In questo video, Elias Artista conclude la terza tappa del percorso dedicata alla Metafisica, affrontando uno dei conflitti più profondi della storia del pensiero: la frattura tra Idealismo ed Empirismo. Si chiarisce la differenza fra “Realtà” ed “Esistenza”: la Metafisica, o “Scienza della Logica”, non afferma "l'esistenza" di oggetti astratti, ma si limita a indagare la "sussistenza" di vincoli trascendenti che modellano i fenomeni. Al filosofo, l’Idealismo chiede un impegno totale e assoluto per una trasformazione interiore radicale, e cioè il passaggio dalla “Logica della Parte” alla “Logica del Tutto”. Sul piano esistenziale, abbracciare l’Idealismo significa assumere una posizione consapevolmente anti-moderna: lo scopo non è adattarsi al proprio tempo, ma misurarsi con l’eternità.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    In questo ultimo frammento della terza tappa dedicata all'esplorazione del termine Metafisica, vorremmo illustrare uno dei conflitti più profondi in seno alla Filosofia. Nel decidere dove cercare una verità che possa placare la nostra sete di conoscenza, se negli oggetti sensibili o in quelli intelligibili, il pensiero filosofico viene radicalmente spaccato in due dalla contesa tra Idealismo ed Empirismo, a partire in modo ufficiale, almeno sul piano accademico, dalla critica di Aristotele alle Idee platoniche.

    Per spiegare in cosa consista la conoscenza secondo la visione idealistica, Platone ci ha lasciato in eredità due immagini: il diagramma della Linea Divisa e il Mito della Caverna. Abbiamo già parlato della Linea Divisa, dove Platone afferma che la verità risiede indubitabilmente nella tensione verso l'alto. Il Pensiero e il Linguaggio aiutano l'uomo ad ascendere verso la verità oggettiva, a patto che coltivi il distacco interiore dai sensi. Con questo, naturalmente, non si intende un monastico “ritiro dal mondo”, come attestano le sue riflessioni politiche, ma una netta presa di distanze dal pensiero empirico.

    Nel Mito della Caverna, l'intuizione delle Forme viene paragonata alla visione diretta dei “corpi” ideali, contrapposta alla percezione delle “ombre” fenomeniche. Nella sua metafora più famosa, Platone paragona l'uomo a un individuo incatenato all'interno di una caverna. Egli è rivolto verso la parete e osserva le ombre degli oggetti che la luce alle sue spalle proietta di fronte a lui, ritenendole “reali”. Il filosofo, invece, è colui che è riuscito a rompere le catene e, uscito dalla caverna, vede i veri corpi che proiettano quelle ombre. Nel nostro diagramma, la “caverna” è tutto ciò che si trova sotto la linea che separa il Mondo Sensibile da quello Intelligibile.

    Nonostante Platone sia molto netto nell'escludere i sensi come veicolo di “vera” conoscenza, nel corso della storia la Filosofia cercherà di sviluppare invece l'eredità aristotelica, dando vita a una posizione antitetica all'Idealismo: l'Empirismo, che non attribuisce alcuno status di “oggettività” a tutto ciò che pretenderebbe di trascendere il Mondo Sensibile. Alcuni empiristi classici, ad esempio Berkeley o Hume, negano uno status autonomo alle astrazioni. Secondo questa posizione, soltanto ciò che rientra nel campo della nostra esperienza sensoriale può essere accolto come “esistente” e quindi indagato.

    Dal punto di vista idealistico, invece, i concetti di 'Realtà' ed 'Esistenza' devono essere accuratamente scissi. 'Realtà' è infatti un concetto più esteso di 'Esistenza', dal momento che include non solo tutto ciò che trova collocazione nello Spazio e nel Tempo, rientrando quindi nello spettro della percezione sensoriale umana, ma include anche vari oggetti colti dal pensiero, come gli oggetti logici e matematici.

    La sfera del Pensiero contempla due tipi di oggetti: i primi sono astrazioni concettuali di Fenomeni, semplici “rappresentazioni”, quelli che Kant chiamerà 'Concetti Empirici'. I secondi non sono “rappresentazioni”, poiché non sono generati da alcun processo di astrazione. Kant li chiamerà 'Concetti Puri' o 'a-priori'.

    Ora, per l'Idealismo Realista platonico, i veri oggetti dell'indagine metafisica non sono i Concetti Puri, ma le Forme archetipiche di cui i Concetti Puri sono i riflessi. Se noi eliminassimo dal quadro gnoseologico il Mondo Intelligibile come fa Kant, saremmo costretti ad ammettere che i Concetti Puri siano prodotti dalla mente stessa. Dovremmo però anche ammettere, di conseguenza, che sia la mente a produrre le leggi della Fisica, anziché rispecchiarle. Kant intende studiare le “condizioni di possibilità del pensiero”, ma non le indaga in quanto “vincoli trascendenti”, come Platone. Studia cioè il riflesso, ma non la sagoma che produce il riflesso. Affronteremo questo nodo nel capitolo “Nous”.

    Proviamo per un momento a eliminare la quarta dimensione gnoseologica dal nostro quadro, per emulare la posizione dell'Empirismo. La logica empirista restringe e sovrappone lo status di 'Realtà' a quello di 'Esistenza'. Priva di questa distinzione, non può non avvertire nel termine “Idealismo Realista”, con cui si definisce la posizione di Platone, una contraddizione in termini.

    Scrive ad esempio Enzo Melandri, in tono fortemente critico: «Si usa il termine "realtà ideale", contrapposto a "realtà effettuale", senza avvertire la contraddizione tra i termini "reale" e "ideale". Forse la Filosofia, nel tentativo fallimentare di dare una norma precisa a questo genere di discorsi, ha gettato su di essi il discredito che spetta alle teorie illusorie, delusive e autoconfutatorie». Melandri avverte una contraddizione perché, assumendo implicitamente la sovrapposizione fra 'Realtà' ed 'Esistenza', è costretto a concludere che tutto ciò che “non esiste” non è reale. Ma questo è un presupposto, non un risultato, una posizione pregiudiziale che inficia il resto della riflessione.

    A questo punto Socrate potrebbe porre una delle sue domande irritanti, ovvero: “La Logica è reale?”, oppure “La Logica esiste?”. Parliamo di 'Logica' poiché è un fondamento certissimo, capace di decidere la verità o la falsità dei giudizi umani, al punto che, per un logico di professione, tale oggetto del pensiero è solido e concreto quanto e più di un oggetto empirico. In risposta, alcuni empiristi lo definirebbero come un semplice “strumento” per organizzare la conoscenza, sorvolando sul fatto che uno strumento è indubitabilmente un oggetto d'uso, sebbene astratto. Inoltre, se si conferisse a tale “strumento”, “convenzione”, “astrazione linguistica” o comunque lo si voglia definire, uno status di “irrealtà” o “inesistenza”, non sarebbe neppure possibile definirlo “strumento”, dal momento che per la logica empirista non è possibile attribuire alcuna proprietà a qualcosa che di fatto “non esiste”.

    Le fragili giustificazioni non bastano a risolvere la contraddizione insita nella posizione di partenza. Dall'altra parte, invece, la risposta dell'Idealismo alla domanda se la Logica esista, è: “No, la Logica non esiste, ma modella l'esistente”. Se questa frase suona assurda, significa che la si affronta ancora da un punto di vista empirico. Il senso della frase possiede delle implicazioni profonde, e superare l'apparente contraddizione senza eliminare uno dei due termini produce una vera e propria trasformazione logica.

    Per l'Idealismo, l'ampiezza del concetto di Realtà è direttamente proporzionale all'ampiezza dell'architettura logica del soggetto conoscente. In passato alcuni teologi hanno tentato la curiosa operazione inversa, ossia hanno cercato di estendere il concetto di 'Esistenza' a quello di 'Realtà', cimentandosi ad esempio nella prova filosofica dell'esistenza di Dio. Riuscire a dimostrare questo argomento era generalmente considerato una conquista; dal canto suo Kant ha già dimostrato l'inconsistenza di questi proclami, considerandoli come errori logici.

    Qui ovviamente non mettiamo in discussione la fede, ma il linguaggio logico con cui la Filosofia ha cercato di affrontare il problema. Invece di “provare l'esistenza di Dio”, nel cui tentativo è già implicita la debolezza dell'assunto, la Metafisica intende dimostrare la “sussistenza dell'Idea di Dio”, che non è un prodotto della Teologia, della Psicologia o della Sociologia, ma una Idea-Forma della Realtà.

    La Metafisica, intesa come “Scienza della Logica”, non indaga “l'esistenza” di qualsivoglia oggetto, ma la “sussistenza” di vincoli trascendenti, e provvede alla loro espressione formale attraverso la Geometria Ideale.

    Ciò che ci preme sottolineare qui è che l'Idealismo sostiene una distinzione importante: la Realtà comprende oggetti che esistono, e cioè che hanno una collocazione nello Spazio e nel Tempo, e che possono quindi essere esperiti dai sensi, e oggetti che sussistono, che possono essere colti dalla mente. Sono tutti reali, appartengono cioè a questa realtà, e prova ne è il fatto che anche gli oggetti che “non esistono” sono capaci di generare potenti effetti di natura fisica, come accade per l'Idea di Dio, nel cui nome gli esseri umani producono ogni istante un numero incalcolabile di fatti empirici.

    Scrive William James: «Questa subordinazione della nostra mente alle astrazioni è uno dei fatti cardinali della nostra costituzione umana. Esse ci polarizzano, ci magnetizzano. Noi ci volgiamo verso di esse e ce ne allontaniamo. Le cerchiamo, le tratteniamo, le odiamo e le amiamo, proprio come se fossero tanti esseri concreti. Ed esse sono di fatto "enti reali" che abitano un loro regno, e sono reali tanto quanto lo sono gli oggetti mutevoli dei sensi.»

    L'Idea, ovvero il correlato concettuale di una specifica Forma, non è “l'ipostatizzazione di un concetto”, ma è una funzione logica e strutturale della Realtà, che dirige e modella le vite degli uomini. Quando l'Arte si appropria della Forma, dotandola di attributi antropomorfi, essa diventa “un Dio”. Per la Metafisica, 'Idea' e 'Dio' sono termini analogici, come vedremo nei prossimi capitoli.

    La domanda è quindi questa: possiamo indagare la Realtà estromettendo un oggetto come l'Idea di Dio, solo perché non risponde ai canoni di 'Realtà' o 'Esistenza' della logica empirista? Ovviamente, dal punto di vista metafisico, la risposta è “no”. Questo è il motivo per cui nell'antichità il concetto di 'scienza' era più ampio di quello attuale. La Filosofia includeva la Scienza, esattamente come il Tutto (la Realtà) include la Parte (ovvero l'Essere).

    L'uomo è letteralmente plasmato dalle Idee-Forme, molto più che dal contatto fisico con i corpi. Anzi, nella prospettiva idealistica, più l'oggetto del pensiero è astratto e universale, più grandi saranno le trasformazioni che produrrà nel mondo fisico.

    Dunque, se per studiare il Mondo Sensibile abbiamo bisogno della Scienza, per studiare il mondo delle Idee-Forme abbiamo bisogno della Filosofia metafisica.

    Tuttavia, l'interdipendenza tra Realtà ed Essere non può rimanere una semplice nozione da immagazzinare in memoria. Comprendere l'Idealismo significa mettersi in gioco in modo totale e assoluto. Infatti, il soggetto conoscente deve diventare l'oggetto della propria conoscenza, poiché le Forme archetipiche che strutturano la Realtà sono riflesse dentro di lui. Se la direzione dell'indagine non si inverte, cioè dagli oggetti esterni a quelli interni, può esserci Sapere (Dianoia), fino all'erudizione estrema, ma senza alcuna Comprensione (Noesis), cioè nessuna conoscenza di come tali contenuti si relazionino tra loro in modo architettonico.

    Abbacciare l'Idealismo significa qualcosa di più che conoscere le nozioni contenute nella teoria. Significa non solo coglierlo dal punto di vista intellettuale, ma essere disposti ad affrontare in prima persona una trasformazione interiore, un passaggio dalla Logica della Parte, quella di cui siamo naturalmente dotati in quanto individui, alla Logica del Tutto. Significa intraprendere un percorso che, se condotto in modo sincero e profondo, non può lasciarci identici al nostro io di partenza.

    L'idealismo afferma che la mente umana è in grado di “intuire” le Forme metafisiche archetipiche; dal momento che la percezione dei Fenomeni colti dai sensi ne offusca e ne confonde la “visione”, per ritrovare le Forme la mente deve essere istruita a ignorare le differenze materiali. Ignorare, cioè, gli stimoli necessari a garantirci la sopravvivenza come individui fisici. Questo atteggiamento conoscitivo comporta una certa autodisciplina e un certo “distacco” dal mondo. È il motivo per cui il pensiero sintetico, intento coscientemente a perseguire la via dell'unità di tutte le cose, è un pensiero “spirituale”; non nel senso di “religioso”, ma nel senso di “non-materiale”. Un atteggiamento inscindibile da una certa condotta volta al dominio delle sensazioni fisiche perturbanti, atteggiamento che dà origine a una particolare visione dell'esistenza.

    La razionalità di fondo del progetto metafisico stabilisce poi un discrimine nell'atteggiamento di base del soggetto conoscente. Un soggetto intimamente convinto che la Realtà sia il prodotto di libere scelte individuali, non arriverà mai, per auto-limitazione, a intravedere “le regole” da cui il Mondo Sensibile è modellato. Per riprendere la metafora degli scacchi, per lui il movimento sulla scacchiera sarà soltanto l'esito delle scelte dei singoli pezzi.

    L'Idealismo nasce invece dalla convinzione che qualcosa di invisibile ci spinga a muoverci sulla scacchiera in modi e direzioni che non comprendiamo del tutto. La cultura moderna, così pregna di individualismo e di fiduciosa autodeterminazione, si ribella a questa opprimente “gabbia ideale”.

    Sostenere l'Idealismo Realista significa quindi essere non tanto “pre-moderni”, quanto consciamente “anti-moderni”. Questo perché “essere moderni” significa arrendersi al proprio tempo, fluire con esso.

    L'Idealismo, al contrario, non ha come orizzonte la contemporaneità, ma l'eternità. Non aspira a rendere la coscienza individuale adattabile al contesto in cui vive, ma dolorosamente apolide e inattuale.

    Il filosofo che arriva spontaneamente alla Metafisica, non è né il sognatore innamorato dei suoi pensieri, né il devoto sentimentale. È semplicemente il “pezzo” che avverte di essere mosso sulla scacchiera da qualcosa che lo trascende e che studia il modo per affrancarsi grazie alla comprensione delle regole invisibili.

    La nostra terza tappa, viandante, si conclude qui. Nel prossimo capitolo affronteremo il modo in cui, nel corso della storia, la Metafisica è stata travisata, occultata, riscoperta e dimenticata. «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica