In questo video, Elias Artista affronta il tema dell’Intuizione Eidetica, una modalità inferenziale cruciale per la comprensione del pensiero platonico. A partire dalla celebre Settima Lettera, il racconto mostra come Platone diffidasse delle parole e confidasse invece in un tipo di conoscenza non convenzionale. Attraverso le riflessioni di Harold Cherniss, Philip Merlan, Léon Robin e William James, il video spiega come la vera filosofia non possa ridursi a esercizio filologico, ma richieda un atto interiore di ricostruzione logica: una visione sintetica delle Forme che necessità di una particolare modalità inferenziale, spaziale e visiva. L’Intuizione Eidetica diviene così la chiave per comprendere la Logica Sintetica che anima i Dialoghi platonici.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Trascrizione del video

    Nel riprendere e nel citare brani di autori del passato, durante il nostro viaggio ci capiterà di produrre una nuova traduzione, forzando le parole per superare le limitazioni imposte dalla natura della trasmissione culturale per via discorsiva. Lo scopo di questo progetto non è filologico, ma ermeneutico. Non intendiamo ricostruire i documenti perduti, ma la logica che li ha prodotti, poiché una dottrina filosofica è il tentativo, più o meno imperfetto, di esprimere una logica attraverso l'articolazione di suoni e segni.

    Nel caso di Platone, il nostro intento non è rendere omogenei tra loro i Dialoghi, pubblicati per ragioni che noi moderni comprendiamo solo in parte, ma isolarne il filo conduttore e andare nella stessa direzione verso cui tendevano, e cioè, come da lui stesso suggerito nel Fedro, al di là delle parole. Questo perché le parole ingannano. Se è proprio lui l'autore della Settima Epistola, Platone esitava ad affidare alle parole il cuore del suo progetto, conscio che sarebbero state deformate da chi le avrebbe mal comprese.

    Il passo è molto amaro: «Su queste cose non c'è, ne vi sarà, alcun mio scritto pubblico. Perché non è, questa mia, una scienza come le altre. Essa non si può trasmettere, ma nasce d'improvviso nell'anima come una fiamma che si accende dopo un prolungato contatto col fuoco, e si sviluppa quindi in autonomia. So però una cosa: che se io ne scrivessi o ne parlassi, ne scriverei come nessun altro saprebbe fare, e so anche che se le mie parole fossero interpretate male, mi dispiacerebbe molto. Se avessi davvero creduto che queste cose fossero comunicabili ai più in modo adeguato, non ci sarebbe stato nient'altro di più bello nella mia vita che scriverne a vantaggio di tutti, illuminando la loro natura. Ma io non penso che un tale impegno, per così dire, sia proficuo per tutti. Lo è soltanto per quei pochi che da soli, dopo qualche indicazione, sono capaci di progredire fino in fondo alla ricerca. Gli altri verrebbero fatti oggetto di un ingiusto disprezzo e accusati di sciocca e superba presunzione, come succede a chi si attribuisce da sé un titolo nobiliare.»

    Lo storico e filosofo Harold Cherniss commenta in questo modo: «Per quanto mi riguarda, non credo che Platone abbia scritto questa epistola. Ma se anche ci credessi, ammetterei che lui stesso si è espresso in anticipo contro tutto ciò che si potrebbe scrivere sul vero significato del suo pensiero, e la considererei una follia, nata da un'ostinata insolenza nel cercare di descrivere, o anche solo di scoprire, la vera dottrina di un uomo che ha condannato tutti coloro che ci hanno provato, o mai ci proveranno».

    Tuttavia l'autore della lettera non condanna chi intraprende, con un certo azzardo, la sua stessa strada: lo mette in guardia. Se per un filologo è arrogante cercare una verità prendendo come dato ciò che non è mai stato scritto, un ermeneuta non è costretto a giocare con le stesse regole, e non può limitarsi a cercare la verità nelle parole, semplicemente perché potrebbero non contenerla e potrebbero anzi occultarla, consciamente o inconsciamente. La Filologia si concentra sui Segni, dei quali è costretta a fidarsi; qui invece dobbiamo tentare di ricostruire la logica che li tiene insieme.

    Gli scopi sono diversi, per cui l'ermeneuta è costretto, giocoforza, a servirsi del filologo, per poi tradirlo quando la sua interpretazione non offre più garanzie di senso, anche a rischio di imporre il proprio senso. Il rischio è concreto, ma l'azzardo è inevitabile, e la posta in gioco è altissima. Rispetto all'analisi grammaticale del filologo, l'analisi logica posta in essere dall'ermeneuta necessita di Intuizione Eidetica, ovvero della capacità di intuire Forme che non sono «dentro» le parole, ma che emergono dalla struttura relazionale dell'insieme. Si tratta di una capacità che non può essere acquisita soltanto attraverso lo studio, perché si basa, come cercheremo di dimostrare nel corso del racconto, su una predisposizione psichica all'inferenza spaziale e visiva.

    Ecco perché Platone dubita di poter universalizzare il suo metodo. Scrive Merlan: «Platone non è uno scettico. Potrebbe anzi rammaricarsi del fatto che l'essenza di tutte le cose, la verità, non possa essere impartita direttamente, ma sente di possedere quella verità, e sa di poter aiutare gli altri a comprenderla. Ammette persino che uno potrebbe comprenderla senza il suo aiuto, ma d'altra parte è una verità che evidentemente richiede un'istruzione e una comprensione peculiari, una verità che — per interpretare con la massima cautela possibile la metafora dell'accensione del fuoco — sarà su un livello diverso da quello di altre branche del sapere, una verità che di conseguenza sarà accessibile solo a un peculiare tipo di comprensione».

    Se così stanno le cose, per descrivere la nostra indagine ci piacerebbe riesumare l'immagine cusaniana della filosofia come «caccia». Un investigatore esperto lo sa: una cosa è cercare di ricostruire i movimenti di un cacciatore, analizzando le tracce sul terreno; un'altra è inseguire la stessa preda. Solo così le tracce acquistano un senso, disvelando la logica del cacciatore. L'oggetto della nostra caccia non è dunque Platone, ma la «preda» inseguita da Platone, che León Robin ha ben individuato: la verità è che Platone è alla ricerca di una filosofia «sintetica», in cui si cercherebbe il procedimento dal semplice al complesso, seguendo dall'uno all'altro la serie dei gradi intermedi, che sono le diverse modalità del reale.

    La preda di Platone è la Logica Sintetica, e cioè quel meccanismo inferenziale adottato dai filosofi che approcciano la conoscenza attraverso categorie spaziali e visive, concentrando l'attenzione sul rapporto tra il Tutto e le sue Parti. È questo il motivo per cui tale meccanismo, che è la nostra stessa modalità inferenziale, ci ha spontaneamente attratti, sin dalla giovinezza, nell'orbita dell'Idealismo. Ed ecco perché, al termine della nostra caccia, alcune affermazioni platoniche ci sono apparse chiare senza dover torturare le parole, che, sottoposte a sfiancanti interrogatori, alla fine rivelano soltanto ciò che vogliamo sentirci dire.

    Ciascun filosofo dunque approccia la conoscenza seguendo la modalità inferenziale che gli è connaturata. E le due modalità antitetiche sono la modalità «sequenziale», che dà vita alla Logica Analitica e al Sillogismo, e la modalità «Strutturale», che anima la Logica Sintetica e l'Analogia. Ma difficilmente l'Analitica riesce a comprendere la Sintetica.

    William James interpreta queste due modalità come antitesi temperamentali: «La storia della Filosofia è in gran parte la storia di uno scontro tra determinati temperamenti umani. Qualunque sia il temperamento di un filosofo professionista, egli cerca, quando fa filosofia, di sopprimere questo fatto del temperamento. Egli sostiene ragioni impersonali soltanto per quanto riguarda le sue conclusioni, ma in realtà è il suo temperamento a esercitare una forte influenza su qualsiasi premessa più rigidamente oggettiva. Il suo temperamento piega le prove in un senso o nell'altro, favorendo una visione più emotiva o più fredda dell'universo. Egli ha fede nel suo temperamento. Desiderando un universo che gli si addica, crede in qualsiasi rappresentazione dell'universo che gli si attagli. Sente che le persone dal temperamento opposto sono "fuori sintonia" con il carattere del mondo, e nel suo cuore le considera incompetenti e non versate in campo filosofico, anche se possono superarlo di gran lunga in capacità dialettica. Ma nei dibattiti sul temperamento, egli non può vantare una conoscenza o un'autorità superiore. E ciò falsifica le sue discussioni filosofiche, perché la premessa più potente di tutte non viene mai menzionata».

    Quello che James chiama «temperamento» caratterizzerebbe due tipi fondamentali: l'idealista, che lui chiama «razionalista dal temperamento tenero», che agisce seguendo principi, e l'empirista dal temperamento duro, che si basa su ciò che chiama «fatti». In termini psicologici, Jung ha definito i due temperamenti «Introverso» ed «Estroverso». Archetipi di questi due temperamenti filosofici sono Platone e Aristotele. Un osservatore analitico potrebbe rilevare in questo schema una intollerabile sovrapposizione di piani e di ambiti disciplinari, e potrebbe considerarlo ingenuamente eclettico. Ma l'osservatore sintetico, grazie alla sua Intuizione Eidetica, scorge al fondo di questo schema una Relazione archetipica di Opposizione di Forme che trascendono qualsiasi confine disciplinare.

    Se è vero ciò che dice Friedrich Schleiermacher, e cioè che la comprensione di un testo avviene quando l'interprete si pone nei panni dell'autore grazie a un processo di empatia e identificazione, allora questo è il nostro caso: mentre d'istinto abbiamo sempre avvertito estraneità nei confronti di Aristotele, abbiamo riscontrato in Platone un indefinibile consonanza, una «filia», che risuonava anche laddove non s'era ancora acquisita una chiara comprensione dei suoi Dialoghi. La medesima modalità di pensiero spaziale che li ha prodotti ci ha guidati, tortuosamente, sino al giorno in cui nella nostra immaginazione si è delineato il diagramma dell'Archilogon.

    Non è detto che chi cerca Platone riesca a trovarlo, ma può accadere che colui che è disposto a cacciare la stessa preda se lo ritrovi accanto all'improvviso, partecipando con lui di un'inspiegabile affinità che trascende i secoli, perché il suo pensiero scaturisce da quella «Intuizione di Forme» che non appartiene a lui come individuo, ma che è propria di ogni pensatore sintetico. Per un cercatore che scopra, in tarda età, d'essere nato idealista, tutto ciò che di filosofico si è scritto ha certamente un valore, ma il valore più grande, l'eredità più onesta e preziosa che potrebbe lasciare alla posterità, non è l'ossequiosa aderenza a una tradizione, ma è la più chiara e limpida anamnesi della propria anima, divorata, grazie a una scintilla, dal medesimo fuoco.

    La nostra seconda tappa, viandante, si conclude qui. Nel prossimo capitolo cercheremo di riassumere alcuni dei concetti chiave che hanno attraversato la Filosofia occidentale lungo il corso della sua storia millenaria. Non proveremo ad assumere un punto di vista neutrale, ma ne interpreteremo lo sviluppo e il declino dalla prospettiva che ci è più consona, ovvero quella dell'Idealismo Realista di Platone. Al Principio!

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica