In questo video, Elias Artista affronta il tema della cosiddetta “Dottrina Non-Scritta” di Platone. A partire dalle ricerche novecentesche e dalle fonti antiche, il racconto mostra come i Dialoghi non esauriscano il pensiero platonico, ma rinviino a un livello ulteriore di comprensione. Dalla Seconda Lettera al Didaskalikos, da Proclo a Nietzsche, fino agli studi contemporanei, si intrecciano le ipotesi su una filosofia trasmessa oralmente, riservata a pochi. L’indagine mette in luce il ruolo del lettore, chiamato a un’evoluzione interiore per cogliere il senso autentico dei Dialoghi e la logica geometrica del Platonismo maturo.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Trascrizione del video

    Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, la ricerca di un “sistema” platonico coerente e la difficoltà di ricostruirlo grazie ai Dialoghi spinsero alcuni studiosi a cercare indizi indiretti in Aristotele e nella letteratura post-platonica. Dal 1960 in poi, soprattutto nelle opere di Conrad Gaiser e Hans Joachim Krämer, si è fatta strada l’idea di una filosofia esoterica platonica secondo la quale i Dialoghi non conterrebbero il nucleo della dottrina, e ciò per espressa volontà dell’autore. Nonostante le controversie, oggi l’idea esoterica non appare più così bizzarra, perché “andare oltre” è l’esigenza avvertita da molti studiosi, come espresso da John Findlay: “La mia prima e più fondamentale convinzione è che i Dialoghi platonici non siano, presi di per sé, il tipo di opere in cui le opinioni di qualcuno su qualsiasi argomento, possano essere chiaramente esposte. Puntano al di là di se stesse e, se non si va oltre, non possono essere intese.”

    “Andare oltre”, ma dove? Nella Seconda Epistola, Platone ci lascia interdetti, rivelando che nei Dialoghi non avrebbe fatto altro che lasciar parlare Socrate, per cui il suo vero sé non sarebbe mai apparso. Se la lettera è autentica, Platone scrive a Dionigi con quell’ironia possibile fra due interlocutori che si conoscono bene: “Quello che oggi si attribuisce a Platone è in realtà l’insegnamento impartito da Socrate quando era giovane e bello…” Il “vero sé” di Platone si troverebbe dunque altrove.

    Aristotele menziona una Dottrina Non-Scritta, cioè esposta solo oralmente, ma non una “dottrina segreta”, cioè deliberatamente occultata. È in epoca imperiale che le voci si fanno più consistenti. La Siria sembra essere il luogo da cui si dirama un Platonismo che millanta di possedere le chiavi di tale dottrina. Ma Platone, si afferma laggiù, è solo un tramite. A monte c’è una dottrina antichissima cui avrebbe attinto anche lui, e prima di lui, Pitagora. Nel rivendicare un pensiero che affonda le sue radici in un passato molto antico, viene così ridimensionato l’apporto originale di entrambi. Apamea dà i natali allo stoico Posidonio, Nicomaco di Gerasa è siriano. Qui vi insegna Amelio e vi opera Numenio, autore di un’opera perduta, intitolata — come un best seller moderno — Su tutte le cose che Platone non ha detto. Ed è in Siria che il “divino” Giamblico fonda la sua scuola, luogo di incontro per studenti provenienti da tutto il mondo mediterraneo.

    In linea con questa visione, alla metà del II secolo, l’autore del Didaskalikos, il Manuale del Platonismo, afferma che Platone comunicava la sua dottrina solo a poche persone: “Il tesoro più prezioso e più grande, Platone non lo considerava né facile da scoprire, né, una volta scoperto, tale da poter essere rivelato a tutti con sicurezza. Certamente ha comunicato le sue idee sul Bene solo a un gruppo molto ristretto e selezionato di suoi sodali.”

    Per i filosofi mediorientali, non esiste dunque un Platone “pubblico” e uno “segreto”: esiste solo il secondo, e per comprenderlo è necessario utilizzare una chiave. Nel primo libro della Teologia Platonica, Proclo, riprendendo una convinzione del suo maestro Siriano, scrive che la filosofia di Platone è riservata a pochi eletti. Tuttavia non è stata nascosta, né è necessario cercare testi perduti. La chiave è leggere nel modo giusto i Dialoghi. Il senso, cioè, non è fuori dal testo, ma dentro. Tuttavia noi non possiamo coglierlo senza aver prima affrontato un passaggio intermedio. In breve, la chiave decrittante è l’evoluzione del lettore. Una volta trasformato il lettore, le parole dei Dialoghi assumono un altro senso, e il loro significato si disvela.

    Ad alcuni, i Dialoghi sono apparsi come degli appunti ad uso dei membri interni di un circolo, e per questa interpretazione propende anche Nietzsche, il quale, in una riflessione sul Fedro, scrive: “Secondo Platone, lo scritto in generale non ha una finalità di insegnamento e di educazione, ma soltanto la finalità di richiamo per chi è già educato e possiede conoscenza. I Dialoghi sono strumenti mnemonici per coloro che sono membri dell’Accademia.” Molto si è discusso sulla famigerata Settima Epistola, in cui Platone dichiarava che non ci sarebbe mai stato alcuno scritto pubblico sulla sua vera dottrina. La conclusione della Scuola di Tubinga è questa: ciò che per lui era più prezioso veniva comunicato oralmente a una cerchia ristretta. I filologi obiettano che in assenza di prove documentarie si può affermare tutto e il contrario di tutto, e chi millanta di poter ricostruire una Dottrina Non-Scritta, in realtà ne propone una propria. È decisamente possibile; tuttavia è lo stesso Platone a gettare continuamente un’esca nei Dialoghi. Scrive Ferrari: “Platone si serve spesso delle Idee, ma raramente ne fa oggetto di una trattazione. D’altra parte, il modo in cui le Idee vengono invocate, lascia intendere che una teoria, cioè un insieme di assunti consistenti, sia in qualche modo presupposta.”

    I Dialoghi, si diceva, sono eterogenei, lacunosi, contengono ambiguità, oscurità. Alcuni non si concludono affatto, oppure la conclusione lascia più dubbi che certezze. A volte il dialogo successivo contraddice o mette in discussione il risultato a cui sembra essere arrivato il precedente, sempre che l’ordine con cui li leggiamo sia quello corretto — e questo è a tutt’oggi oggetto di dibattito. E gioca una parte non secondaria l’ironia, che da moderni, attraverso il calvario delle traduzioni, rileviamo in modo dubbio, perché per avvertire il sentimento del contrario si dovrebbe avere contezza di ciò che è serio, diritto, normale. L’ironia fa appello a un mondo di valori che si immagina sottilmente condiviso dal destinatario del messaggio, per cui le parole di Platone potrebbero irridere a ciò che invece sembrano affermare se prese alla lettera. Così ogni dialogo ci costringe a seguire un nostro personale filo rosso. Come scrive Eugene Tigerstedt: “A ogni lettura siamo costretti a fare una scelta, a decidere come interpretare ciò che stiamo leggendo.”

    La maggior parte dei Dialoghi, escludendo forse il Parmenide e il Timeo, ha un livello comunicativo accessibile anche a un pubblico non versato nella Metafisica “estrema”. Ma di sicuro la logica che Platone stava esplorando necessitava di un salto evolutivo. Quel “pensare geometrico”, requisito dell’Accademia, postula una forma mentis particolare. Il pitagorismo del Platone maturo non è più adatto a tutte le coscienze, o per lo meno non lo è subito e in forma non mediata, per cui diventa necessario selezionare il proprio uditorio e graduare l’insegnamento, per non finire a parlare alle sedie vuote, o essere oggetto di scherno, come ci racconta Aristosseno, a proposito della famigerata e disastrosa conferenza pubblica di Platone Sul Bene. “Al principio!”

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