In questo video, Elias Artista affronta alcuni dei nodi sollevati dagli studi platonici. E' davvero possibile parlare di un “sistema platonico”? Partendo dalle riflessioni di Claudia Maggi, John Sallis, John Dillon, Hermann Cohen e Léon Robin, Elias dirige l'attenzione sull'aspirazione di Platone a una conoscenza assoluta, che emerge dalla sua forte contrapposizione alla retorica dei Sofisti. Il racconto mette in luce la difficoltà di leggere i Dialoghi in modo neutro, e sottolinea come la logica universale custodita e trasmessa da Platone possa essere afferrata non già da un approccio accademico, filologico e storicistico, ma da un scelta esistenziale che implica la disponibilità a una vera e propria riconfigurazione logica.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Claudia Maggi, Sinfonia Matematica - Aporie e soluzioni in Platone, Aristotele, Plotino, Giamblico, Loffredo Editore, Napoli, 2010, p. 15.
- John Sallis, Being and Logos – Reading the Platonic Dialogues, Indiana University Press, Bloomington/Indianapolis, 1975, pp. 1-2.
- John Dillon, The heirs of Plato – A study of the Old Academy (347-274 BC), Clarendon Press, Oxford, 2003, p. 16.
- Hermann Cohen, Platons Ideenlehre und die Mathematik, Pfeilii, Marburg, 1878, p. 7.
- Léon Robin, La Théorie Platonicienne des Idées et des Nombres d'après Aristote - Étude historique et critique, Félix Alcan, Parigi, 1908, pp. 4-5.
Trascrizione del video
Il tentativo di ricostruire un “sistema”, sulla base delle opere di Platone giunte sino a noi, viene considerato un vero azzardo, ed è fortemente scoraggiato dagli specialisti in materia. I Dialoghi contengono infatti contraddizioni, lacune, ambiguità. Per ogni affermazione esiste un passo in cui tale affermazione viene sconfessata, e questo indurrebbe un interprete di buon senso al silenzio.
Scrive Claudia Maggi: “La storia del Platonismo è, sotto molti aspetti, un percorso accidentato che solo a uno sguardo lontano e attento alla continuità può apparire ‘levigato’. L’impianto spesso aporetico di molte indagini platoniche sfugge a qualsiasi tentativo di sistematicità, a dispetto delle pretese di lettura del ‘non scritto’ come luce per lo ‘scritto’. Ne consegue che ogni vero platonico non può se non assumere su di sé la stessa problematicità e apertura. Ne deriva, altresì, che ogni filosofo con aspirazioni sistematiche non può se non tradire detta apertura, sforzandosi di rintracciare una matrice ordinata in ciò che, per sua stessa natura, rifugge dal sistema. E spesso il tentativo di ritradurre Platone in un’ontologia articolata e esente da strappi finisce con il determinare nuove aporie in cui si insediano progressivamente nuclei profondamente lontani da quello originario. Il che avviene a dispetto della pretesa dei commentatori di rintracciare una verità originaria. La ‘sinfonia’ è possibile dove si diventi sordi alle ‘stonature’ dello spartito originario, ed è in tal senso che la sistematicità neoplatonica muove da un oblio della strutturale aporeticità platonica. Dietro la presunta ‘sinfonia’ della Dottrina si cela, in altri termini, una soggiacente ‘diafonia’ che non riguarda solo l’esegesi di Dialoghi nevralgici come il Parmenide, ma investe la storia del Platonismo nel suo insieme.”
La riflessione è penetrante. Ovviamente l’esistenza stessa del progetto dell’Archilogon si oppone all’idea che il pensiero platonico sfugga a qualsiasi tentativo di sistematizzazione. È necessario però introdurre una importante distinzione. È corretto dire che nessuno possa ricostruire un sistema “platonico”, ma la ragione è che Platone non ha elaborato alcun sistema che possa essere ascritto a suo nome.
Ha infatti assimilato una logica molto antica, fondata sul metodo dialettico, e lo dichiara esplicitamente, parlandone come di un “dono degli Dèi”, come vedremo in seguito. E tutti i temi da lui trattati nei Dialoghi sono affrontati da questa precisa prospettiva sistemica.
Scrive John Sallis: “Platone non scrisse trattati esponendo la sua filosofia. Proporre di scrivere un trattato sulla filosofia di colui che non scrisse trattati è, a dir poco, discutibile. Ed è molto discutibile se esista qualcosa come ‘la filosofia di Platone’, cioè se la filosofia, come presentata negli scritti platonici, sia tale da poter essere appropriatamente definita con tale espressione. Proporre un trattato sulla ‘filosofia di Platone’ genera quindi sospetto riguardo alla proposta stessa. Noi proponiamo di praticare semplicemente la lettura ponderata e attenta dei Dialoghi.”
Platone non ha elaborato una propria e originale filosofia perché, dal punto di vista della ricerca della verità, sarebbe stato solo un altro punto di vista, il frutto di un’opinione soggettiva, un mero prodotto della Doxa. L’idea di comprendere Platone leggendo “ponderatamente” i Dialoghi è un’illusione, perché è impossibile leggerli in modo neutro, come se il significato fosse fuso al significante e noi si dovesse estrarlo come l’oro dal minerale grezzo.
Il significato non è dentro i significanti, e le parole prese isolatamente sono scivolose e ingannevoli, come ci avverte lo stesso Platone nel Cratilo. I termini sono liquidi, e col tempo evaporano. Il significato risiede invece nella struttura di relazioni in cui sono inseriti, e questa struttura non è nemmeno il singolo Dialogo, ma l’intera vicenda di Platone, i suoi riferimenti, i suoi interlocutori, e soprattutto i suoi nemici, poiché ciò che ci definisce è la nostra “antitesi”, secondo un puro principio dialettico.
È stato infatti il suo viscerale disprezzo per i Sofisti e i relativisti a spingerlo alla ricerca di una “conoscenza assoluta”, ed è da questa posizione di rigetto che occorre partire per inquadrare la sua aspirazione. Il Gorgia e il Protagora sono piuttosto espliciti in tal senso. L’opposizione tra Platone e i suoi nemici naturali rende chiara e comprensibile la posizione di entrambi.
L’obiettivo di Platone era l’onniscienza, ed egli era alla ricerca di un sistema che consentisse di attingervi. È in questa prospettiva che dobbiamo enucleare la logica che sorregge le sue intenzioni espressive. Naturalmente il suo progetto di ricerca si amplia e si articola nel tempo.
Nelle opere scritte in tarda età, Platone lascia tracce più evidenti di quella Logica Sintetica che appare paradossale oggi come appariva ieri, come attestano le reazioni di Aristotele tra l’indispettito e il derisorio. I suoi primi dialoghi mostrano il centro del suo interesse, risvegliato dal dubbio socratico, mentre le ultime ci mostrano un uomo che sembra aver trovato la chiave per interpretare la realtà, una realtà fatta di numeri e forme geometriche.
Ma dal momento che il sistema a cui Platone si appoggia è sempre alluso, e mai descritto in profondità, i moderni sono spinti a interpretare la funzione decostruttiva di Socrate come l’autentico metodo filosofico di indagine. Scrive John Dillon: “Nonostante le forti opinioni di Platone su molti argomenti, il suo intento non era lasciare ai suoi successori un corpo dottrinale immutabile, da difendere contro le opinioni avverse. Ciò che sperava di aver insegnato loro era un metodo di indagine, che lui aveva ereditato dal maestro Socrate, che, se correttamente praticato, li avrebbe condotti alla verità.”
Ma come poteva, Platone, essere certo che il metodo corretto avrebbe condotto gli altri alla verità, se egli non l’avesse già attinta? Aveva forse utilizzato il suo stesso metodo in modo non corretto? Se Platone non avesse avuto alla base un sistema completo, come spiegare allora il passo sulla Linea Divisa della Repubblica, così precisa nella sua architettura? Un certo atteggiamento di apertura si attaglia forse alle opere della giovinezza, ma a stento a quelle della maturità.
Hermann Cohen ha definito “scettica” e “spiritualista” le due istanze che in Platone sembrano convivere, in modo quantomeno bizzarro: “L’idealismo unisce due temi, nella penetrazione dei quali si svolge la sua storia. Contiene un momento di ‘scetticismo’, quando sottolinea la vacuità della realtà della percezione sensoriale, e un momento di ‘spiritualismo’, insegnando la realtà di ciò che esiste nel pensiero, di ciò che è spirituale. La Teoria platonica delle Idee contiene entrambe le istanze.”
Platone non rifugge il sistema: se ne serve, ma non lo espone mai interamente, perché la maggior parte dei Dialoghi non ha una funzione assertiva ma decostruttiva. Platone si serve, cioè, del personaggio di Socrate in chiave scettica per demolire le dottrine del passato, e instillare così l’esigenza di un nuovo approccio radicale alla conoscenza. Se i frammenti dell’antico sistema trapelano, trapelano non grazie ai Dialoghi, ma “nonostante” i Dialoghi.
Nella seconda fase della sua vita, Platone inizia a essere meno decostruttivo e più assertivo. Il contenuto di alcuni Dialoghi, specie la Repubblica, il Parmenide e il Timeo, verrà infatti percepito dai Platonici come il fondamento della sua vera dottrina. Il nucleo del suo pensiero, la Teoria delle Idee, appare tenuto in piedi da uno scheletro logico su cui s’innestano muscoli e nervi.
Mentre l’esegesi testuale si appunta sulle parti “molli”, sul contenuto, noi qui cercheremo di scarnificare Platone fino all’osso, enucleando la Logica Sintetica espressa nei Dialoghi della maturità. Questa logica, per sua natura, non è attingibile in modo immediato, poiché si rimette, in parte, alle capacità e alla volontà del suo interprete.
La ristrutturazione logica di chi intende comprenderla e assimilarla non è un fenomeno che avviene in modo automatico dopo una lettura, anche reiterata, dei Dialoghi platonici, ma dopo un lungo, a volte lunghissimo, periodo di meditazione diurna e notturna, una forte predisposizione al pensiero spaziale e, ultimo ma non ultimo, il supporto di uno strumento che consente uno sguardo sinottico sulle relazioni formali che ne costituiscono l’impianto, descritto in modo sibillino nel Timeo.
Léon Robin ha scritto che non si può interrogare Platone con gli strumenti della modernità, ma per comprenderlo è necessario porsi nei panni di un suo contemporaneo: “Ho creduto che sarebbe stato possibile sapere cosa fosse il Platonismo chiedendo ai pensatori greci, e solo a loro. Senza dubbio esiste anche tra loro una quota di interpretazione personale, ma questa interpretazione è libera dalle deformazioni che un’intelligenza impregnata di Cartesio, Leibniz o Kant, e rinnovata dall’influsso dei metodi scientifici, può applicare alle concezioni di un greco del IV secolo a.C. Con gli antichi come guide, non c’è rischio, almeno, di vedere in Platone un ‘profeta’ della filosofia moderna.”
La prospettiva di Léon Robin è sensata, ma è radicalmente antitetica alla nostra, perché il pensiero che stiamo indagando non è un prodotto culturale limitato a un’epoca specifica, ma una logica veicolata da una attitudine psichica universale. L’assunto secondo cui un contemporaneo di Platone possa capirlo in misura maggiore rispetto a un moderno, sarebbe valido nel caso di una pacifica condivisione di categorie, ma non è questo il caso, perché Platone tenta di forzare le categorie del senso comune, e prova ne è il fatto che la maggior parte degli antichi commentatori, nonostante la maggiore vicinanza storica, lo ha compreso solo in parte; per cui vedere con gli occhi degli antichi è fuorviante esattamente come interpretare attraverso categorie moderne.
In altri termini, la questione è trasversale rispetto alla contrapposizione tra antico e moderno. Solo virtualmente, noi moderni abbiamo una maggiore probabilità di comprensione, avendo accesso a una quantità di opere prima inimmaginabile. Molte nozioni che in epoche antiche erano appannaggio di ristrette congreghe esoteriche sono ora alla portata di tutti. Tuttavia, una loro lettura superficiale è inutile. Occorre essere disposti ad abbracciare, in modo integrale, un modo di pensare radicalmente diverso.
Così noi qui guarderemo Platone non con gli occhi di un antico, ma esattamente con i nostri occhi. Perché la sfida che Platone poneva ai suoi contemporanei è ancora aperta, e non è possibile affrontarla da accademici, neutri rispetto al materiale studiato, ma da “aspiranti”, e cioè come una vera e propria istanza vitale, come un progetto esistenziale.
L’aspirante non è un “discepolo”; egli non ha “fede” nel suo maestro, ma fiducia. Non accoglie in modo acritico le parole della sua guida, ma concede lucidamente il proprio credito assumendo un atteggiamento di epoché, sospendendo il giudizio in vista di un fine che intuisce superiore. Questo in attesa che il significato, dapprima oscuro, si riveli al termine di un processo di maturazione interiore.
Chi ritiene di sapere quanto basta, convinto che gli strumenti che possiede siano sufficienti ad affrontare qualsiasi percorso di conoscenza, si protegge in anticipo da ogni “violazione” esterna, precludendosi però, al tempo stesso, una possibilità di trasformazione. Per affrontare la Logica Sintetica, occorre invece porre in dubbio quanto appreso in un normale percorso di istruzione finalizzato al sapere. Occorre farsi “tabula rasa” in attesa di una riscrittura. È questo a cui allude Socrate quando afferma di “sapere di non sapere”. Non si tratta di un elogio dell’ignoranza, ma della condizione necessaria per avviare il processo di trasformazione.
Il vero aspirante è colui che ambisce con tutte le sue forze a comprendere ciò che ancora non comprende, e si affida a una guida in grado di trarlo fuori da una condizione di partenza che avverte come asfittica. Chi non avverte alcuna asfissia, non sente affatto la necessità di una trasformazione, e non comprenderà le scelte compiute a tal fine.
Chi davvero intende affrontare Platone, non può farlo sostenuto dall’idea di ampliare meccanicamente il proprio bagaglio di studi, ma deve essere sospinto dall’irrefrenabile impulso a trasformare se stesso, non solo dal punto di vista intellettuale. Abbacciare la Filosofia non significa imparare a memoria il pensiero di altri individui, le loro stravaganti teorie sulla realtà, ma esplorare attivamente tutte le potenzialità della propria Ragione.
È questo il motivo per cui la sfida aperta lanciata da Platone non è rivolta a tutti, ma soltanto a coloro che sono disposti a un impegno totalizzante. Per attingere all’onniscenza, il requisito è infatti trascendere la propria logica individuale, per riconformare la propria struttura psichica sulle Forme della Logica della Realtà, veicolate dal diagramma archetipico. Al principio!