In questo video, Elias Artista ricostruisce l’Accademia platonica non come una scuola aperta e uniforme, ma come una comunità organizzata secondo diversi gradi di accesso alla conoscenza. Le cosiddette “dottrine non scritte” non sarebbero state semplicemente insegnamenti orali, bensì il contenuto riservato di un percorso selettivo, destinato a pochi discepoli capaci di affrontare una lunga trasformazione intellettuale e interiore. Seguendo il modello delle confraternite pitagoriche, Platone avrebbe distinto un circolo più ampio da un nucleo ristretto di “menti geometriche”, custodi della Logica Sintetica e del diagramma della Psyché. In questa prospettiva, anche il rapporto tra Platone e Aristotele deve essere radicalmente riconsiderato: Aristotele potrebbe aver conosciuto alcune formule della dottrina, come “il Grande e il Piccolo”, senza aver mai avuto accesso alla figura che ne rendeva intelligibile il significato.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Aristotele, Fisica, IV, 209 b 15.
- Claudio Eliano, Varia Historia, a cura di Rudolf Hercher, Lipsia, B. G. Teubner, 1870, III, 49, 19.
- Giovanni Reale, Introduzione, in Thomas A, Szlezák, Platone e la scrittura della Filosofia, Vita e Pensiero, Milano, 1988, p. 19.
- John Niemeyer Findlay, Plato – The Written and Unwritten Doctrines, Routledge & Kegan Paul, Londra, 1974, p. 22.
- Platone, Lettera II, 312d.
- Leonardo Tarán, Speusippus of Athens, Brill, Leiden, 1981, pp. 224-226.
- Harold Cherniss, The Riddle of the Early Academy, Russell & Russell, New York, 1962, p. 65.
- Platone, Repubblica, 600b.
- Maurizio Giangiulio, "Aristoxenus and Timaeus on the Pythagorean Way of Life", in Pythagorean Knowledge from the Ancient to the Modern World: Askesis, Religion, Science, ed. A-B. Renger e A. Stavru, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2016, p. 121.
- Giamblico, Vita di Pitagora, 18.
Letture integrative
- John Dillon, The Heirs of Plato – A study of the Old Academy (347-274 BC), Clarendon Press, Oxford, 2003.
- Cornelia J. De Vogel, Pythagoras and Early Pythagoreanism – An interpretation of negleted evidence on the philosopher Pythagoras, VanGorcum, Assen, 1966.
Trascrizione del video
Sarebbe straordinario conoscere nel dettaglio come Platone articolasse il lavoro in Accademia, ma le tracce sono purtroppo molto esigue. Esiste un passo della Fisica in cui Aristotele, parlando dell’insegnamento di Platone, fa riferimento a certe «dottrine non scritte» (ἄγραφα δόγματα). In diversi passi della Metafisica, Aristotele allude poi a insegnamenti dei quali non troviamo riscontro nei Dialoghi. Questo ha condotto gli studiosi a formulare l’ipotesi che Aristotele fosse a conoscenza di contenuti di cui Platone non ha lasciato traccia.
Il problema è capire se Aristotele sia stato messo a parte del reale contenuto di quegli insegnamenti, oppure se ne abbia soltanto sentito parlare. Una serie di indizi ci costringono a riconsiderare il rapporto intercorso tra i due e il vero ruolo di Aristotele all'interno del circolo platonico.
A titolo di pettegolezzo, nella sua Varia Historia Claudio Eliano racconta che, quando l’irruento Aristotele gravitava con i suoi seguaci nell’area pubblica del parco, l’ormai anziano Platone, disturbato, si ritirava in un quartiere interno di sua proprietà. Per quanto valore possa avere questa testimonianza indiretta, a noi resta un dubbio: si parla di luoghi fisici o è la metafora di una ripartizione della dottrina platonica in pubblica ed esoterica?
Quando parliamo di esoterismo, noi utilizziamo il termine nel senso definito dalla Scuola di Tubinga, che Giovanni Reale spiega con sintesi cristallina:
«Krämer e Gaiser hanno cercato, in tutti i modi, di spiegare che per “esoteriche” si intendono quelle dottrine che Platone ha mantenuto come “intraccademiche” (innerakademisch), ossia che ha sviluppato solo nell’ambito della ristretta cerchia dei discepoli, e precisamente solo per quei discepoli che, messi rigorosamente alla prova, in generale e in particolare, dopo una lunga preparazione condotta a diversi livelli, dimostravano la capacità di comprenderle e assimilarle in modo adeguato.»
Scrive John Findlay:
«Si può ben ritenere che Platone in Accademia abbia ripartito il suo insegnamento su due livelli, e questo sin dal primo momento. Ha scritto e tenuto letture pubbliche dei suoi Dialoghi per un pubblico filosofico generico, ma ha anche condotto intense discussioni metodologiche e sistematiche, per piccoli gruppi di partecipanti.»
Ciò che nei Dialoghi è comprensibile è ciò che Platone decide di rendere volontariamente esplicito, ovvero l’esplorazione delle ricadute sociali e politiche di un’ipotetica applicazione pratica della logica pitagorica. Ma è la Linea Divisa stessa ad attestare, nel modo più lampante, che la dottrina platonica è nella sua essenza esoterica, perché è tesa a conseguire un livello di conoscenza, la Noesis, che è attingibile soltanto da pochi cercatori di verità, al termine di un lungo e difficile percorso interiore.
A ognuno è rimesso il compito di valutare se questo si configuri come elitismo in senso negativo. Quel che è certo è che nessuno si sognerebbe di etichettare come “elitista” l'atteggiamento di uno sportivo che, dopo anni di dura disciplina e sacrifici, riesca a condurre il suo corpo a risultati impossibili per un individuo medio, così da arrivare a confrontarsi solo con individui che hanno infranto gli stessi limiti.
Di certo non è il censo a stabilire il discrimine, sebbene una rendita sia indispensabile per rendersi liberi da occupazioni che possano ostacolare l’attività speculativa; così come non è l’adesione fideistica a un culto a fondare il circolo dell’Accademia, che sul confronto critico e razionale si sviluppa.
Ricordiamo la difficoltà per Platone nell’acquisire i libri di Filolao, con quanta cura li avesse conservati e quanto tenesse alla segretezza del progetto, come attesta la Lettera Seconda indirizzata a Dionigi, in cui parla cripticamente di un «modello di Sfera» suddiviso in livelli:
«La piccola sfera [che mi hai fatto avere] non è corretta. Archidemo te lo spiegherà chiaramente quando sarà da te. Lui deve anche darti una spiegazione sulla questione che ti creava difficoltà, argomento che è certamente superiore rispetto agli altri. Secondo quanto mi hai riferito, non sei soddisfatto della spiegazione sulla natura del primo punto. Te lo spiegherò per enigmi, così che, in caso la tavoletta vada incontro ad imprevisti “per terra o per mare”, chi la legge non possa comprenderla.»
Da questo passo possiamo dedurre alcuni elementi preziosi. Uno: Platone tenta di spiegare a Dionigi di Siracusa il diagramma della Psyché. Due: Dionigi si esercita nella sua comprensione e chiede a Platone un riscontro. Tre: Platone gli dice che ha frainteso alcuni passaggi. Quattro: uno dei messi di Dionigi, Archedemo, è stato edotto sul correlato concettuale relativo alle Forme, ed è in grado di spiegarlo a Dionigi, ma solo di persona, perché Platone non vuole che questo segreto venga divulgato.
Ecco dunque la spiegazione criptica di Platone:
«Dunque: tutto esiste in relazione al “Re-del-Tutto” e per causa sua, e questo fatto è all’origine di tutto ciò che è bello. In relazione al punto due, esiste una seconda classe di cose, e in relazione al punto tre, una terza classe. Ora, la mente dell'uomo, quando ha a che fare con esse, cerca di conoscerne le qualità, e la sua attenzione si focalizza su quelle con cui è consonante; tuttavia, queste non lo soddisfano mai.
Riguardo al “Re” e alle cose che ho menzionato, non esiste niente che gli somigli, e a quel punto l'Anima prende a domandarsi: “Come sono fatta?”. Questa domanda – o piuttosto il travaglio che questa domanda provoca nell'Anima – è la causa di tutti i problemi, ma se l’uomo non la esprime, non troverà mai la verità autentica.
Attento però a non far cadere tutto ciò nelle mani di uomini ignoranti, perché, a mio parere, non esistono forse dottrine più risibili di queste agli occhi della massa, né al contrario più meravigliose ed entusiasmanti per gli uomini di nobile natura.»
Qui Platone spiega nuovamente a Dionigi la Linea Divisa, secondo cui ciascuno conosce gli oggetti esterni nel modo che corrisponde al proprio livello noetico, finché, ad un certo punto, l’oggetto da conoscere, la cui indagine diventa problematica, è la propria natura: «Chi sono io?».
Vista la cura con cui Platone tiene celato il diagramma della Psyché, è molto probabile che esso non sia mai stato esposto, forse nemmeno durante la famosa conferenza pubblica Sul Bene, che apparirà contorta e astrusa agli astanti interdetti. A sentire Simplicio, oltre a un pubblico non versato in discussioni filosofiche, all’incontro avrebbero partecipato Aristotele, Eraclide Pontico, Estieo di Perinto, Senocrate, Speusippo e altri non specificati, e qualcuno di loro prenderà degli appunti che verranno definiti “enigmatici”.
Tuttavia, noi non possiamo e non dobbiamo concludere che tutti questi personaggi avessero il medesimo rapporto di comunanza con Platone. Il rapporto tra i membri dell’Accademia poteva essere piuttosto diverso da ciò che possiamo immaginare in base all’organizzazione delle omonime istituzioni moderne.
In primo luogo, perché il pensiero pitagorico mira, come abbiamo visto, alla riconfigurazione logica di un aspirante che possieda una predisposizione naturale al pensiero sintetico, spaziale e architettonico. Qualcuno ha ipotizzato che il rapporto istituito nell'Accademia platonica non fosse esattamente quello verticale tra docente e discente, ma circolare.
Cherniss, in The Riddle of the Early Academy, ritiene che Platone fosse un primus inter pares, una sorta di mentore, supervisore e coordinatore di un gruppo di pensatori che portavano avanti i loro studi, ciascuno in base ai propri interessi, chi in ambito teologico, chi in ambito scientifico, confrontandosi e interagendo con gli altri. Cherniss suppone che l’acume di Platone nell’intravedere le contraddizioni fosse un grande punto di riferimento per quanti volessero testare le proprie convinzioni.
Quella della circolarità è una tesi interessante; tuttavia, noi riteniamo che all’interno del gruppo solo pochi – i «cosiddetti Pitagorici» – possedessero le chiavi della Logica Sintetica o, in altre parole, avessero avuto diretto accesso al diagramma.
Tutti gli indizi ci portano a concludere che all’interno dell’Accademia ci fossero due circoli, uno allargato e uno ristretto, in cui il confronto mostrava un diverso quoziente di profondità. Il gruppo interno poteva essere composto da una piccola cerchia di «menti geometriche» selezionate e vincolate al segreto sui contenuti.
La conversazione tra Socrate e Glaucone sulla Linea Divisa, attestata nella Repubblica, potrebbe essere proprio il frammento di una delle conversazioni pitagoriche in uso nella cerchia interna, tenute di fronte al diagramma della Psyché.
Difficile pensare che Platone, dopo aver lodato lo stile di vita pitagorico, non cercasse di uniformarsi agli stessi criteri pedagogici, visto che si tratta di conseguenze pratiche della logica di base, e non dedicasse uguale attenzione al reclutamento dei giovani accademici.
Scrive Maurizio Giangiulio:
«Le relazioni di Pitagora con i suoi discepoli erano di natura personale e privata, ma i discepoli arrivarono ad essere considerati come un gruppo, come hetairoi che formavano una comunità di amici.»
Una comunità, dunque, formata da persone selezionate che, per attingere alla verità, praticano di comune accordo un controllo sugli impulsi di base e aderiscono a un’etica che è frutto della logica sottesa.
Ricordiamo la tripartizione della Repubblica: l’anima “razionale” (λογιστικόν) domina quella “irascibile” (θυμοειδές), che domina quella “concupiscente” (ἐπιθυμητικόν). Il percorso di conoscenza si fonda su un percorso di ἄσκησις, di ascesi, di “risalita” della coscienza lungo la Linea Divisa.
Per tutti questi motivi, noi non possiamo escludere che Platone avesse adottato un metodo di organizzazione del gruppo simile a quello pitagorico descritto da Giamblico:
«Dopo l'ammissione al discepolato, le diverse classi erano attribuite secondo il merito individuale. Poiché i discepoli hanno caratteristiche differenti, è poco utile per loro partecipare a tutto indistintamente, né sarebbe stato giusto condividere le rivelazioni più profonde con alcuni e nasconderle ad altri; tale discriminazione avrebbe creato frizioni.
Pitagora comunicava a tutti una certa parte della dottrina, dando a ciascuno ciò che era capace di comprendere e facendo del merito individuale il criterio di estensione dei suoi insegnamenti. Questo metodo così articolato l’aveva portato a designare alcuni come “Pitagorici” e altri come “Pitagorei”, proprio come si distinguono i veri poeti dai versificatori. In base a questa distinzione considerava alcuni dei suoi discepoli dei modelli per gli altri.
I beni dei Pitagorici venivano messi in comune, poiché dovevano vivere insieme, mentre i Pitagorei potevano continuare a gestire le loro proprietà, anche se, riunendosi frequentemente, erano liberi di seguire le stesse attività. Questi metodi di organizzazione, che ebbero origine da Pitagora, furono trasmessi ai suoi successori.»
La tradizione riporta che tra i Pitagorici che vivevano all’interno della Confraternita della Sapienza esistevano suddivisioni: chi dava prova di una mente adatta alla speculazione metafisica poteva accedere a un livello avanzato e assumeva il titolo di Matesico.
I Matesici erano vincolati da un patto di segretezza – che appare ovvio, visto lo scrupolo nella selezione – ed è forse anche questo il motivo per cui non possediamo alcun diagramma della Psyché coevo a Platone.
Così come erano esistiti “Pitagorici” e “Pitagorei”, non possiamo escludere che attorno a Platone ci fossero “Accademici” e “Accademisti”. Quando parla con alcuni fra gli Accademici, Platone chiama l’Unità e la Molteplicità «il Grande e il Piccolo», perché chi ha visto il diagramma sa a cosa egli si riferisca.
Il passo 144 del Parmenide, la Psicogonia del Timeo, la forte connotazione visiva e spaziale dei due termini “Grande” e “Piccolo” ci sollecitano alcune domande, e una andrebbe posta nei seguenti termini: potrebbe Aristotele aver fatto riferimento a «il Grande e il Piccolo» senza aver visto una sua rappresentazione diagrammatica?
Egli ha certamente udito l’espressione “il Grande e il Piccolo” nei suoi colloqui con Speusippo e Senocrate – fonti, oltre ai Dialoghi, da cui apprende la posizione dei cosiddetti Pitagorici – ma non sembra mettere in relazione tale espressione con alcuna figura.
Eppure, «il Grande e il Piccolo» appare in modo patente l’appellativo di qualcosa che si ha visivamente di fronte agli occhi, una figura che molto probabilmente Aristotele non aveva visto, né aveva colto direttamente dalla bocca di Platone, perché, in caso contrario, ne avrebbe fatto il fulcro della sua attenzione critica, l’avrebbe smontato e rimontato, come suo costume, in piccoli pezzi.
Per quanto incredibile possa apparire a noi moderni, in Accademia lo status di Aristotele potrebbe essere stato molto limitato rispetto a ciò che la tradizione neoplatonica ci ha fatto supporre. Noi siamo influenzati dall’enorme venerazione di cui Aristotele verrà fatto oggetto in epoche successive, ma al tempo dell’Antica Accademia le cose potevano essere ben diverse.
Nel prossimo video approfondiremo la posizione critica di Platone nei confronti del linguaggio e il ruolo del diagramma. «Al Principio!»