In questo video, Elias Artista ricostruisce l’argomento con cui, nel dialogo platonico, il personaggio di Parmenide respinge la riduzione delle Forme a semplici Concetti: se il pensiero riconduce la molteplicità di ciò che esiste a un’unità, allora l’Unità deve sussistere come Forma prima del Concetto che la pensa. Da qui il confronto con Kant, che sostituisce la trascendenza delle Forme con Concetti Puri e condizioni a priori della mente, collocando le sue Categorie nella struttura della soggettività. In questo modo, spostando l’attenzione dalla realtà alla mente, la questione non viene risolta, ma trasferita in una dimensione che alla Filosofia moderna appare più gestibile sul piano epistemologico.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Platone, Parmenide, 132b.
- Philip Merlan, Dal Platonismo al Neoplatonismo, Vita e Pensiero, Milano, 1994, pp. 51-52, in nota.
Letture integrative
- Platone, Menone.
Trascrizione del video
Per quale motivo Platone sostiene in modo così deciso che le Forme sussistono a prescindere dalla mente umana che le pensa? Qual è il ragionamento deduttivo a monte di questa affermazione?
Questa è la domanda cruciale che il personaggio di Socrate, quattro secoli prima di Cristo, pone al personaggio di Parmenide nel celebre dialogo Parmenide, che affronta il tema della natura delle Forme e del perché esse non possano essere ridotte a semplici concetti.
Incalzato da Socrate, Parmenide offre una risposta di grande chiarezza:
“A meno che, Parmenide, ciascuna di queste Forme non sia un concetto presente solo nella mente umana...”
“Di cosa sarebbe concetto? Concetto di nulla?”
“No, di nulla è impossibile.”
“Allora sarà concetto di ‘qualcosa’.”
“Sì.”
“Di qualcosa che esiste o che non esiste?”
“Di qualcosa che esiste.”
“E se il pensiero riconduce la molteplicità di ciò che esiste a una unità, possiamo affermare che questa ‘unità’ esista prima del concetto?”
“Sì.”
“Non sarà allora una ‘Forma’ questa ‘unità’ che viene pensata in tutti i fenomeni?”
“Mi sembra perfettamente logico.”
Parmenide distingue tra ‘Concetti’ e ‘Forme’, stabilendo che i Concetti sono subordinati a quei vincoli trascendenti che condizionano l’attività conoscitiva umana. E, nel solco di Pitagora, richiama le forme archetipiche di Unità e Molteplicità.
Secoli dopo, per giustificare un qualcosa che precede e condiziona l’atto conoscitivo, Kant inventerà i suoi a-priori. La Forma dell’Unità di cui parla Parmenide sarà per Kant la Categoria della Totalità, ossia un Concetto Puro, un elemento strutturale dell’architettura della Ragione.
I Concetti Puri sarebbero dunque presenti nella mente umana a priori, e i moderni si allineano alle conclusioni di Kant, poiché ammettere la sussistenza di qualcosa di trascendente diviene un tabù invalicabile.
A questo punto però, se Parmenide incontrasse Kant, è probabile che gli rivolgerebbe la seguente obiezione: se un qualcosa è presente in ogni essere umano, ed è quindi universale, necessario e valido per tutti i tempi, si potrebbe affermare che esista a prescindere dalle singole menti dei pensatori? Non sarebbe forse il riflesso di una realtà “strutturante” che conforma di sé tutto ciò che esiste?
Se “pensare” significa trasferire il Singolare percepito nell’Universale, allora queste due Forme, il Singolare e l’Universale, non sussistono forse a prescindere da qualsiasi contenuto vi venga trasferito? Non sussistono prima e dopo la coscienza umana, come Forme eterne a cui tutte le leggi di natura devono necessariamente subordinarsi?
Non intendiamo qui pilotare una facile risposta. Chiediamo solo la sospensione del giudizio fino al termine del nostro racconto.
Ma è necessario qui introdurre una nota importante: per il pensiero pitagorico e platonico le Forme, nonostante vengano naturalmente intuite da ciascun essere umano, non si presentano alla coscienza individuale strutturate in modo necessario. Questo è abbastanza palese, altrimenti ogni essere umano sarebbe naturalmente “oggettivo”.
La mente individuale intuisce le Forme metafisiche che si riflettono nei Concetti. Eppure l’individuo non istruito, senza uno specifico addestramento e una ristrutturazione logica, non è in grado di comprendere come si relazionino tra loro in modo necessario, perché non ne possiede la “chiave”, e cioè “l’equazione della realtà” contenuta nel diagramma archetipico trasmesso dai Pitagorici.
Ad esempio, il celebre schiavo di Menone del dialogo platonico riesce a capire spontaneamente come si relazionino alcuni elementi geometrici di base, perché la logica elementare delle forme è intuitiva, ma con tutta evidenza non possiede la capacità di ricostruire oggettivamente la struttura universale di Forme archetipiche.
L’Intuizione fornisce cioè il materiale da connettere, i pezzi di base, ma è la Speculazione metafisica a connetterli in modo logicamente necessario.
Nemmeno Kant possiede tale “chiave”, e prova ne è, come abbiamo già detto, che il riflesso psico-logico delle Forme, cioè le famose Categorie, verranno da lui elencate in una semplice tavola, anziché essere strutturate all’interno di un diagramma logico-dinamico.
Dopo Kant, se si accetta la folgorante parentesi dell’Idealismo tedesco, il Mondo Intelligibile, diventato la “fantastica dimensione dei Noumeni”, scompare ufficialmente dalla Filosofia che ambisce a definirsi “scientifica”, ma continua a infestarla come un fantasma.
Al termine Realismo cominciano ad essere associati aggettivi come “estremo” o “esagerato”; quasi potesse esistere anche una posizione “moderata”. Col tempo, il Realismo diviene una posizione talmente invisa che, ricorda Philip Merlan, si arriverà a privare Platone della sua stessa dottrina:
“C’è stato un momento, nel corso della storia, in cui i filologi avevano difficoltà a difendere la loro interpretazione di Platone come realista ‘estremo’ contro gli attacchi dei filosofi che sentivano di dover ‘salvare’ Platone. Nella loro visione, un grande filosofo non poteva aver accolto una prospettiva così assurda.”
La definizione degli a-priori è stata, com’era inevitabile, oggetto di controversie. Kant respinge la loro interpretazione “innatistica”, affermando che il suo sistema non prevede elementi innati, ma “predisposizioni”.
Essendo potenziali, gli a-priori vengono attivati dall’esperienza, e sarebbe questa base empirica a decretarne la loro validità. Ma questa spiegazione in realtà non chiarisce nulla.
Se le forme dello Spazio e del Tempo venissero infatti “attivate” grazie alle prime esperienze umane a contatto con i Fenomeni, ciò a maggior ragione indica che tali Forme non sono elementi originari della mente, ma di quella realtà a cui la mente si conforma sin dal primo istante in cui viene al mondo, poiché la Natura obbedisce a leggi universali che “trascendono” i fenomeni singolari e li determinano, come ci insegna la Scienza.
Kant rinvia dunque il problema delle Forme senza risolverlo realmente, e pur di non ammettere una dimensione “trascendente”, che riporterebbe al centro della scena i “ciarlatani dello spirito”, lo complica con un concetto di a-priori piuttosto ambiguo, che dovrà difendere dai molteplici attacchi dei suoi detrattori.
Ecco allora che il punto nodale della controversia tra gli antichi e i moderni va cercato nella corretta definizione di un concetto chiave: quello di oggettività, che affronteremo nel nostro prossimo video.
«Al Principio!»