In questo video, Elias Artista affronta il complesso problema del rapporto tra Platone e Pitagora, interrogandosi sulla possibilità di ricostruire una tradizione pitagorica autentica in assenza di testimonianze dirette e definitive sul maestro di Samo. Attraverso la testimonianza di Aristotele e gli interventi di studiosi come Zeller, Burkert, Zhmud, Heninger, Huffman e Santoro, il video mostra come la ricostruzione del Pitagorismo originale, inteso in senso storico, non sia più possibile, ma sia invece ancora possibile la ricostruzione della matrice logica del Pitagorismo, in senso pienamente filosofico. In questa prospettiva, il Pitagorismo è un sistema logico fondato sulla Dialettica, sulla Matematica Ideale e sullo studio delle Relazioni Formali. Platone può quindi essere considerato un autentico pitagorico, non perché ripeta pedissequamente una dottrina originaria, ma perché prosegue il medesimo progetto: ricostruire il Mondo Intelligibile attraverso simboli, diagrammi e strutture matematiche. Il confronto tra la Tetratti di Pitagora, l’Ottava Armonica di Filolao e la Psyché di Platone diventa così il punto di partenza per comprendere la Logica Sintetica, intesa - nel suo senso autentico - come la prima grande "Teoria del Tutto".
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Aristotele, Metafisica, 987a, 29.
- Leonid Zhmud, Pythagoras and the Early Pythagoreans, Oxford University Press, Oxford, 2012, pp. 1-2, 5, 7.
- S. K. Heninger, Touches of Sweet Harmony - Pythagorean Cosmology and Renaissance Poetics, Huntington Library, San Marino (CA, USA), 1974, p. XV.
- Eduard Zeller, La Filosofia dei Greci, Vol 2: Ionici e Pitagorici (a cura e trad. di R. Mondolfo, 1938), p. 300.
- Walter Burkert, Lore and science in ancient Pythagoreanism, Harvard University Press, Cambridge, 1972, p. 82 e p. 10.
- Platone, Fedone, 61d.
- Carl A. Huffman, “Plato and the Pythagoreans”, in On Pythagoreanism, ed. G. Cornelli, R. McKirahan, C. Macris, De Gruyter, Berlino/Boston, 2013, p. 55.
- Filolao di Crotone, Frammento 4, in Carl A. Huffman, Philolaus of Croton - Pythagorean and Presocratic, Cambridge University Press, New York, 1993, p. 64.
- Fernando Santoro, "Epicharmus and the plagiarism of Plato", in On Pythagoreanism, ed. G. Cornelli, R. McKirahan, C. Macris, De Gruyter, Berlino/Boston, 2013, p. 307 e 308.
Letture integrative
- Leonid Zhmud, "Greek Arithmology: Pythagoras or Plato?", in Pythagorean Knowledge from the Ancient to the Modern World: Askesis, Religion, Science, ed. A-B. Renger e A. Stavru, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden.
- Robert Scoon, 1922, "Philolaus, Fragment 6, Diels. Stobaeus i. 21. 460", in Classical Philology, Vol. 17, N. 4, University of Chicago Press, Chicago.
Trascrizione del video
Come si pone la storiografia nei confronti del problema del rapporto tra Platone e i Pitagorici? Il punto di partenza imprescindibile è ovviamente la testimonianza di Aristotele, che parla di “appropriazione” – se non plagio – da parte di Platone:
“Dopo le filosofie di cui abbiamo parlato, sorse la dottrina di Platone, la quale, in molti punti, segue quella dei Pitagorici, ma presenta anche caratteri propri, estranei alla filosofia degli Italici.”
Aristotele parla di identità e differenze. È possibile tracciare una linea di demarcazione? Difficile, perché quel poco di Pitagora che conosciamo, e che è riuscito a percolare all’esterno nonostante la prescrizione al silenzio, l’eliminazione fisica dei Pitagorici e i falsi successivi, verrà ricostruito in base al filtro platonico.
Scrive Heninger:
“Pitagora e i suoi immediati discepoli ci offrono un piccolo e sfuggente nucleo dottrinale che nei secoli successivi è stato abbondantemente ricoperto da strati di attribuzioni mitiche. Il Rinascimento ha accolto questa ricca tradizione con zelo sincretista e l’ha rielaborata. Gli storici moderni della Filosofia sono più esigenti: distinguono tra lo stesso Pitagora; la sua prima scuola, compresi Archìta e Filolao; Platone e la prima Accademia; e il Neopitagorismo, con i suoi falsi del tardo classicismo.”
Zeller, che ha posto le basi della storiografia filosofica antica, nel suo La Filosofia dei Greci si interroga sulla possibilità di ricostruire l’originale sistema filosofico pitagorico, e conclude in modo pessimistico:
“La pretesa ‘dottrina pitagorica’ che non è conosciuta dai testimoni più antichi, è neo-pitagorica.”
Burkert vede la nascita del Neo-Pitagorismo a partire dall’Antica Accademia, affermando che erano stati Speusippo, Senocrate ed Eraclide a equiparare la dottrina del loro maestro Platone, e quindi anche le loro posizioni filosofiche, con la saggezza di Pitagora:
“Aristotele vede sia la filosofia Accademica che quella Pitagorica da una certa distanza, arrivando a una posizione personale di attiva polemica. Il ‘sistema di derivazione’ è un risultato di Platone e dell’Accademia, una genuina trasposizione platonica di una più antica filosofia pitagorica dei numeri, che fa uso di alcuni miglioramenti introdotti nel circolo di Archita. La tradizione che attribuisce il ‘sistema di derivazione’ ai Pitagorici, o addirittura a Pitagora stesso, deve essere considerata per quello che è: una testimonianza per l’Antica Accademia, per Speusippo, Senocrate ed Eraclide, ma non per il Pitagorismo storico.”
Zhmud mostra estrema cautela nell’attribuire a Pitagora idee che appaiono, dai documenti, patrimonio esclusivo dell’Accademia:
“Uno dei presupposti centrali del sistema descritto sopra consiste nel presentare Platone come il legittimo successore di Pitagora e dei Pitagorici in modo pienamente positivo. Tuttavia, le prove a nostra disposizione non supportano la tesi che i primi accademici proiettassero la ‘dottrina non scritta’ di Platone su Pitagora. In effetti, lo stesso Platone sfumò la sua dipendenza dai Pitagorici, quindi perché i Platonici dovrebbero sottovalutare l’originalità del loro maestro? Platone menzionò Pitagora solo una volta e anche allora solo come iniziatore del ‘modo di vita pitagorico’.”
Queste sono alcune delle posizioni assunte dalla storiografia. Nel tentativo di ricostruire la dottrina pitagorica si potrebbe adottare un approccio intuitivo: il grado di maggiore o minore “pitagoricità” potrebbe essere assegnato in base all’antichità delle testimonianze e alla supposta vicinanza alla fonte originale, ma, in generale, la conoscenza di ciò che fu realmente detto in principio dal punto di vista storico, ci è preclusa.
Occorre tenere a mente che una disciplina come quella Metafisica è ad alto rischio di fraintendimento, e ogni fraintendimento può far nascere e proliferare gigantesche tradizioni basate su un errore primitivo. Ciò nonostante, possiamo a buon diritto ipotizzare che la fonte documentaria più vicina a Pitagora, ovvero il nostro Filolao, sia quella che abbia conservato più fedelmente le idee originali. Soprattutto perché erano vincolate a un diagramma estremamente preciso, come vedremo.
Dopo la drammatica chiusura delle confraternite pitagoriche in Italia, Filolao, sopravvissuto agli incendi e ai linciaggi, giunge a Tebe – lo sappiamo dal Fedone – e prende a insegnare nella madrepatria, ma non sappiamo né cosa né in quale forma. Probabilmente si limita ad affrontare argomenti generici, perché nel colloquio con due dei suoi allievi, Cebete e Simmia, Socrate — cioè Platone — mostra con un certo vanto di conoscere il Pitagorismo in modo molto più profondo:
“Ma come, Cebete? Non avete tu e Simmia sentito parlare di tali cose? Voi che siete stati discepoli di Filolao?”
Per questioni anagrafiche, Filolao non ha fatto in tempo a cogliere la dottrina direttamente dalle labbra del maestro, e non sappiamo chi sia il suo tramite, così come non conosciamo quale grado fosse riuscito a conseguire all’interno della Confraternita degli aspiranti alla Sapienza. Sarebbe allora prudente parlare di Pitagorismo di Filolao.
Ciò che sappiamo è che Platone sembra piuttosto sicuro nel distinguere questo Pitagorismo di Filolao, o perlomeno quello che lui ha avuto l’occasione di studiare, da quello di altri pitagorici “spuri”, eredi di filoni paralleli fortemente contaminati dall’empiria, come emerge da un passo della Repubblica sull’armonia, che esamineremo più tardi.
Non possedendo l’opera di Filolao, dobbiamo fidarci dell’esattezza delle citazioni, discriminando i frammenti autentici dai falsi. Burkert e Huffman sono concordi nei criteri di autenticazione: uno dei punti fermi della dottrina è l’affermazione di due enti in opposizione, il Limite e l’Illimite, cosa che conferma che la Dialettica era uno dei cardini del Pitagorismo. L’altro punto fermo era la Matematica: Huffman sostiene che Filolao fu il primo pensatore “a utilizzare coscientemente e tematicamente idee matematiche per risolvere problemi filosofici”.
Un punto che appare piuttosto saldo è ad esempio il Frammento numero 4:
“Tutto ciò che possiamo conoscere è numero: senza di esso non è possibile che qualcosa venga conosciuto o compreso.”
Va detto che anticamente il termine numero era concettualmente più ampio di “cifra”, e corrispondeva a “ente matematico”. Filolao dunque dice che noi siamo in grado di conoscere perché gli enti matematici — numeri e forme — sono elementi architettonici della nostra mente, che noi applichiamo agli oggetti. Conoscere significa trasformare qualcosa di indefinito in un ente matematico finito, misurabile e ordinabile.
Fondamentale qui la differenza tra “cose” e “numeri”, che smentisce una concezione ingenua: i numeri non sono “cose”, ma sono mediatori della conoscenza, in quanto nel rapporto tra gli enti matematici traspaiono, nel modo più cristallino, le Relazioni Formali che strutturano la Logica della Realtà. Questo è ciò che ci suggeriscono i frammenti di Filolao, che rivedremo nel capitolo dedicato a Pitagora.
Ora, se il nostro intento fosse quello di ricostruire l’originale corpus dottrinale pitagorico, noi potremmo archiviare l’impresa, ma è proprio qui che il nostro approccio ermeneutico decide di scartare di lato. Non si tratta infatti di ricostruire solo e soltanto una “dottrina”, ma di qualcosa che si pone “alle radici” della dottrina.
Scrive Santoro:
“Il Pitagorismo come categoria storica non è stato costruito né da una precisa tradizione di insegnamento né da un corpus dottrinale ben definito, ma ha piuttosto preso la sua forma da un assemblaggio fluido e diffuso di idee che erano esse stesse ugualmente fluide e diffuse, e che riguardavano questioni che vanno dalle regole dietetiche alle prescrizioni morali, dall’ideologia politica alle opinioni sulla natura della vita, dell’universo e della costituzione fondamentale degli esseri in generale.”
Burkert elabora una metafora molto calzante:
“Così come una città abitata ininterrottamente nel tempo, cambiando popolazione, presenta all’archeologo investigatore problemi ben più complicati di un sito distrutto da una catastrofe e poi abbandonato, la particolare difficoltà nello studio del Pitagorismo deriva dal fatto che non è mai morto come, ad esempio, il sistema di Anassagora o anche quello di Parmenide.”
Troviamo questa riflessione cruciale. Il motivo per cui il Pitagorismo non è mai morto dovrebbe suscitare in noi delle domande. Ad esempio: per quale motivo, a più riprese nel corso della storia, nuovi filosofi riportano alla luce — con tanta pervicacia — alcuni principi che sembravano ormai sepolti per sempre?
Scrive Zhmud:
“Grazie agli sforzi collettivi di molte generazioni di ammiratori e interpreti, il Pitagorismo fu l’unica corrente del pensiero Presocratico a sopravvivere, sebbene in forma molto modificata, fino alla fine dell’antichità, e Pitagora rivaleggiò con Socrate e Platone, superando di gran lunga i loro predecessori, nell’influenza sui pensatori delle epoche successive.”
Ciò che balza agli occhi, nei filosofi che si autodefiniscono “pitagorici” o che intendono esplicitamente allacciarsi a quella tradizione, è la volontà di servirsi di un metodo di conoscenza che appare utile a dare forma a delle urgenze del pensiero.
Ci sentiamo quindi di condividere appieno l’approccio di Santoro, il quale scrive:
“Ciò che costituisce ciò che in questo scritto chiamerò ‘Pitagorismo’ non è il presunto criterio di lavoro di conservazione dottrinale e testuale, che è scopo e compito di un filologo, ma il desiderio di emulazione che è proprio di un discepolo, o meglio, il desiderio di emulare il maestro e simulare le sue idee.”
In sostanza, chi si definisce “pitagorico” non è solo colui che ripete, o crede di ripetere in modo pedante, la lezione di Pitagora, ma colui che in base ai presupposti del maestro — nel nostro caso lo studio delle Relazioni Formali — e un certo metodo — nel nostro caso dialettico — si dedica alla ricostruzione del Mondo Intelligibile.
A fronte di questa interpretazione, Platone può essere considerato un pitagorico autentico, un vero membro della Confraternita della Sapienza, così come quel gruppo di Accademici che deciderà di approfondire il Pitagorismo sotto la sua guida, tra i quali Speusippo e Senocrate. In sostanza, Platone accoglie in pieno l’idea che la Realtà possieda una logica esprimibile attraverso il linguaggio matematico, e la percorre, perché è attraverso quella logica che egli ritiene possibile trovare una risposta alla sfida di Socrate sulla vera natura delle Idee.
Ma non è possibile affrontare seriamente il problema della ricostruzione del Pitagorismo originario, senza riportare per intero il severo monito di Leonid Zhmud:
“La storia moderna dello studio del Pitagorismo, che iniziò con il libro di August Böckh su Filolao, risale ormai a quasi due secoli fa. In questo periodo sono stati scritti centinaia, se non migliaia, di libri e articoli su Pitagora e i Pitagorici. Eppure il corpus di fatti su cui tutti gli studiosi concorderebbero è tutt’altro che ampio, e le interpretazioni divergenti e spesso reciprocamente esclusive sono una miriade. La questione pitagorica rimane una delle più intricate nella storia della Scienza, Filosofia e Religione greca antica, e ha ogni probabilità di essere relegata alla categoria dei ‘problemi insolubili’.
Questo non è perché ogni generazione assuma una nuova visione della personalità e dell’insegnamento di Pitagora. Si tratta di un fenomeno comune a tutti i pensatori greci che, come Socrate, Platone e Aristotele, mantengono il loro fascino intellettuale nel mondo moderno. Non è nemmeno a causa dell’esistenza di differenze di opinione quasi insormontabili all’interno di ogni generazione di studiosi, tutti divisi nelle proprie discipline e scuole nazionali di pensiero, ciascuna basata principalmente sulla propria tradizione.
Il problema, come lo vedo io, risiede nel fatto che all’interno della comunità accademica non si è ancora raggiunto un consenso sui fatti più fondamentali e sulla separazione tra problemi risolvibili e fondamentalmente insolubili. Sebbene non sia possibile un’interpretazione ‘definitiva’ della filosofia di Platone, c’è un accordo generale sul fatto che Platone fosse un allievo di Socrate, il maestro di Aristotele e l’autore di dialoghi filosofici. Ma se Pitagora sia stato istruito dai sacerdoti egizi o da Ferecide di Siro, se abbia studiato Filosofia e Scienza, se ci fossero testi che egli stesso scrisse, se tra i suoi studenti ci fossero matematici e filosofi, tutto questo rimane oggetto di dibattito.
Sperare in una soluzione alla questione pitagorica in queste circostanze sarebbe un’illusione imperdonabile. Avendo trascorso molti anni nello studio del Pitagorismo, non ho tali illusioni. Se torno su questo problema è solo perché rimango convinto che, come qualsiasi altro complesso problema scientifico, possa essere scomposto in una serie di problemi più piccoli e particolari, che potrebbero rivelarsi risolvibili. Ci sono molti fatti su cui si può raggiungere un accordo. C’è anche un’indubbia gerarchia di interpretazioni, che vanno da quelle riconosciute impossibili o non verificabili a quelle più probabili e internamente coerenti. Il fatto che la situazione non sia senza speranza, data — naturalmente — la volontà di accettare i fatti e tenere conto dei successi e degli errori dei nostri predecessori, è indicato dalla risoluzione di una particolare questione di grande importanza, quella dell’autenticità dei frammenti del pitagorico Filolao.”
Dopo tale premessa, Zhmud arriva quindi a porre la domanda cruciale:
“È possibile il Pitagorismo senza Pitagora? Come l’Orfismo senza Orfeo, della cui personalità non sentiamo alcun bisogno? Oppure è possibile il Pitagorismo nonostante Pitagora, come alcuni movimenti intellettuali e spirituali che si sono evoluti in direzioni opposte ai disegni dei loro fondatori? Non credo che si possa ottenere molto percorrendo questa strada.”
Mentre la ricostruzione della Logica Sintetica sarà per noi frutto di Anamnesi e Speculazione, rientrando così nell’alveo di ciò che Zhmud ritiene possibile ricostruire, le nostre ipotesi su fatti storici non supportate da schiaccianti prove documentarie rimangono delle semplici congetture, e di questo il nostro lettore dev’essere avvertito.
Il nostro racconto — è d’obbligo ribadirlo — è l’esito di una ricostruzione che colma le lacune documentarie con deduzioni che scaturiscono dalla ricostruzione completa della logica. Ricostruiremo dunque la Logica Sintetica che ha presumibilmente guidato Pitagora nel suo percorso di conoscenza, in quanto essa è l’espressione, umana e in divenire, della sub-logica della Parte che aspira a risolversi gradualmente nella super-logica del Tutto attraverso una disciplina che implica, in prima istanza, il distacco dal pensiero empirico.
In base a questi presupposti, il “Pitagorismo”, anziché essere confinato alla tradizione avviata da Pitagora e alla trasmissione di contenuti dogmatici da lui elaborati, può essere esteso a tutti quei filosofi che ragionano in base alla medesima logica. E l’appellativo “pitagorico” potrebbe essere sostituito dai termini: Dialettico, cioè che ragiona in base a Relazioni di Opposizione; Sintetico, cioè che tende a rilevare Identità formali ponendo in secondo piano le Differenze empiriche; Matesico, cioè che utilizza gli strumenti della Matematica Ideale per esprimere e rappresentare questa logica.
Fatte queste debite premesse, per quanto riguarda la distinzione tra Pitagora e Platone appare evidente che non possiamo comparare i Dialoghi con un supposto “pitagorismo storico, puro e originario” che non possediamo, ma metteremo in atto l’unica comparazione possibile, ovvero quella fra tre simboli: la Tetratti di Pitagora, l’Ottava Armonica di Filolao e la Psyché di Platone.
Questo perché, in base ai criteri della Logica Sintetica, tali costruzioni simboliche in forma diagrammatica sono l’unico modo per rappresentare il Mondo Intelligibile, ossia il vero oggetto della Metafisica. “Al Principio!”