In questo video, Elias Artista abbozza le linee portanti del sistema trascendentale kantiano e l’incontro tra Sensibilità e Intelletto: dai dati grezzi del Fenomeno si passa alla loro unificazione mediante forme a priori e Concetti Puri. Kant denuncia l’auto-inganno prodotto da un uso improprio di tali Concetti Puri: separandoli dal loro impiego legittimo nell’esperienza, i filosofi li trasformano in strumenti per edificare mondi collocati “oltre” l’esperienza. Elias mette quindi in luce convergenze e divergenze tra Kant e Platone: la convergenza sta nell’individuare vincoli formali universali; la divergenza nel metodo e nello statuto di tali vincoli, che Kant deduce “dal basso” e limita all’esperienza possibile. Da qui, secondo la prospettiva platonica dell’Archilogon, il rischio di modellare l’ideale su dinamiche empiriche, ad esempio assumendo indebitamente il principio di causalità come principio valido anche per il Mondo Intelligibile.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Per Kant, la conoscenza nasce dall'incontro di due funzioni del nostro apparato conoscitivo: la Sensibilità e l'Intelletto.

    In un primo momento c'è l'incontro sensoriale con il Fenomeno, ciò che appare di fronte a noi. Questo primo materiale è un flusso non ancora organizzato di dati, pura impressione. Per diventare conoscenza, tale flusso deve essere ordinato e unificato secondo delle regole, e tali regole sono determinate dall'Intelletto.

    Dall'elaborazione del materiale sensibile nascono i Concetti Empirici, cioè rappresentazioni generali ottenute confrontando molte percezioni e astraendo ciò che esse hanno in comune. Ad esempio, in base alla percezione di una molteplicità di individui, la mente è capace di elaborare il Concetto Empirico di uomo.

    Accanto a questi Concetti Empirici, Kant pone i Concetti Puri dell'Intelletto. Essi non scaturiscono da percezioni sensibili, ma precedono l'esperienza, e per questo vengono detti a priori. Non sono immagini ricavate dai sensi: sono funzioni o forme del pensare, grazie a cui il molteplice dell'esperienza può essere unificato sotto regole, diventando conoscenza oggettiva.

    Questi Concetti Puri sono in numero limitato, e Kant li raccoglie nelle celebri Tavole, di cui parleremo più avanti.

    La nostra tesi di fondo è che il percorso grazie al quale Kant deduce i Concetti Puri finisce per isolare, in forma di elenco funzionale, le stesse strutture che, nella nostra lettura, corrispondono alle Forme pitagoriche e platoniche, espresse attraverso un diagramma archetipico.

    Tuttavia, poiché la tradizione aristotelica aveva reinterpretato le forme platoniche come elementi di una “nuova ontologia”, generando pseudo-metafisiche, Kant cerca di sbarazzarsi di questa tradizione ingombrante, ripartendo da zero nell'indagine sulle condizioni formali della conoscenza. Il nesso tra Concetti Puri e Forme verrà argomentato in dettaglio nel capitolo dedicato alla ricostruzione del diagramma.

    Nello scorso video abbiamo raccontato il progetto di Kant, e cioè quello di rifondare la Metafisica, disciplina che per lui coincide con la Filosofia nel senso più alto. Per aspirare ad essere vera scienza, la nuova Metafisica dovrà rinunciare a una pretesa antica, ovvero parlare come se potesse conoscere direttamente il cosiddetto Mondo Intelligibile.

    Kant non sostiene che quel mondo non esista, afferma invece che con i nostri limitati mezzi noi non possiamo conoscerlo:

    “Fin dalla più antica età della Filosofia, i filosofi speculativi hanno ammesso, oltre agli esseri sensibili, o Fenomeni, in cui consiste il Mondo Sensibile, dei particolari ‘enti intelligibili’, i Noumeni, che sarebbero a fondamento del Mondo Intelligibile. Poiché tali filosofi credevano che la parvenza, e cioè il Fenomeno, e l'apparenza illusoria fossero la stessa cosa, essi erano indotti ad attribuire soltanto agli enti intelligibili una vera realtà.

    Quando noi consideriamo giustamente gli oggetti dei sensi quali semplici Fenomeni, apparenze, implicitamente stiamo ammettendo che questi Fenomeni abbiano a loro fondamento una cosa in sé, benché non ci sia dato conoscerla così come essa è ‘in se stessa’, giacché noi possiamo conoscere soltanto il Fenomeno, e cioè il modo in cui questo oggetto ignoto impressiona i nostri sensi.

    La mente, quindi, per il fatto stesso di ammettere i Fenomeni, è costretta ad ammettere anche l'esistenza di ‘cose in sé’. Possiamo dire che la rappresentazione di questi enti che stanno a fondamento dei Fenomeni, vale a dire la rappresentazione dei puri enti intelligibili, è non soltanto legittima, ma inevitabile.

    Anche la nostra deduzione critica non esclude in alcun modo tali enti intelligibili, ma con questa restrizione rigorosa e ineccepibile, ovvero che noi non sappiamo, né possiamo saper mai nulla di concreto intorno a tali enti intelligibili, perché i nostri concetti puri e le nostre intuizioni pure si riferiscono esclusivamente agli oggetti di cui è possibile fare esperienza, e quindi ai soli enti sensibili. Non appena si abbandonano questi enti sensibili, gli enti intelligibili perdono senso e valore.”

    Kant, dunque, non nega che possa esistere qualcosa di trascendente che stia a fondamento del Fenomeno. Dice invece che se anche esistesse, e lui non lo esclude, noi non potremmo conoscerlo direttamente. Possiamo nominarlo, possiamo perfino sentirci costretti ad ammetterlo come presupposto, ma senza un ancoraggio nell'esperienza, ogni ipotesi resta una mera congettura priva di riscontri oggettivi.

    Qui Kant colpisce un bersaglio preciso, ossia la tentazione di indagare il trascendente, come se fosse un oggetto a portata di mano, collocato semplicemente oltre l'esperienza. In quel momento la mente non sta “scoprendo” qualcosa: sta invece proiettando fuori di sé le proprie strutture logiche, per poi confonderle con la realtà.

    Ma cosa immagina Kant quando parla di Mondo Intelligibile? Nel linguaggio ereditato dalla tradizione post-aristotelica, ciò che viene chiamato Mondo Intelligibile tende a essere immaginato come una realtà alternativa al Mondo Sensibile. E se questa è l'immagine che domina, allora la critica di Kant appare inevitabile.

    Molte metafisiche a lui precedenti, condizionate dalla Teologia, sono costruzioni fantastiche, impossibili da verificare e impossibili da confutare. Per rendere la Filosofia una scienza, Kant propone un cambio di rotta: non più una “metafisica del trascendente”, ma una ricerca trascendentale, cioè uno studio severo delle condizioni che rendono possibile l'esperienza, e con essa la conoscenza.

    Per usare una metafora, Kant sposta l'attenzione dall'oggetto, collocato davanti allo specchio, all'immagine che si forma sulla superficie dello specchio, e alle leggi della riflessione che producono tale immagine.

    Secondo Kant, infatti, l'esperienza non è un semplice dato da cogliere in modo obiettivo: il dato viene strutturato da forme a priori, e da Concetti Puri, che ordinano i contenuti sensibili. Capire la natura di queste forme è essenziale, perché proprio da esse nasce un'illusione potente, un autoinganno.

    La mente prende infatti questi Concetti Puri, e li separa dal loro uso legittimo, credendo di poterli utilizzare per descrivere un mondo collocato al di là dell'esperienza:

    “Dobbiamo ammettere che i nostri Concetti Puri ci spingono insidiosamente verso un uso trascendente degli stessi, ‘trascendente’ nel senso che oltrepassa ogni possibile esperienza. Essi ci spingono a tale uso, perché i nostri concetti di Sostanza, Forza, Azione, Realtà, sono indipendenti dall'esperienza, non contenendo alcun elemento fenomenico, e perciò ci sembrano realmente riferirsi a ‘cose in sé’, e cioè Noumeni.”

    I Concetti Puri che la nostra mente produce, come Sostanza, Forza, Azione, Realtà, ci fanno supporre che esista qualcosa di reale con questo nome, ma essi sono soltanto il prodotto della nostra attività mentale, delle categorie attraverso cui interpretiamo il mondo:

    “I Concetti Puri sembrano avere un valore e un contenuto assai più ampio di quello che essi hanno nel semplice uso dell'esperienza. E così la mente, senza accorgersene, si costruisce, a fianco della costruzione dell'esperienza, un'altra ben più grande costruzione, che popola di Concetti Puri, senza accorgersi di oltrepassare i limiti del loro uso.”

    Mentre l'uso di questi Concetti Puri può essere utile in ambito scientifico, per spiegare, ad esempio, le leggi fisiche, il loro utilizzo come “mattoni” per edificare mondi alternativi a quello sensibile, è di fatto un utilizzo improprio:

    “A darsi alla fantasia la mente comincia, in maniera innocente e legittima, immaginando nuove potenze della Natura, per arrivare infine ad entità esterne alla Natura. Insomma, per costruire ‘un altro mondo’ che l'esperienza non può né confermare né confutare.

    Questo è il motivo per cui i giovani filosofi prediligono così tanto la Metafisica a carattere dogmatico e vi dedicano tanto tempo ed energie che potrebbero applicare altrove. Fino a quando non sarà dimostrata chiaramente l'illegittimità di tali congetture metafisiche, e fino a quando la conoscenza che ha la mente di se stessa non diventerà una vera scienza, distinguendo in modo rigoroso il suo uso legittimo da quello improprio, questi tentativi non cesseranno mai.”

    Arriviamo adesso al punto chiave. Che cosa intende davvero Kant quando parla degli enti intelligibili, dei Noumeni? Il concetto scaturisce dal dibattito filosofico precedente, e porta con sé un'ambiguità inevitabile.

    Da un lato, il Noumeno è un limite, il segnale che indica dove la conoscenza non può arrivare; ma dall'altro, la presenza stessa del termine evoca un “qualcosa” collocato oltre il Fenomeno, e proprio per ciò la mente tende spontaneamente a trattarlo come uno “pseudo-oggetto”.

    Kant non intende costruire un “secondo mondo”, come fa la Metafisica dogmatica che lo precede, eppure lascia sullo sfondo un “residuo”, un “oltre” che dichiara inconoscibile, ma che il linguaggio tende a reificare. Chi ascolta finisce quindi inevitabilmente per immaginare il Noumeno come “una cosa dietro la cosa”, proprio ciò che Kant vorrebbe impedire.

    Sarebbe stato possibile evitare questo fraintendimento, a nostro avviso, soltanto chiarendo la natura ideale del Noumeno, e dichiarando la sua conoscibilità in quanto pura Forma. Il Mondo Intelligibile di Pitagora e Platone non è un altro mondo popolato da oggetti pseudo-fisici: è una struttura di Forme logiche resa visibile, per così dire, da un diagramma.

    Tuttavia Kant, al suo tempo, si porta dietro il dibattito metafisico dei secoli precedenti, già fuorviato dall'impostazione aristotelica. In base alle sue premesse, qual è il piano di Kant per arrestare la proliferazione incontrollata delle congetture metafisiche? È un criterio severo, e cioè convalidare come conoscenza solo ciò che può trovare riscontro nell'esperienza.

    Il suo sistema procede in due momenti: prima l'incontro sensibile con il Fenomeno, poi l'organizzazione di quel materiale attraverso le forme e i Concetti Puri. In breve, i sensi forniscono i dati, l'intelletto ne determina la forma.

    Ed è proprio nella ricerca e nell'elaborazione dei Concetti Puri che secondo la nostra interpretazione Kant incontra Platone. Infatti, quando Kant deduce le sue Categorie, egli non studia il prodotto di una mente particolare e la sua soggettività, ma tenta di dedurre dei vincoli formali che risiedono in una dimensione universale e oggettiva, una dimensione trascendente, proprio perché si colloca oltre la mente individuale.

    Infatti, le Forme pitagoriche e platoniche non sono altro che le famigerate condizioni di possibilità del pensiero, studiate dal sistema trascendentale. Una condizione di possibilità, infatti, non è altro che un vincolo formale, una pura Forma logica.

    Il punto di divergenza da Platone è però il metodo: Kant insiste nel determinare queste condizioni “dal basso”, a partire dall'esperienza, perché nega che gli esseri umani possiedano un'intuizione intellettuale. Egli ammette solo una intuizione sensibile. Secondo lui ciò che intuiamo nasce solo dall'incontro col Fenomeno:

    “Per mezzo dei Concetti Puri non si può pensare nulla fuori dall'ambito dell'esperienza. Essi, infatti, non fanno altro che determinare la forma del giudizio in rapporto alle intuizioni date.

    Poiché non vi sono intuizioni al di là del campo della sensibilità, viene a mancare ai Concetti Puri ogni validità oggettiva, giacché essi non possono in alcun modo essere rappresentati in concreto.

    Determinare i Noumeni che popolano il Mondo Intelligibile è quindi per noi un compito impossibile, perché la nostra mente non può intuire, ma soltanto ‘connettere’ le intuizioni che provengono dall'esperienza.

    Nell'esperienza debbono essere contenuti tutti gli oggetti corrispondenti ai nostri concetti. Fuori dell'esperienza, invece, ogni concetto perde significato, venendo a mancare l'intuizione che costituisce il suo fondamento.”

    Dal punto di vista platonico, questa limitazione imposta da Kant comporta un rischio, e cioè dedurre la logica ideale partendo da una logica empirica, proiettando, ad esempio, il principio di causalità anche su ciò che, a livello ideale, non è frutto di causa ed effetto, ma è una trasformazione logico-metafisica determinata dalla qualità del Tempo in atto.

    Questo è stato uno dei primi errori degli Aristotelici, che li aveva condotti a immaginare Dio come il motore immobile della realtà, tesi che produce delle gravi aporie. Analizzeremo più avanti questo delicato punto.

    Dichiarando i Noumeni inconoscibili, Kant cambia dunque il destino della Filosofia. Il dominio della verità, nel senso moderno di conoscenza valida, viene ristretto a ciò che può essere ricondotto all'esperienza possibile. Tutto ciò che l'uomo pretende di dire sulla realtà deve, in qualche modo, partire dal Fenomeno.

    E questo, storicamente, finirà per spostare sempre di più l'asse della Filosofia verso l'Empirismo e verso le scienze dell'uomo.

    Come vedremo meglio più avanti, diversamente dagli enti intelligibili immaginati da Kant, le Forme della Metafisica pitagorica e platonica non producono una nuova ontologia, ossia un mondo fantastico da opporre al nostro mondo. Esse non sono “cose dietro le cose”, ma puri vincoli formali.

    E in quanto vincoli, essi sono intuibili in modo primario, e la loro deduzione corretta è alla base della ricostruzione della struttura del Mondo Intelligibile. «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica