In questo video, Elias Artista ricostruisce cosa accade alla Filosofia moderna quando viene privata della “quarta dimensione” gnoseologica: il Mondo Intelligibile. Come testimonia Lotze, l’Idealismo speculativo viene progressivamente sostituito dall’indagine empirica, mentre la Filosofia perde territori a favore della Scienza, della Psicologia e della Semiologia, fino a scivolare sullo sfondo. Si pone in rilievo l’inquietudine di una disciplina costretta a ridefinire continuamente il proprio ruolo e la propria intrinseca “inattualità”. Si apre quindi la questione del senso: il tramonto del Cosmo, la deriva nichilistica dopo la “morte di Dio” sancita da Nietzsche, e lo spostamento di significato di "Cosmo" all’interiorità moderna. La tesi di fondo è che non occorre inventare un nuovo compito per la Filosofia: il suo ruolo originario è l’indagine dell’Intelligibile, accessibile non con i metodi della scienza ma con la capacità logico-sintetica della mente. Con la metafora del pendolo di Goethe, Elias Artista accarezza l’ipotesi dialettica di un futuro ritorno dell’Idea-Forma.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Ernst Cassirer, Storia della Filosofia Moderna, Vol. IV, 1958, Einaudi, Torino, p. 37.
- Francesco Barone, Logica Formale e Logica Trascendentale vol. I - Da Leibniz a Kant, Edizioni di Filosofia, Torino, 1957, p. VI.
- Martin Heidegger, Introduzione alla Metafisica, Mursia, Milano, 1990, p. 20.
- Charles Taylor, Hegel, Cambridge University Press, Cambridge, 1975, p. 6.
- Richard Tarnas, Cosmos and Psyche, Viking Penguin, Londra, 2006, p. 22.
- J. W. Goethe, Sprüche in Prosa. Sämtliche Maximen und Reflexionen, n. 540, Insel Verlag, Francoforte/Lipsia, 2005.
Letture integrative
- Ernst Cassirer, Gli antichi e l’origine della Scienza Esatta, Ed. G. Borbone, Scuola di Pitagora Editrice, Napoli, 2021.
Trascrizione del video
Nello scorso video, illustrando il quarto movimento di trasformazione della Filosofia, abbiamo parlato del ruolo del Simbolo come “ponte” per ricostruire la struttura del Mondo Intelligibile. In questo ultimo video, proveremo a rispondere a una domanda di natura storica: cosa accade alla Filosofia, una volta deprivata della quarta dimensione gnoseologica?
Nella seconda metà dell’Ottocento, Herman Lotze scrive:
“Lo sviluppo necessario di verità sintetiche da un principio supremo è stato forse il compito della Dialettica platonica, sebbene ancora indeterminato nell’Idea. Lo si può ritenere, a ragione, il fine verso cui era diretto il rinnovamento hegeliano di questo antico sforzo. Da questi tentativi, la nostra epoca è passata con molta sobrietà all’ordine del giorno, a quell’inesauribile indagine empirica, la cui incompletezza ha paralizzato il volo audace dell’Idealismo hegeliano. Nonostante l’idolatria universale dell’esperienza che predomina oggi, confesso di ritenere proprio l’intuizione speculativa, spesso oltraggiata, come il supremo e nient’affatto irraggiungibile traguardo della scienza. Con la speranza che, con più moderazione e riservatezza, ma con uguale entusiasmo, l’Idealismo risorga ancora, nel tentativo non solo di ‘calcolare’, bensì di ‘comprendere’ il corso del mondo.”
Dopo Hegel, che, nel riesumare Platone, appare un fenomeno pressoché unico, contemporaneamente in anticipo e in ritardo sul suo tempo, non si può più parlare di Filosofia senza ancorarla a una delle tre dimensioni ammesse dalla gnoseologia moderna: Mondo Sensibile, Pensiero e Linguaggio. Tuttavia, a causa di questo limite autoimposto, tutti i problemi della conoscenza sollevati dalla Filosofia vengono un attimo dopo assorbiti dalla Scienza, dalla Psicologia o dalla Semiologia, le discipline che esplorano in modo specialistico le tre rispettive dimensioni. In questa situazione, la Filosofia scivola costantemente sullo sfondo.
Scrive Cassirer:
“La Filosofia si fa imprimere da ognuna delle scienze particolari un determinato indirizzo. Ci sono quasi altrettante tendenze particolari sulla teoria della conoscenza, quante sono le discipline e gli interessi scientifici particolari.”
Ecco allora quel profondo disagio che scaturisce dalla difficoltà di trovare per la Filosofia, privata della sua quarta dimensione, un ruolo unico ed esclusivo. Così i filosofi si vedono costretti a moltiplicare gli sforzi per ritagliare alla disciplina un ambito e una funzione anche in posizione ancillare. Scrive Francesco Barone:
“Quando quell’atteggiamento teoretico originario dell’uomo di fronte alla realtà del mondo e al suo significato, nel quale si fanno valere indistintamente istanze scientifiche e filosofiche, si specifica in direzioni nettamente delineate che danno origine a scienze autonome, con metodi e oggetti propri, la ricerca filosofica perde molti domini ritenuti per lungo tempo di sua esclusiva competenza. Vede però acuire in sé l’esigenza di una più accurata determinazione di ciò che è ‘Filosofia’ in senso stretto, la quale non è riducibile né alle singole scienze né al loro complesso.”
La riflessione filosofica intravede con notevole anticipo nuovi territori che saranno oggetto di conquista da parte della Scienza, per poi tornare nelle retrovie, perché all’atto della scoperta le viene chiesto di farsi da parte, di ripiegare, e lasciar lavorare gli “specialisti”. Ci si domanda allora, in modo legittimo, se la Filosofia sia destinata a vivere costantemente in avanscoperta e retroguardia, nell’analisi del passato o nella previsione del futuro, ma mai nella convalida del presente. Scrive Martin Heidegger:
“La Filosofia è, per sua stessa essenza, inattuale. Essa appartiene infatti a quel genere di cose il cui destino è di non trovare mai una immediata risonanza nel presente e anche di non doverla mai incontrare. Allorché qualcosa di simile accade, quando una Filosofia diventa di moda, allora, o non si tratta di vera Filosofia, oppure essa risulta sviata dal suo senso e indebitamente sfruttata per scopi qualsiasi a lei estranei, piegata a esigenze del momento.”
Questa forma di inattualità potrebbe essere interpretata come un difetto, oppure come una intrinseca predisposizione a una quarta forma di temporalità, ovvero all’eternità. Il concetto di eternità, scomparso ormai da tempo dall’orizzonte moderno, implica il richiamo a un ordine strutturale immutabile, esterno alla mente, ovvero una realtà interpretata come un Cosmo. Nel passato, come scrive Charles Taylor, “il soggetto si definiva in relazione a un ordine cosmico”.
Il filosofo moderno, ignaro della sua collocazione in un Cosmo, o nel consapevole rigetto di un ordine metafisico, cerca di auto-definirsi e cerca di fluire nel presente, adattandosi alle condizioni imposte dalla Storia. Tuttavia il concetto di Cosmo contiene in sé due aspetti antitetici, che nell’animo umano provocano, allo stesso tempo, angoscia e conforto: da una parte abbiamo una rigida struttura gerarchica della realtà, una “gabbia per il pensiero”; dall’altra un ordine che rivela il significato e il senso delle cose che vi sono collocate all’interno. Liberandosi dalla “gabbia”, l’uomo perde anche il senso, perché questo è il carissimo prezzo della libertà. Scrive Richard Tarnas:
“Ciò che un tempo permeava il mondo come Anima Mundi è ora considerato proprietà esclusiva della coscienza umana. Il sé umano moderno ha essenzialmente assorbito significati e scopi nel proprio essere interiore, svuotando il Cosmo archetipico di ciò che, un tempo, ne costituiva la natura essenziale.”
A livello collettivo, il senso è andato alla deriva a causa della strabordante vittoria del pensiero individualistico. Privo infatti di una struttura trascendente di riferimento, il senso vaga, disarticolato, nelle lande del Nichilismo, profetizzato con acume straordinario da Nietzsche, una delle voci critiche più lucide e corrosive che l’umanità abbia mai ascoltato. La sua profezia sulla “morte di Dio” ha trascinato nel baratro anche la Metafisica, perché fusa da lungo tempo con la Teologia.
Ma se l’uomo, privato di Dio, è costretto a rinunciare alla Religione al prezzo di perdere il senso della propria esistenza, il filosofo non può fare a meno del Mondo Intelligibile. Esso non può crollare assieme ai dogmi della Religione, perché non è un elemento estrinseco, ma strutturale, sia della nostra psiche, sia della realtà che in essa si riflette. Se la Teologia, che aveva preso possesso della Metafisica sin dai tempi di Filone Alessandrino, sprofonda sotto il peso dei propri contenuti irrazionali, la Metafisica ha il dovere di abbandonarla al proprio destino, senza rimpianti.
Kant ha chiuso a chiave la Filosofia nella dimensione della mente in cui Aristotele l’aveva relegata; la Matematica l’ha forzata a imparare un linguaggio perfetto, ma sterile; col divieto di trascendere il dato empirico, la Scienza l’ha accecata, privandola del suo occhio speculativo. La domanda è allora: così come è stata ridefinita, la Filosofia possiede ancora un proprio ruolo? È ancora in grado di rispondere alle esigenze di senso dell’umanità e alle sfide del presente?
Questo racconto proverà a sostenere che non è necessario inventare un nuovo ruolo per la Filosofia: lo si ritrova alle origini. Il ruolo da cui non potrà mai essere scalzata è quello per cui è nata, ossia l’indagine su una dimensione, quella intelligibile, che non può essere indagata attraverso i metodi della Scienza, ma che si rivela solo grazie alla capacità logica della nostra mente. E la piena reintegrazione della quarta dimensione potrebbe segnare l’apice della fase nichilistica della cultura occidentale e il ripristino del senso.
Ma Platone aggiungerebbe qui, e in modo drammaticamente vero, che non esiste una risposta che possa valere per l’intero genere umano, poiché la comprensione è condizionata dal livello noetico di ciascun individuo. Per alcune coscienze, anche molto acute, la Filosofia è una splendida occupazione marginale, per altre, un totale spreco di tempo. Per Platone, la Filosofia non è un fenomeno orizzontale, ma verticale.
Essa potrebbe forse incidere sulla società, nel caso in cui un manipolo di coscienze al massimo livello noetico si adoperasse per il governo equanime degli uomini, secondo i dettami della Ragione. Allo stato attuale, però, la proposta platonica di una Epistemocrazia confligge in modo inevitabile con l’attualità e l’ideologia della cultura di massa, che etichetta tale visione come elitismo nel senso deteriore del termine.
È sempre difficile osservare e descrivere il tempo nel quale si vive, ma, al di là della sua funzione sociale, nel futuro della Filosofia riusciamo a scorgere, in lontananza, il ritorno dell’autentica Metafisica. Ha scritto Goethe:
“Attraverso i colpi del pendolo si regola il tempo. Attraverso il movimento alternato dall’Idea all’Esperienza si governa il mondo morale e scientifico.”
La metafora del pendolo di Goethe rappresenta il movimento dialettico della realtà, e ad oggi il pendolo è sbilanciato tutto verso la Scienza e il Fenomeno. Tuttavia, quando esso tocca uno degli estremi, l’energia cinetica è minima, e l’energia potenziale è massima. La forza di gravità agisce quindi per riportarlo al centro, per poi condurlo all’estremo opposto. Noi sappiamo che questa forza, prima o poi, tenderà a farlo tornare verso l’Idea, ma non sappiamo esattamente quando.
Il ritorno dell’Idea-Forma è reso possibile dalla tensione che ogni epoca produce grazie all’eccesso raggiunto. Il pendolo torna indietro, perché la struttura stessa della realtà non tollera la permanenza indefinita in uno stato di squilibrio. Non si tratta di una profezia mistica, ma di un’ipotesi profondamente logica e dialettica.
Tuttavia, prima di poter essere pienamente reintegrata nel proprio ruolo, la Filosofia Metafisica deve superare gli ostacoli del presente, e il presente fatica a riconciliarsi con l’Idealismo Realista di Platone, perché ne possiede una concezione distorta. Dal momento che una valida difesa non può fondarsi su dichiarazioni vage o entusiastiche, l’attacco di Kant a Platone è la questione cruciale che affronteremo nella nostra prossima tappa, intitolata Nous. «Al Principio!»