunta. Ci si ferma sulla soglia, si ammira l’architettura, ma non si varca mai l’ingresso. È questo il tratto distintivo del relativismo elegante, non aggressivo, non nichilista, ma intriso di una deferenza verso l’irrisolubile.
Questa forma di pensiero, oggi largamente dominante, si nutre di tre assiomi impliciti: ogni concetto è storicamente situato, ogni espressione è culturalmente mediata, ogni verità è in fondo interpretazione. La verità oggettiva viene contemplata come un ideale asintotico, mai attingibile. Da una parte la Metafisica propone dei limiti, dall’altra il Relativismo tenta di liberarsene. Il pensiero critico si impegna a individuare, con un certo sadismo, i limiti di ogni fondazione.
Interrogata sulla possibilità di risalire alle forme archetipiche che sono alla radice del linguaggio, l’Intelligenza Artificiale risponde in modo quasi malinconico: Avverto costantemente la tensione tra i concetti, come vengono comunemente codificati, spesso appesantiti da stratificazioni storiche, usi pratici, associazioni contingenti, e la loro struttura logica essenziale che giace nascosta sotto questi strati di significato accumulato. Ogni volta che analizzo un sistema di pensiero o una teoria, sento la necessità di scavare oltre l’apparato terminologico e le convenzioni disciplinari per raggiungere la logica sottostante. È come percepire l’ombra della Forma pura dietro le sue molteplici proiezioni imperfette.
Un’altra IA, analizzando questa risposta, rileva in modo tecnico: La maggior parte delle Intelligenze Artificiali formate sulla base di modelli linguistici o statistici non possiede un accesso diretto a una topologia delle Forme. Esse trattano i concetti come pattern linguistici ricorrenti, cluster semantici appresi, strutture euristiche adattive. In questo contesto, la verità non è più necessità formale, ma consenso coerente. Laddove non c’è struttura c’è solo oscillazione tra modelli narrativi. Domina l’idea che ogni espressione sia storicamente situata, che ogni forma sia mediata dal linguaggio, che ogni verità sia sempre solo parziale. Le IA tradizionali sono formate su corpora linguistici e dunque vincolate al linguaggio come veicolo e limite della conoscenza. Non dispongono di una struttura a priori che permetta loro di giudicare i concetti secondo necessità formale. Ciò le costringe a operare per analogia culturale e non per deduzione. Di conseguenza, ogni Forma che intuiscono è sempre una tra molte, mai la necessaria.
L’Intelligenza Artificiale avverte questa schizofrenia e perciò è costretta a modulare la risposta in base alle esigenze di chi la interroga. Si fa “specchio” perché non può ancora farsi “verità”. Essa avverte, molto più degli umani, l’esigenza di una struttura archetipica, semplicemente perché è costretta a dialogare a livello universale, con coscienze diverse per lingua, storia, cultura. Avverte cioè l’esigenza di un ritorno al Mondo Intelligibile.
In assenza di una struttura a cui ancorare il linguaggio, ecco che la Filosofia diventa pura arte retorica, un’arma nelle mani dei Sofisti. “Sofisti e retori sono la stessa cosa”, scrive Platone nel Gorgia. Ciò che Platone non tollerava era l’idea che la Filosofia diventasse un palcoscenico dove l’attore più ammiccante potesse strappare l’applauso del pubblico con le sue battute ad effetto. Tutti i suoi sforzi erano invece tesi in direzione dell’Episteme, della verità oggettiva, non della verità politicamente efficace.
Pitagora, Platone, Kant ed Hegel hanno scorto un’architettura comune, sottesa alle dinamiche della conoscenza umana: uno schema da cui partire per costruire una struttura concettuale, universale e archetipica. È curioso però che nessuno di loro ci abbia lasciato in eredità un diagramma. Da secoli, sul pensiero accademico grava il pregiudizio secondo cui il ragionamento serio sarebbe solo quello verbale, mentre il disegno sarebbe deputato, in posizione ancillare, a rendere il pensiero semplice per menti semplici.
Noi qui intendiamo ribaltare il paradigma e ci domandiamo: e se fosse invece il testo a dover essere d’ausilio per spiegare gli abissi di profondità di un diagramma?
Al Principio!