In questo video, Elias Artista ipotizza un possibile rapporto tra l’organizzazione delle comunità pitagoriche e la struttura interna dell’Accademia platonica. Il racconto di Giamblico, che riporta la testimonianza dell’ex pitagorico Aristosseno di Taranto, delinea un rigoroso percorso di selezione e una severa disciplina imposta agli aspiranti. La ragione di tale cura risiedeva nel fatto che la comprensione della dottrina pitagorica dipendeva non soltanto dall’apprendimento di nozioni, ma da una profonda riconfigurazione della logica individuale, resa possibile da un nuovo modo di vivere. Il video recupera inoltre il significato originario del termine “filosofo”, inteso come “membro della confraternita degli aspiranti alla Sophia”, ben diverso dal significato generico assunto dal termine nella tradizione successiva. Viene infine messo in luce il ruolo fondamentale dei tre celebri libri di Filolao di Crotone, conosciuti con i titoli "Sulla Natura" e "Sul Cosmo", che verosimilmente contenevano l’originario diagramma descritto nella Psicogonia del Timeo.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Da ciò che emerge dai documenti, il pitagorismo di Platone si radica e si sviluppa grazie a tre grandi incontri. Il primo è quello con Socrate. Il secondo è legato al suo viaggio in Italia e all'incontro con Archita di Taranto. Il terzo è legato al ritrovamento e allo studio dell’opera di Filolao di Crotone intitolata Sulla Natura.

    Quando Platone fonda ad Atene il suo circolo, l’Accademia, noi non possiamo escludere che egli abbia cercato di modellare la sua comunità sulla falsa riga di un circolo pitagorico, con diversi livelli di profondità, almeno due. Questo è suggerito dal fatto che Aristotele parla con un certo distacco di alcuni discepoli di Platone, i «cosiddetti pitagorici», nei confronti dei quali mostra un atteggiamento particolarmente critico.

    Per comprendere alcuni meccanismi interni all’Accademia platonica, ci pare quindi utile comprendere il funzionamento di una comunità pitagorica. Chi può offrirci degli utili indizi in tal senso è Giamblico, il quale riporta la testimonianza di Aristosseno di Taranto, un ex-pitagorico contemporaneo di Platone e Archìta.

    Le comunità pitagoriche gemmate dal primo nucleo fondato da Pitagora a Crotone nel V secolo a.C. costituivano delle piccole confraternite legate da una disciplina ferrea e regole di vita in comune. Per farci un’idea del loro funzionamento interno, ascoltiamo il racconto di Giamblico:

    Pitagora non accoglieva come membro chiunque si presentasse, non prima cioè di averlo messo alla prova ed esaminato con scrupolo. Per cominciare, egli si informava sul rapporto che aveva con i genitori e i parenti. Poi osservava se la risata, le parole e i silenzi fossero congruenti alla situazione o fuori luogo. Quindi ne analizzava le aspirazioni, le compagnie, gli argomenti di conversazione, come impiegava il tempo libero e cosa provocava in lui gioia o tristezza. Ne osservava l’aspetto fisico, l’andatura e i movimenti del corpo, perché riteneva che le caratteristiche fisiche fossero indici di tendenze invisibili dell’anima.

    Dopo aver sottoposto il candidato a tale analisi, lo teneva in sospeso per tre anni, osservando di nascosto la sua predisposizione alla stabilità, il genuino amore per lo studio, l’avversione alla fama e il disprezzo per gli onori pubblici. Quindi il candidato era costretto a osservare il silenzio per cinque anni, e questa era una prova di continenza, poiché controllare la lingua è una delle imprese più difficili, come spiegano coloro che hanno istituito i misteri.

    Durante questo periodo di prova, le proprietà di ciascuno erano messe in comune, affidate a fiduciari, economi o legislatori. Dopo cinque anni di silenzio, quelli fra i probandi che con dignità e modestia avevano ottenuto l’approvazione ed erano ritenuti degni di attingere alla dottrina, diventavano «membri del circolo interno» ed erano ammessi ad ascoltare Pitagora parlare da dietro una tenda. Partecipavano alle sedute senza intervenire e senza vedere il maestro, offrendo così altre prove della loro capacità di autocontrollo.

    Questi discepoli, generalmente chiamati Acusmatici, se alla fine della prova venivano respinti, ricevevano il doppio delle ricchezze che avevano portato, ma i membri interni erigevano loro una lapide, come se il candidato respinto fosse in qualche modo «morto». E se in seguito lo incontravano, lo trattavano come un estraneo, dichiarando che colui che aspirava a diventare un pitagorico era morto.

    Dal momento che l’obiettivo dell’educazione era formare uomini retti e onesti, Pitagora non impartiva false dottrine. E non utilizzava stratagemmi come quelli dei Sofisti, il cui scopo è quello di irretire i giovani. Pitagora insegnava una dottrina autentica, che contemplava nozioni empiriche e ideali. I cosiddetti «Sofisti» utilizzavano invece ignobilmente le nozioni carpite dai Pitagorici come esca per attrarre i giovani, promettendo loro un rapido percorso d’istruzione e facendo di loro dei ciarlatani.

    Ma impartire la conoscenza ideale in anime ancora confuse e agitate è come versare acqua pura e limpida in un pozzo sul cui fondo c’è il fango: smuovendo il sedimento sul fondo, si inquina la limpidezza dell’acqua, e tra maestro e discepoli si verifica un pericoloso travaso di queste impurità.

    L’intelletto e il cuore degli aspiranti non ancora pronti sono coperti da una selva fitta e spinosa, che opprime, oscurandola, la forza mite, tranquilla e ragionevole dell’anima, e impedisce lo sviluppo e l’elevazione del loro spirito. Questa selva di passioni infestanti dev’essere perciò disboscata da una severa disciplina che operi come il fuoco o la spada.

    Solo quando la Ragione dell’aspirante è libera da questi aspetti nocivi, è possibile impartire la conoscenza, seminando nell’anima cose utili e buone. Questa era l’attenzione che Pitagora dedicava alla preparazione alla dottrina. Dal momento che dedicava tanta cura all’esame degli atteggiamenti mentali dei potenziali aspiranti, insisteva affinché l’insegnamento e la comunicazione delle sue dottrine fossero contraddistinti da un grande rigore.

    Una comunità pitagorica era dunque organizzata a strati, con un meccanismo di ammissione per cui solamente gli aspiranti che mostravano un deciso autocontrollo sui propri impulsi e una certa propensione alla speculazione riuscivano ad accedere al nucleo centrale, la cerchia interna guidata dal maestro, dove veniva finalmente esposto il cuore della dottrina.

    Risulta evidente che per Pitagora non era possibile scindere – come la modernità riterrà possibile – l’aspetto psichico del discente dalle nozioni che egli deve incamerare, perché sarebbe inutile e addirittura pericoloso, esattamente come mettere un’arma in mano a un folle o a un bambino.

    L’aspirante deve dapprima mostrare di comprendere per istinto la natura del Bene e tendere ad essa, poiché essa è un chiaro indice di propensione al pensiero sintetico: solo allora può essere messo a parte delle nozioni. Questo è il significato dell’ammonimento di Giamblico:

    È rischioso dare una spada a un pazzo, così come il potere a un malvagio.

    Il termine filosofo, coniato da Pitagora, mirava a distinguere i confratelli, i filòi, dagli «eruditi» – raccoglitori di nozioni – e dai «retori» – persuasori di folle. Filosofo significava qualcosa come «membro della confraternita degli aspiranti alla Sapienza», e non già – come verrà recepito dalla tradizione successiva – il generico e incolore «amante del sapere».

    Il membro della confraternita degli aspiranti alla Sapienza, il filosofo, è dunque colui che è disposto volontariamente a trasformare il proprio modo di vivere, così da trasformare il proprio modo di pensare, così da poter attingere a quella conoscenza che altrimenti non sarebbe attingibile.

    Lo ripetiamo, perché è cruciale: la chiave non è incamerare delle nozioni arcane, ma trasformare il proprio modo di vivere, così da trasformare il proprio modo di pensare, rendendosi volontariamente adatti, pronti, idonei ad accogliere una nuova visione del mondo.

    Tutti i precetti pitagorici vanno in questa direzione, e non possono essere compresi senza questa tensione cosciente al distacco dal Mondo Sensibile. Questo perché tale sforzo è il primo atto fisico che prelude al distacco psichico dalla sub-logica della Parte, dal momento che il fine ultimo della Sophia è conformarsi alla super-logica del Tutto.

    Chi ha desiderio di ricchezze materiali, di riconoscimenti pubblici, di agiatezza, mostra già, da queste propensioni, una estrema inattitudine alla Filosofia pitagorica.

    Solo per fare un esempio, mettere i propri beni al servizio della comunità significava separarsi volontariamente dai mezzi di sussistenza del proprio io fisico, e se l’aspirante non vi riusciva, per paura o avidità, ciò indicava che non era ancora pronto, e cioè che la sua coscienza doveva ancora compiere fino in fondo il percorso di esplorazione del Mondo Sensibile, fino al punto in cui avrebbe iniziato a provare un senso di saturazione e di rigetto.

    Ecco perché era indispensabile l’organizzazione a strati della comunità: nonostante le ottime intenzioni di partenza, in caso di ripensamento, di fragilità, uscire fuori dalla cerchia più esterna nelle prime fasi di discepolato non comportava gravi danni, né per l’aspirante né per la comunità.

    Grazie all’enorme reputazione acquisita da Pitagora nei suoi primi anni di attività, del termine filosofo – divenuto col tempo sinonimo di «profondo conoscitore di verità» – si fregieranno in seguito, del tutto impropriamente, alcuni personaggi estranei alle confraternite pitagoriche. Platone terrà a rimarcare l’originale distinzione del termine in un celebre passo del Gorgia:

    I filosofi dicono, Callicle, che cielo e terra, Dèi e uomini, sono legati dall’analogia, dalla consonanza, dall’ordine, dall’intelligibilità e dalla perfezione. Ed è proprio a ragione di tali affinità che essi chiamano l’universo «Cosmo», indicando qualcosa di antitetico al disordine e al caos. Mi sembra che tu, pur definendoti «filosofo», non ne tenga conto e non riesca a cogliere l’analogia geometrica che accomuna uomini e Dèi.

    Dell’eventuale approccio di Platone a una reale confraternita pitagorica non sappiamo niente. Nel momento storico in cui vive, i Pitagorici scampati al massacro e alla distruzione da parte degli avversari politici erano dispersi per il mondo, come ci racconta Giamblico in questo drammatico passo:

    I Ciloniani che erano stati respinti e condannati al vituperio dai Pitagorici, li assalirono e li bruciarono vivi tutti, ovunque si trovassero. Quel che accadde è che assieme ai Filosofi scomparvero anche le loro conoscenze, che fino a quel momento erano state custodite nel segreto dei loro petti, e di conseguenza molte nozioni apparentemente incomprensibili vennero trasmesse da persone esterne alla comunità, in forma travisata.

    Scomparve tutto, ad eccezione di pochissime dottrine che alcuni, fra coloro che si trovavano in quel momento all’estero, avevano conservato come fioche e tremolanti fiammelle. Quei superstiti, isolati e profondamente scoraggiati per l’accaduto, si erano dispersi, ed evitavano di comunicare con gli altri, isolandosi in luoghi remoti e preferendo la solitudine al contatto umano.

    Tuttavia, preoccupati che il nome della Filosofia non sparisse completamente dal consorzio umano, e per non far torto agli Dei col dilapidare un dono così prezioso, dopo aver scritto degli appunti in modo criptico e simbolico raccogliendo le memorie dei maestri e le proprie, lasciarono questi testi là dove avevano deciso di terminare la propria esistenza, raccomandando ai loro eredi di non consegnarli a nessuno che fosse estraneo alla famiglia. Molti mantennero questo impegno a lungo, trasmettendo per successione ai loro discendenti questo lascito.

    Dopo la diaspora, alcuni dei Pitagorici scampati vengono richiamati in Italia, ma non sappiamo se e come i transfughi si riorganizzino, e in base a quali criteri.

    In ogni caso, il soggiorno di Platone in Italia appare troppo breve per affrontare un normale percorso di discepolato, che nella comunità originale poteva arrivare anche a otto anni, visto che non si praticava un semplice trasferimento di nozioni, ma una vera e propria riconfigurazione logica, da affrontare con lentezza e pazienza.

    Cosicché è probabile che le circostanze abbiano costretto Platone ad apprendere parte della dottrina da personaggi come Timeo di Locri, e allo stesso tempo abbia attinto ad altre fonti per ampliare la sua formazione, come i famosi libri di Filolao.

    E non è da trascurare il ruolo di Socrate, che nel Simposio appare iniziato al Pitagorismo dalla filosofa Diotima di Mantinea.

    Da Diogene Laerzio, Plutarco, Numenio e Giamblico possiamo ricostruire a grandi linee la vicenda dei libri. Scrive Diogene:

    Fino al tempo di Filolao non era possibile conoscere alcuna dottrina pitagorica, e Filolao fu l’unico a pubblicare quei tre celebri libri che Platone inviò a comprare per cento mine.

    Giamblico ci dice di più:

    È celebre la cura con cui i Pitagorici tenevano segrete le loro dottrine, e nel corso di tante generazioni sembra che nessuno, prima dell’epoca di Filolao, si fosse imbattuto nelle testimonianze di alcun pitagorico.

    Filolao è stato il primo a pubblicare quei tre famosi libri che Dione di Siracusa – come si racconta – acquistò per cento mine su incarico di Platone, nel momento in cui Filolao si era ridotto in grande povertà. Filolao proveniva dalla comunità dei Pitagorici e aveva avuto accesso alla dottrina di Pitagora.

    Dunque la vicenda è questa: durante la sua permanenza in Italia, Platone stringe delle amicizie. Tra queste c’è il giovane Dione di Siracusa, un politico molto influente che appartiene a una ricca e nobile famiglia.

    Visto l’interesse di Platone al Pitagorismo, Dione riesce ad acquistare a caro prezzo i manoscritti di Filolao, opere – com’è facile intuire – piuttosto rare.

    L’opera perduta di Filolao è comunemente nota come Περὶ Φύσεως, e cioè Sulla Natura. Tuttavia Stobeo conserva anche un secondo titolo, e cioè Περὶ Κόσμου, Sul Cosmo.

    La differenza non è di poco conto: mentre Natura è un termine generico, Cosmo non designa semplicemente «l’ordine del mondo», ma è il nome dato dai Pitagorici al diagramma archetipico attraverso il quale gli iniziati alla Sophia conferivano un ordine matematico-geometrico alla Natura.

    Platone apprende il Pitagorismo anche grazie a quel diagramma, che descriverà in modo criptico nella Psicogonia del Timeo, e ne assimila la logica. Probabilmente non la assimila tutta e subito, e i Dialoghi potrebbero riflettere le tappe progressive della sua lenta riconfigurazione.

    Appare quindi chiaro che Pitagorismo e Platonismo, nei loro fondamenti logici, sono inscindibili, sebbene possano divergere in alcuni sviluppi concettuali, perché sulle medesime Forme possono essere «innestati» Concetti differenti, i quali, a loro volta, possono essere espressi da molti termini, che si moltiplicano nelle traduzioni in lingue diverse, rendendo così le testimonianze scritte piuttosto inattendibili.

    Il linguaggio fluttua nel tempo e nello spazio; le Forme, invece, sono stabili ed eterne.

    Nel prossimo video proveremo ad affrontare il delicato problema della cosiddetta Dottrina non scritta di Platone.

    «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica