In questo video, Elias Artista avvia un excursus sulla natura dell’Oggettività, intesa, nel Realismo Idealista di Pitagora e Platone, come l’esito di un processo di trascendenza rispetto alle ordinarie operazioni logiche della mente. Da qui nasce la critica all’ambiguità di Kant e Husserl: pur aspirando a una Logica pura in chiave anti-psicologista, entrambi restano concentrati sul “riflesso” della rappresentazione, invece di risalire al “corpo” oggettivo che lo produce, cioè al vincolo logico in se stesso. Occorre dunque passare dall’analisi della superficie dello specchio (la mente) alla deduzione di ciò che rende possibile l’immagine. Alla luce della Linea Divisa di Platone, l’accesso all’Oggettività richiede una riconfigurazione logica della coscienza individuale: solo così il pensiero singolare, soggettivo, può trasformarsi in Pensiero Universale, oggettivo.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Testo elaborato – Kant e Schelling

    Per avviare questo piccolo excursus sulla natura dell’Oggettività, ecco un brano di Hegel tratto dall’Enciclopedia:

    “In genere, si è tutti d'accordo sul fatto che il pensiero sia l'oggetto della logica. Ma del pensiero si può avere un'opinione molto bassa, oppure molto alta. Da una parte si dice: ‘Questo è soltanto un pensiero’, e si intende così dire che il pensiero è soltanto soggettivo, arbitrario e contingente, ma non è ‘la-cosa-stessa’, il vero e l'effettivamente reale. D'altra parte, si può avere anche un'alta opinione del pensiero e intenderlo in modo tale che solo il pensiero raggiunge ciò che è supremo, la natura di Dio, mentre con i sensi non si può averne alcuna conoscenza.”

    Hegel ci dice qui che il pensiero, lungi dall’essere soffocato entro i limiti imposti dalla Psicologia, può aspirare a riflettere la Logica della Realtà, o la “Mente Divina”, per utilizzare un termine teologico fuorviante.

    Per gli antichi idealisti, l’Oggettività è la conformazione del pensiero umano a dei nessi vincolanti e intelligibili, il Logos, la cui origine è trascendente, ossia collocata in una dimensione posta al di là della coscienza individuale.

    In questa prospettiva, i vincoli logici avvertiti dalla mente umana non sono intrinseci, ma sono il riflesso di quelli archetipici, come annota Proclo nella Teologia Platonica:

    “Ciò che è intelligibile trascende la mente in quanto sussiste di per se stesso, ma al contempo l'intelligibile non è al di fuori della mente. Vi è un intelligibile che è correlato alla mente, intelligibile che, in quanto subordinato a quello ‘trascendente’, è ‘immanente’; in quanto subordinato a quello ‘impartecipato’ è ‘partecipato’; in quanto subordinato a quello ‘pre-esistente’ è ‘esistente’; in quanto subordinato a quello ‘unitario’, è ‘molteplice’.”

    In questo brano emerge in modo molto chiaro la struttura logica che è alla radice delle quattro analogie proposte da Proclo. L’opposizione dialettica tra due concetti si basa su una struttura archetipica di Forme a cui si “agganciano” due termini: uno superordinato e uno subordinato.

    Proclo afferma che è vero che noi possiamo trovare le Forme come “riflesso” all’interno della nostra mente, ma che la loro origine è altrove, in una dimensione che la trascende, che è “non-esistente” ma “sussistente”.

    Per tornare alla nostra vecchia metafora, il problema potrebbe essere inquadrato da una semplice domanda: dove risiedono le regole degli scacchi? Nel pensiero dei giocatori o in una dimensione a parte?

    La domanda sulla collocazione spaziale delle regole non è infantile come potrebbe apparire. Infatti, se le regole risiedessero nel pensiero dei giocatori, nel momento in cui il cervello fisico si disgregasse e la coscienza individuale si estinguesse, il gioco degli scacchi, pur rimanendo intatti pezzi e scacchiera, dovrebbe scomparire dalla realtà.

    Ma anche se la razza umana si estinguesse, le regole degli scacchi “in se stesse” non si estinguerebbero, poiché esse non possiedono una materialità che possa essere disgregata, e continuerebbero a sussistere nella dimensione delle possibilità offerte dalla realtà.

    Se si sono manifestate almeno una volta, significa che sono sempre latenti nella dimensione delle possibilità. La dimensione dove risiede ogni possibilità logica è per ciò sussistente rispetto alla dimensione dell’attualità manifestata.

    Capire dove risieda realmente l’Oggettività è risolvere il problema della legittimità della vera Metafisica e definire i limiti della Psico-Logica.

    Ecco perché la posizione trascendentale di Kant, così come quella fenomenologica di Husserl, sono posizioni ambigue, che vorrebbero distanziarsi dallo “psicologismo” con la loro aspirazione a una logica pura, oggettiva, senza però accorgersi che ciò che cercano si trova al di là dei confini da loro stessi imposti.

    Entrambi, cioè, continuano ad analizzare l’immagine prodotta sulla superficie dello specchio, anziché dedurre la forma dei corpi che producono l’immagine. L’immagine, in quanto rappresentazione, è soggettiva, mentre il corpo che produce l’immagine è oggettivo.

    Essendo un riflesso, l’immagine potrebbe essere restituita in modo deformato a causa delle imperfezioni della superficie dello specchio e della prospettiva ottica rispetto al corpo che la produce. Ma se non si assume la presenza di un corpo che produce l’immagine, non è possibile capire quanta deformazione lo specchio ha prodotto nel suo riflesso.

    L’Oggettività a cui il filosofo aspira non è dunque da cercare nel riflesso, ma in qualcosa di più “solido” rispetto a ciò che risiede sulla superficie dello specchio.

    Qualcosa che però può essere riflesso in modo adeguato solo se lo specchio subisce una rettifica, cioè se la mente affronta un processo di riconfigurazione logica.

    Spesso si dà il concetto di oggettività come acquisito in modo non problematico, se ne parla come fosse una tra le possibilità della mente.

    Ora, noi sappiamo che la “possibilità” è il ventaglio di opzioni offerte dalla realtà su ciò che può verificarsi e ciò che non può, in base a delle leggi. Ma dove risiedono queste leggi?

    Dove risiede la normatività dell’a-priori mentale kantiano, se esso, proponendosi come “oggettivo”, millanta di trascendere la singolarità di una coscienza individuale? Scrive Kant:

    “Validità oggettiva e universalità necessaria per tutti sono quindi concetti reciproci e, benché noi non conosciamo l’oggetto-in-sé, quando consideriamo un giudizio come valido universalmente e quindi necessario, affermiamo che esso ha un valore oggettivo.”

    Ma senza poter conoscere l’oggetto-in-sé, e cioè il corpo che produce il riflesso, questa definita da Kant non è affatto “oggettività”, ma inter-soggettività, cioè un accordo basato sull’analisi di tutte le superfici che riflettono un corpo per noi sconosciuto.

    Cos’è invece l’Oggettività, se non un vincolo imposto dalla realtà stessa?

    Per il Realismo Idealista di Pitagora e Platone, le posizioni di Kant e Husserl sono posizioni di compromesso che non riescono mai a sollevarsi al di sopra dello “psicologismo” da cui essi stessi vorrebbero prendere le distanze, perché negano che il pensiero possa effettivamente trascendere la propria dimensione di partenza quando esso aspira e tende all’Oggettività.

    Platone sostiene che, quando la coscienza scala la vetta della Linea Divisa, “pensiero” e “realtà” arrivano a convergere, a identificarsi, perché l’apice della Linea indica il momento in cui la coscienza si è finalmente conformata ai vincoli logici della realtà.

    Questa identificazione tra “mente” e “realtà” sarà uno dei fondamenti dell’Idealismo di Hegel.

    Non si può negare che lo scetticismo nei confronti di questa posizione sia comprensibile e giustificabile: abbracciare il Realismo Idealista inquieta e destabilizza, perché se la realtà e la mente umana in qualche modo “coincidessero”, verrebbe spontaneo immaginare una realtà “fluttuante”, differente per ogni coscienza individuale, poiché è spontaneo attribuire a una mente individuale una libera facoltà ricombinante.

    Questa conclusione dimentica però che, per Platone, “pensiero” e “realtà” arrivano a convergere, a identificarsi, se e solo se, la mente individuale conquista con dura disciplina l’Oggettività, ossia si fa “pensiero universale”, strutturato in base a relazioni formali vincolate da necessità matematica.

    Per Platone, infatti, la sub-logica della coscienza individuale si conforma alla super-logica della Coscienza Universale solo quando il pensiero singolare e soggettivo diventa universale e oggettivo, secondo Ragione.

    Per chiarire questo passaggio dalla Soggettività all’Oggettività, nel prossimo video utilizzeremo il diagramma archetipico, mostrando le quattro facoltà conoscitive umane inquadrate nella prospettiva platonica. «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica