In questo video, Elias Artista ricostruisce il significato della “Sophia” come corpus dottrinale iniziatico legato al Tempio di Delfi e al culto di Apollo. Il racconto segue il passaggio della Sophia dall'Egitto alla Grecia arcaica e la sua trasformazione in “Filosofia” con Anassimandro e Pitagora. Con l’aiuto di Aristotele, Plutarco e Giamblico, il video mette a fuoco la Dialettica come antico frutto della Sophia, attribuita a Hermes e simbolizzata dal Caduceo, così come il ruolo dei Pitagorici nel fornire la chiave per ricostruire l'Opposizione archetipica tra Forme, e i processi metafisici di Scomposizione e Composizione. Attraverso il Fedone, il Filebo e il Fedro, Platone accenna alla "partecipazione" delle cose alle Idee-Forme e alla dialettica tra Unità e Molteplicità che struttura i Fenomeni, il Pensiero e il Linguaggio, consentendo una risposta formale alla domanda sull’essenza del Bene.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Le fonti classiche ci parlano dei cosiddetti "Sette Sapienti", i "Sophoi", considerati i pilastri della cultura greca. Platone li evoca come modelli di civismo, Erodoto cita in particolare Solone, Diogene Laerzio raccoglie liste e aneddoti, Plutarco e altri ricordano le massime delfiche attribuite a diversi membri del gruppo. Talete, Solone, Periandro, Cleobulo, Chilone, Biante, Pittaco, sono i membri più noti, ma a loro si aggiungono Anacarsi lo Scita, Misone di Chene, Ferecide di Siro, Epimenide di Creta.

    Secondo Diogene, da questo primo gruppo di Sapienti si divaricano due scuole: una, la Ionica, che fa capo ad Anassimandro, discepolo di Talete; l'altra, l'Italica, che fa capo a Pitagora, discepolo di Ferecide. Ma cos'è la Sophia? Spesso tradotta con il termine "saggezza", essa viene confusa con il buonsenso o la ragionevolezza, frutto della prudenza e dell'esperienza. Con Sophia si intende invece un corpus dottrinale molto antico, legato al Tempio di Delfi e al culto di Apollo. Un insieme di insegnamenti custodito e trasmesso da una linea di "iniziati", cioè discepoli appositamente formati per comprenderne i contenuti, custodirli e trasmetterli a loro volta. Questi contenuti riguardano la conoscenza dei principi primi metafisici, e delle cause dell'universo. Si tratta di nozioni che, per la loro natura, sono difficili da comprendere e da assimilare, e il percorso iniziatico è necessario per portare l'aspirante dal "sapere", ossia dalla semplice ritenzione in memoria, alla vera "comprensione".

    Il corpus dottrinale della Sophia, secondo la tradizione antica, affonda le radici nella cultura egizia. Ai sacerdoti del Nilo si attribuisce, sin dall'antichità, la trasmissione di questa particolare conoscenza ai suoi primi custodi greci. Scrive Plutarco: "Solone, Talete, Platone, Eudosso, Pitagora e anche Licurgo: tutti costoro si recarono in Egitto e si incontrarono con i sacerdoti. Eudosso, raccontano, fu istruito da Conufis di Menfi, Solone da Sonchis di Sais, Pitagora da Enufis di Heliopolis. Pitagora specialmente, ammirando quei sacerdoti e venendone ammirato, trasse da loro il simbolismo il loro insegnamento occulto, mescolando le sue dottrine ai Misteri."

    Dall'Egitto dunque, la Sophia approda in Grecia come patrimonio di conoscenze da trasmettere per via iniziatica. Ma nell'età della polis, l'alfabetizzazione, la circolazione dei testi e il nuovo mercato dell'insegnamento aprono il sapere a fasce più ampie. Questo processo di democratizzazione ha degli esiti non del tutto positivi. Quando frammenti della Sophia fuoriescono infatti dalla linea di trasmissione iniziatica e penetrano nella sfera pubblica, si manifestano dei fenomeni nuovi. Da una parte, la diffusione di nozioni metafisiche reinterpretate in chiave empirica, e quindi distorte; dall'altra, la nascita del Sofismo e delle sue tecniche retoriche, che strumentalizzano le nozioni acquisite per scopi personalistici e di corto respiro.

    Parallelamente, grazie ad Anassimandro e a Pitagora, la Sophia si trasforma in Filosofia, perpetuata da circoli laici di aspiranti, "Confraternite della Sapienza" che continuano a custodirne i contenuti e a trasmetterli per via iniziatica, non sappiamo con quali aggiunte originali. Nelle Vite, Diogene Laerzio distingue gli antichi Sophoi dai nuovi Filosofi e afferma: "Il filosofo è colui che aspira alla Sophia." L'appellativo di philosophos indica l'appartenenza a questa cerchia di aspiranti, prima di estendersi in modo più ampio e generico, finendo per acquisire col tempo il significato di "colui che ama la conoscenza".

    In che modo Platone entra in contatto con il contenuto della Sophia? Non sappiamo se egli abbia avuto diretto accesso alla dottrina dei primi Sophoi. Di certo però, attinge alla linea di trasmissione di Pitagora. Ecco un breve ritratto di Platone scritto da Aristotele: "Dopo le filosofie che abbiamo menzionato, nasce l'approccio platonico, che segue per molti aspetti la filosofia pitagorica italiana, ma apporta delle aggiunte originali. Avendo familiarizzato fin dalla giovinezza con Cratilo e le tesi di Eraclito, secondo cui tutte le cose sensibili sono in divenire e la loro conoscenza è impossibile, Platone tenne in conto queste dottrine anche in età avanzata. Socrate a suo tempo s'era occupato di questioni morali, trascurando la conoscenza della natura, ed era alla ricerca di concetti universali nella sfera morale, e fu il primo a concentrare l'attenzione dei filosofi sulle loro chiare definizioni. Platone condivideva questo approccio, ma arrivò a ritenere che questi concetti universali fossero enti trascendenti, perché secondo lui era impossibile formulare una scienza esatta basata su enti sensibili, dal momento che essi sono sempre in divenire. Chiamò Idee-Forme gli enti diversi da quelli sensibili, e disse che tutti i fenomeni sono dipendenti dalle Idee-Forme, e secondo le Idee-Forme. I fenomeni che prendono il nome dalle Idee-Forme esisterebbero per "partecipazione". A Platone si attribuisce il termine Metessi, mentre i Pitagorici a suo tempo dicevano che i fenomeni "imitano" i numeri. Parlando di "partecipazione", Platone varia perciò soltanto il termine. Comunque, che cosa sia questa "partecipazione" o "imitazione" delle Idee-Forme, è un problema che entrambi lasciarono aperto."

    A sentire Aristotele, Platone sembrerebbe essere in debito con Pitagora, sebbene nei Dialoghi il creditore venga citato quasi di sfuggita. Platone menziona i Pitagorici complessivamente due volte, solo nella Repubblica. Strana questa reticenza, se fosse davvero Pitagora a cui Platone allude parlando nel Filebo della Dialettica, la logica a due polarità. "La Dialettica è un dono divino agli esseri umani, sottratta agli Dèi da un nuovo Prometeo assieme al fuoco più brillante, e gli antichi, a noi superiori poiché più accosti agli Dèi, ci hanno trasmesso queste parole: Le cose derivano dall'Unità e dalla Molteplicità, avendo il Limite e l'Illimite intrinseci alla loro natura." Sentiamo qui risuonare l'eco delle parole di Filolao citate da Diogene Laerzio.

    Giamblico, nei Misteri Egizi, sembra conoscere il vero destinatario di quell'appellativo lusinghiero: sarebbe Hermes, il Thoth egizio, da cui anche Pitagora avrebbe attinto la sua dottrina. "Fu un Dio a rivelare la Dialettica e a trasmetterla agli uomini. Secondo alcuni fu Hermes, il Dio del Logos, che regge in mano il simbolo di due serpenti che si guardano l'un l'altro."

    Nella cultura greca, esistono delle analogie tra la figura di Prometeo e quella di Hermes. Entrambi agiscono come mediatori tra il divino e l'umano. Prometeo, nel mito greco, interviene a favore degli umani donando loro il fuoco e facilitando il progresso. Nella tradizione ermetica, Hermes è considerato il custode di verità universali, il dispensatore di conoscenze e insegnamenti divini. Sia Prometeo, sia Hermes, sono associati tanto all'intelligenza quanto all'astuzia e all'inganno. Chiunque sia quella figura prometeica, è dalla stessa linea di pensiero, trasmessa dai discepoli di Pitagora, che Platone trae i fondamenti della Dialettica, simboleggiata appunto dai due serpenti che si fronteggiano avvolgendo l'asta del Caduceo che Hermes ostenta al cospetto dei mortali.

    Ma chi ha introdotto Platone alla Sophia? Non abbiamo certezze, ma possiamo fare delle ipotesi. Nei dialoghi, Socrate invita i suoi interlocutori che si autodefiniscono "sapienti", a spiegare la natura della conoscenza, e chiede loro di precisare cosa siano quelle astrazioni di cui si servono quando parlano di "bellezza", "giustizia" o "bene". La ricerca di una risposta a tale domanda caratterizzerà tutta l'esistenza di Platone.

    Nel Fedone, un colloquio tra Socrate e Cebete sfocia in un bellissimo ricordo, ritenuto da molti l'autobiografia di Platone, sebbene possa attagliarsi, in fondo, alla biografia di qualsiasi aspirante alla Sophia. Socrate racconta il suo percorso intellettuale: da giovane è affascinato dalla scienza della natura; vuole conoscere le cause per cui le cose nascono, crescono, muoiono. Tuttavia, l'indagine empirica lo lascia insoddisfatto. Arriva a paragonare coloro che cercano le cause nei fenomeni attingibili dai sensi, a chi guarda il sole durante un'eclissi, rimanendo accecato. Lungo il suo percorso di studi scopre Anassagora, e rimane affascinato dalla tesi di un'intelligenza ordinatrice dell'universo. Eppure, leggendo le sue opere, trova solo spiegazioni in termini di elementi naturali, e gli pare che Anassagora confonda gli effetti con le cause. Conclude perciò, con estrema delusione, che molti di coloro che si autodefiniscono "sapienti", in realtà non lo sono affatto.

    Così Socrate intraprende una "seconda navigazione". E con questa metafora descrive la sua iniziazione alla vera Sophia, sotto la guida di Diotima di Mantinea, grazie alla quale arriva a comprendere la sussistenza delle Forme trascendenti. Le cose sono belle, buone, giuste, non già per i loro attributi materiali, ma perché partecipano di Idee-Forme eterne, e cioè del Bello-in-sé, del Buono-in-sé, del Giusto-in-sé. Da allora in avanti, soltanto la conoscenza delle Idee-Forme verrà da lui considerata "vera conoscenza", e il contenuto della Sophia gli dischiuderà alla fine la comprensione dell'immortalità dell'anima.

    Da questa finzione letteraria possiamo dedurre che "l'iniziato" Socrate abbia "iniziato" Platone alla Sophia. Tuttavia nei Dialoghi Platone non presenta Socrate come un maestro che impartisce lezioni disvelando il contenuto della Sophia. Modella invece il suo personaggio esaltandone l'attitudine scettica. Questo gli serve a decostruire le argomentazioni che gli appaiono fragili quanto quelle di Anassagora. E attraverso questa versione idealizzata di Socrate, lancia il guanto di sfida agli uomini di ingegno del suo tempo, seminando indizi sulla possibile strada che conduce alla verità.

    Ma Socrate non è l'unica fonte che attrae Platone nell'orbita della Sophia. Platone entra in contatto, in Italia, con l'ultima generazione di Pitagorici. Applicando il loro metodo dialettico, per prima cosa isola, estremizzandole, due opposte posizioni della filosofia presocratica. Da una parte Eraclito, secondo il quale il Mondo Sensibile è un flusso ininterrotto di fenomeni cangianti, per cui la conoscenza degli enti sensibili è instabile e transitoria. Dall'altra Parmenide, secondo il quale l'unica verità è che la realtà è un "tutto indivisibile".

    Questa interpretazione dei due filosofi è riduttiva, ma Platone si serve strumentalmente della loro contrapposizione per illustrare la dialettica tra Unità del Soggetto (parmenidea), e Molteplicità dell'Oggetto (eraclitea), ovvero l'Opposizione dialettica archetipica tra Forme che si implicano reciprocamente. I Pitagorici hanno custodito e trasmesso una chiave formale, un diagramma, che consente di scomporre logicamente un Intero, la Realtà stessa, in parti ben definibili, e questo metodo, deduttivo e strutturale, può essere applicato ai fenomeni, al pensiero e al linguaggio.

    Le Forme che risultano da questa partizione sono un numero finito di elementi stabili ed eterni, in grado di "frantumare" e "fluidificare" la monolitica Unità parmenidea, e al tempo stesso, "ricomporre" e "stabilizzare" la fluida Molteplicità eraclitea. Questo diagramma, statico e allo stesso tempo dinamico, si propone di scandire le tappe della trasformazione della realtà, il "Divenire", attraverso un doppio movimento di Scomposizione e di Composizione, che si riflette nel processo stesso del pensiero.

    Così, nel Fedro, Platone affida a Socrate un giudizio molto preciso su questo antico metodo. "I processi di Composizione e Scomposizione che ci mettono in grado di pensare e parlare mi appassionano molto, e se ritenessi un altro uomo in grado di comprendere come l'Unità sia capace per natura di implicare la Molteplicità, io seguirei le sue orme come fosse un Dio. E non so se sia giusto o sbagliato il nome che dò a coloro che sono in grado di fare questo, ma io li ho sempre chiamati 'i Dialettici'."

    Platone trova in Socrate un mentore e in Pitagora un vero maestro, poiché il filosofo di Samo ha trasmesso un metodo in grado di definire gli oggetti di conoscenza e conciliare razionalmente cose che appaiono opposte e inconciliabili. Platone ambisce così ad applicare, per analogia strutturale, il Cosmo di Pitagora alla sfera dell'interiorità umana, cercando nelle Forme, una precisa definizione delle Idee eterne e immutabili. Al maturare della sua visione, a una delle antiche domande di Socrate su cosa sia l'essenza di ciò che chiamiamo "il Bene", Platone arriverà a rispondere che "il Bene" è un'Idea che trae la sua essenza da una Forma specifica, quella dell'Identità, che conduce all'Unità. È però ancora presto per chiarire il significato di questa affermazione, perché la corretta comprensione delle Idee non è possibile in assenza della chiave pitagorica che struttura le Forme. La verità e la necessità di questa affermazione si chiariranno man mano nel corso del nostro racconto. Al Principio!

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica