In questo video, Elias Artista pone in rilievo il ruolo assunto dall’Accademia platonica nel trasmettere frammenti della dottrina pitagorica, dottrina che nei Dialoghi non appare mai in forma totalmente esplicita. Dal punto di vista storico, mentre lo scetticismo esibito dal personaggio di Socrate diventerà il paradigma dell'autentico atteggiamento della Filosofia, la matrice pitagorica finirà progressivamente in secondo piano, per via della sua oscurità e del suo presunto dogmatismo. In base alla ricostruzione della Logica Sintetica, occorre invece interpretare la critica socratica come un momento negativo preliminare, di tabula rasa, il preludio necessario al riassetto mentale dell'allievo che aspira all'Episteme. Tra le tracce di Pitagora che emergono nei Dialoghi, grande importanza riveste il ruolo e il significato dell’Uno non come concetto astratto, ma come rappresentazione diagrammatica della struttura della Logica Sintetica.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi, Prefazione, 12.
- Platone, Repubblica, 525a.
Letture integrative
- Harold F. Cherniss, Aristotle’s Criticism of Plato and the Academy.
- John M. Dillon, The Heirs of Plato: A Study of the Old Academy (347–274 BC).
Trascrizione del video
Benvenuto, viandante, nella sesta tappa del progetto Archilogon. In questo nuovo capitolo cercheremo di ricostruire la trasmissione della dottrina pitagorica da parte di Platone, mettendo in luce il particolare ruolo di Aristotele all'interno dell'Accademia.
L'attività speculativa che è lo strumento del filosofo non nasce con Pitagora, ma il termine “filosofo” sì. Ce lo dice Diogene Laerzio nel riportare un passo di Eraclide Pontico. Eraclide è stato un membro dell'Accademia, uno dei candidati a succedere a Speusippo nel ruolo di “scolarca”:
“Pitagora fu il primo a usare il nome ‘Filosofia’ e a chiamarsi ‘Filosofo’.”
Pitagora è il primo a definirsi “Filosofo”, nel senso di “colui che aspira alla Sophia”, alla conoscenza dell'antica dottrina metafisica. Prima di lui non ci sono “Filosofi”, ma “Sophoi”, i “Sapienti”, coloro che hanno trasmesso la Sophia. Non è una questione di etichette, ma di sostanza, perché il termine “Filosofo”, esteso più tardi in modo generico, possiede per i Pitagorici un significato preciso che esploreremo nel corso di questo capitolo.
Sugli scopi e sui metodi del primo “filosofo” non abbiamo documenti di prima mano, per cui il testimone passa nelle mani di Platone, che può essere considerato il secondo grande “filosofo”, poiché lo è in senso pitagorico. Tuttavia, grazie allo scetticismo esibito nei Dialoghi dal suo Socrate idealizzato, Platone appare ai moderni come il primo vero esponente della Filosofia, alla quale si tende oggi ad attribuire una funzione eminentemente critica.
In questo slittamento di funzioni, Pitagora, l'inventore del termine, viene brutalmente destituito dal suo ruolo. Il Platone “socratico”, che occuperà il centro della scena per secoli, tenderà a mettere in ombra il Platone “pitagorico”, che ai moderni piace decisamente meno, a causa di alcune posizioni apparentemente dogmatiche, le cui ragioni cercheremo di riportare pian piano alla luce.
Nei prossimi capitoli mostreremo infatti come lo “scetticismo socratico”, ritenuto a lungo il vero volto di Platone, rappresenti per lui una fase preliminare di pulizia concettuale, un preludio necessario alla ricostruzione della vera Filosofia pitagorica, e che tutto ciò che di irrazionale è stato attribuito al Filosofo di Samo non è che il frutto della distorsione del suo pensiero originale.
Dal momento che, nel processo di trasmissione, la “rifrazione” della dottrina pitagorica avviene tramite il passaggio in coscienze “prismatiche”, il nostro piano d'indagine sarà individuare quel raggio prima che venga rifratto e deformato dal livello noetico di chi lo coglie, lo filtra e lo ritrasmette.
Se possiamo spingerci a credere, con buona sicurezza, di poter ricostruire la dottrina pitagorica originale appresa da Platone, è grazie al fatto che non si tratta solo di un contenuto dottrinale, ma di un sistema logico assolutamente coerente e razionale, che i filosofi impegnati nel progetto di Mathesis Universalis cercheranno per secoli di ricostruire.
Dunque, duecento anni dopo Pitagora e quattrocento prima di Cristo, in un uliveto alla periferia nord di Atene intitolato all'eroe Academo, Platone fonda quel circolo che rimarrà in vita per oltre novecento anni, fino alla chiusura voluta dall'imperatore romano Giustiniano, nel 529. Qui Platone si circonda di pensatori curiosi e intraprendenti, assieme ai quali sottopone a critica serrata molti degli argomenti ereditati dalla Filosofia precedente.
Dai Dialoghi possiamo desumere solo parte del funzionamento del circolo incrociando altre fonti, come gli appunti di Aristotele, che a un certo punto si allontanerà dall'Accademia per fondare un nuovo circolo, il Peripato. Molti degli argomenti dibattuti in Accademia partono dalle concezioni pitagoriche, e in particolare dalla Mathesis Universalis avviata da Pitagora. Scrive Platone:
“Fra quelle discipline che inducono e guidano alla contemplazione dell'Essere c'è la Mathesis, che verte sull'Uno.”
Nel corso del racconto vedremo come “l'Uno” non sia affatto un concetto astratto e generico, ma la rappresentazione diagrammatica, precisa e geometrica, della struttura della Logica Sintetica.
Per iniziare il nostro viaggio storico in cinque capitoli nella Mathesis Universalis, partiremo dunque dalle tracce disseminate nei Dialoghi. Il dialogo appare una forma stilistica insolita per chi si appresta a trasmettere un contenuto importante, e ci si potrebbe chiedere perché Platone abbia deciso di utilizzare uno stile drammatico che non rifugge l'ironia, il sarcasmo, il pettegolezzo e qualche digressione comica.
Non è escluso che potrebbe averli concepiti sul contenuto di reali discussioni tenute in Accademia su temi specifici, in cui i ruoli fittizi di “tesi” e “antitesi” venivano sostenuti da due o più interlocutori. In un secondo momento potrebbe essere intervenuto su questo canovaccio, rielaborandolo artisticamente, guidato da uno schema generale.
Il personaggio di Socrate, che riflette la funzione di Platone all'interno del gruppo, stimola un interlocutore, a volte in modo pacato, a volte in modo pungente. Questo interlocutore incarna una convinzione, un atteggiamento, una pratica o una posizione filosofica tradizionale, e nel colloquio con Socrate viene condotto al cospetto di problemi di cui non s'era mai reso conto, arrivando a realizzare che le sue idee erano state assunte in modo acritico, perché indotto da motivi contingenti.
A volte i personaggi che animano il dialogo sono persone che gravitano nell'Accademia. A volte vi compaiono celebri personaggi della vita pubblica o della Filosofia precedente, come Parmenide o Zenone, allo scopo di mostrare alcune debolezze o incoerenze dottrinali.
Attraverso questo schema dialogico, Platone mette in luce come la conoscenza sia strutturata da logiche che confliggono in modo necessario e inevitabile, ma non propone una netta alternativa. Il fatto di utilizzare un approccio critico alla materia non si risolve però nel mero esercizio decostruttivo, cosa che rivelerebbe un relativismo di fondo da lui avversato in modo netto e inequivocabile.
Platone porta invece avanti la sua critica da un punto di vista molto particolare, che però non rende mai del tutto esplicito. Tra le righe lascia infatti tracce di un “qualcosa” a cui attribuisce una grande importanza, e che può condurci al cospetto di una verità che è superiore a qualsiasi tesi e a qualsiasi antitesi.
Nel prossimo video esploreremo il ruolo della Dialettica all'interno dell'Accademia platonica. “Al Principio!”