In questo video, Elias Artista prosegue nel progetto di inquadrare l’Idealismo Trascendentale di Kant nel diagramma archetipico, mettendo in luce lo spostamento dell’attenzione filosofica dalla realtà alla mente. Da qui nasce una domanda decisiva: se il mondo dei Noumeni è inattingibile, perché Kant definisce “idealista” il proprio sistema? Elias introduce quindi la critica di Schelling, secondo il quale Kant si appropria indebitamente del termine “Idealismo”, svuota l’Intuizione della sua tensione verso il trascendente, separa in modo drastico mente e realtà e finisce per costruire un impianto, a suo giudizio, inconsistente. Sul tema dell’a priori (Spazio e Tempo), Elias mette a fuoco il punto cieco kantiano: se queste forme non sono ricavate dall’esperienza, ma sono strutture potenziali della mente che si attualizzano solo nella percezione del fenomeno, a quale dimensione appartengono? Essendo universali, per Platone il “non-luogo” in cui risiedono le Forme non è la mente individuale, ma il Mondo Intelligibile.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura, II, Paralogismi della Ragion Pura, IV.
- Friedrich Schelling, Criticismo e Idealismo. (Ed. it. C. Tatasciore, Laterza, Bari, 1996, p. 15 e p. 20.)
- Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura, Introduzione, Sezione I. (Ed. it. Laterza, Bari, 2000, p. 54.)
- Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura, Quarto Paralogismo: Della Idealità. (Ed. it. Laterza, Bari, 2000, p. 557.)
- Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura, Dottrina Trascendentale degli Elementi, Parte I, Estetica Trascendentale, Sezione Prima, Dello Spazio, § 2, Esposizione metafisica di questo concetto, 1. (Ed. it. Laterza, Bari, 2000, p. 56.)
- Immanuel Kant, Dissertazioni latine, Sezione III: I principi della forma del mondo sensibile, Bompiani, Milano, 2014.
Letture integrative
- Friedrich Schelling, Sullo Spirito della Filosofia Platonica - Il Timeo di Platone: commento manoscritto (1794), ed. L. Follesa, Mimesis, Milano, 2022.
Trascrizione del video
Il sistema trascendentale di Kant, inquadrato lo corso video nel nostro diagramma archetipico, suscita delle domande, e in prima battuta questa: se il mondo delle Idee-Forme, il mondo dei Noumeni, non è attingibile, perché dichiarato “al di là” delle possibilità conoscitive umane, perché Kant utilizza il termine idealismo per definire il suo sistema?
Nella Critica della Ragion Pura propone questa risposta:
“Con ‘Idealismo Trascendentale’ intendo la dottrina secondo la quale noi consideriamo i Fenomeni come semplici rappresentazioni, e non come ‘cose in se stesse’, e per la quale Tempo e Spazio sono solo forme sensibili della nostra Intuizione. Questo Idealismo si contrappone al Realismo che considera Tempo e Spazio come ‘qualcosa in sé’, indipendente dalla nostra Sensibilità.”
Kant ci dice qui che tutto ciò che noi possiamo conoscere è soltanto una nostra rappresentazione, un semplice riflesso di “qualcosa”, e che la conoscenza diretta di quel “qualcosa” che produce il riflesso ci è preclusa. “Trascendente” è “guardare direttamente il Noumeno”, cosa che per Kant è impossibile; “Trascendentale” è invece analizzare il riflesso del Noumeno sulla superficie di quello “specchio” che è la nostra mente.
Ma questa definizione di idealismo che Kant applica alla propria dottrina, a qualcuno, come Schelling, appare un’appropriazione indebita:
“Kant prende le mosse dal fatto che il ‘primum’ nella nostra conoscenza è l’Intuizione. Questo fa presupporre che l’Intuizione sia il grado più basso della conoscenza. Essa è invece ciò che vi è di più alto nello spirito umano, ciò da cui tutte le altre nostre conoscenze ricavano il loro valore e la loro realtà. Kant dice inoltre che ciò che deve precedere l’Intuizione è un’affezione della nostra Sensibilità. Da cosa derivi quest’ultima, è un problema che lui lascia aperto. Kant qui trascura intenzionalmente qualcosa che solo più tardi apparirà come l’ultimo e il supremo problema irrisolto della Ragione.”
Schelling, da realista, si oppone al trascinamento verso il basso dell’Intuizione operato da Kant. Ma ciò che non può tollerare è soprattutto la scissione operata tra la mente umana e la realtà, due dimensioni che Kant separa in modo netto e brutale:
“Per i discepoli di Kant, il mondo e l’intera realtà è qualcosa che, originariamente estraneo al nostro spirito, non ha alcuna affinità con esso, se non quella accidentale di agire su di esso. Ciononostante dominano tale mondo, che per loro è soltanto casuale e potrebbe essere anche diverso, con leggi sconosciute che appaiono ‘impresse’ nel loro intelletto. Dobbiamo forse pensare che essi, da supremi legislatori della Natura, trasferiscano le leggi dell’Intelletto alle cose del mondo, le applichino liberamente e a loro piacimento, e che questo mondo ubbidisca al loro arbitrio? Questo avrebbe insegnato Kant? E come si deve definire tale sistema? Di certo non è ‘Idealismo’, perché ogni idealista coerente si vergognerebbe di esso, e non è nemmeno ‘Dogmatismo’. Cos’è allora? In verità non è mai esistito un sistema più ridicolo o più fantastico. La Natura non è mai stata qualcosa di diverso dalle sue leggi.”
Da realista, Schelling avverte che, delegittimando la potenziale consonanza tra ‘pensiero’ e ‘realtà’, Kant svuota l’Idealismo della tensione all’oggettività trascendente e soprattutto preclude l’accesso al mondo delle Forme, se non mediato dalla percezione di un Fenomeno.
Nella sua difesa dell’Idealismo Realista platonico, Schelling è particolarmente acceso, soprattutto perché quel termine a-priori, che Kant introduce a sostegno del suo sistema, appare inconsistente. Cosa significhi esattamente a-priori è controverso. Di sicuro Kant non può ammettere qualcosa di trascendente, perché se qualcosa sfuggisse all’empiria, riporterebbe tutto il suo sistema al cospetto di quei problemi che tentava di risolvere senza ricorrere all’immaginazione.
Scrive Kant:
“Per quanto ogni nostra conoscenza incominci con l’esperienza, non per questo tutte le conoscenze devono scaturire dall’esperienza. La nostra conoscenza empirica potrebbe essere una miscela di ciò che noi riceviamo mediante impressioni e di ciò che la nostra facoltà di conoscenza fornisce da se stessa, prendendo semplicemente spunto da impressioni sensibili. La questione quindi è se sussistano delle conoscenze che siano indipendenti dall’esperienza e dalle impressioni dei sensi. Tali conoscenze le chiamiamo ‘a-priori’, e le distinguiamo dalle conoscenze empiriche, le quali hanno le loro fonti ‘a-posteriori’, ossia a seguito dell’esperienza.”
Fra gli a-priori, ossia tra le forme non generate dall’esperienza ma da essa suscitate, ci sono innanzitutto le forme dello Spazio e del Tempo:
“Lo Spazio e il Tempo sono certo rappresentazioni ‘a-priori’ che stanno in noi come forma della nostra Intuizione Sensibile, prima ancora che un oggetto reale sia determinato dalla nostra Sensibilità. Sennonché questo ‘qualcosa’ di materiale che deve essere intuito nello spazio, presuppone necessariamente una percezione, e non può, indipendentemente da questa (che indica la realtà di qualcosa nello spazio) essere prodotto dall’immaginazione. La sensazione dunque è ciò che valida la sua realtà nello spazio e nel tempo.”
Kant afferma che se un oggetto non viene percepito e determinato quindi dalle forme a-priori di Spazio e Tempo, non può essere validato come “oggetto reale”. L’origine a-priori dello Spazio viene provata nel primo punto dell’esposizione metafisica:
“Affinché certe sensazioni siano riferite a qualcosa fuori di me, ossia a qualcosa che si trovi in un luogo diverso dal mio, e affinché io possa rappresentarmele come ‘esterne’ e accanto l’una all’altra, e quindi non soltanto come ‘differenti’, ma come poste in luoghi diversi, deve esserci a fondamento la rappresentazione dello Spazio. L’esperienza esterna è possibile solo grazie a tale rappresentazione.”
Anche l’idea di Tempo non si origina dai sensi, ma è ad essi presupposta. Di tutte le cose che cadono sotto i sensi, infatti, non possiamo giudicare se esse esistano simultaneamente oppure una dopo l’altra, se non per mezzo dell’idea di Tempo. La successione non genera il concetto di Tempo, bensì lo suscita.
Spazio e Tempo sono quindi dei presupposti. Kant afferma che l’architettura della nostra mente possiede queste forme in potenza, ma finché non vengono attivate da una percezione qualsiasi, esse rimangono latenti. Ma — e questo è il punto — nella frase “rimangono latenti” l’accento è da porre su “rimangono”, e non su “latenti”.
Perché se queste forme “rimangono”, il problema successivo è capire “dove” rimangano. Kant non è chiaro in proposito, mentre per Platone quel “non-luogo” è appunto il Mondo delle Forme, che è una dimensione trascendente, perché le Forme sussistono, cioè “rimangono”, a prescindere dall’esistenza della mente che le coglie. Di fatto, quindi, per la posizione realista, il sistema trascendentale di Kant si ferma sulla soglia.
Spazio e Tempo non sono elementi primi: presuppongono infatti una sintassi formale e archetipica che li precede, e che Kant impiega senza fondarla. Kant non si accorge, cioè, che quando tenta di spiegarci cosa siano lo Spazio e il Tempo, utilizza delle Forme archetipiche, e cioè le forme di Unità e Molteplicità. Senza l’impiego di queste due Forme trascendenti, egli non potrebbe determinare logicamente la loro differenza.
Per il sistema trascendente di Pitagora e Platone, lo Spazio è la traslazione analogica sensibile della Forma dell’Unità; così come il Tempo è la traslazione analogica sensibile della Forma della Molteplicità. Questo è esattamente ciò che Parmenide farà notare a Socrate nel dialogo platonico, e il contenuto del celebre scambio di battute sarà argomento del nostro prossimo video. «Al Principio!»