In questo video, Elias Artista affronta il problema della cosiddetta “Dottrina Non-Scritta” di Platone, accogliendo alcune conclusioni della Scuola di Tubinga ma mettendo in discussione l’idea che l’oralità costituisse il veicolo privilegiato della dottrina platonica. La critica che Platone affida a Socrate non investe infatti soltanto la scrittura, ma il Linguaggio inteso come flusso di parole, fondato sul fragile legame tra Oggetto, Concetto, Suono e Segno, e quindi esposto all’ambiguità, all’inganno e al relativismo. Attraverso il Fedro e soprattutto il Cratilo, emerge il contrasto tra il Logos umano, instabile e soggettivo, e un Logos “divino”, ancorato alle Forme e quindi capace di fondare l’Episteme. Le paradossali etimologie del Cratilo mostrano ciò che accade quando il Segno perde ogni rapporto necessario con l’Essenza della cosa nominata: la Conoscenza Oggettiva si dissolve nella Doxa. Da questa prospettiva emerge la necessità di superare la tradizionale alternativa tra scrittura e oralità, attribuendo un ruolo centrale a un terzo strumento: il diagramma. La vera conoscenza platonica non sarebbe dunque fondata sulle parole, ma sulla contemplazione delle Relazioni Formali che strutturano il Mondo Intelligibile.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    A proposito della famigerata “Dottrina Non-Scritta”, noi siamo in linea con le conclusioni proposte dalla Scuola di Tubinga. Siamo cioè convinti che Platone in Accademia abbia elaborato molto di più di ciò che ha affidato ai Dialoghi. Tuttavia, la nostra interpretazione diverge, ad esempio, da quella di Thomas Szlezák, secondo il quale Platone avrebbe affidato le acquisizioni più preziose della dottrina al discorso orale.

    Quattro motivi sostanziali ci portano a dubitare che l’oralità fosse lo strumento d'insegnamento privilegiato.

    Punto uno. Il fatto che lo strumento dell’oralità, al pari della scrittura, sia in egual modo capace di occultare la verità, e spesso assolva nei Dialoghi a una funzione decostruttiva. Il personaggio di Socrate, ad esempio, si dedica a “smontare” verbalmente quanto è stato “montato” verbalmente altrove.

    Punto due. Il fatto che la Dialettica per Platone non sia uno strumento retorico, ma il motore della sua logica, come vedremo nel Parmenide.

    Punto tre. Il fatto che il senso della vista, e non dell’udito, sia per Platone la porta d’accesso alle verità filosofiche, come attestato nel passo 47 del Timeo.

    Punto quattro. Il rifiuto di Platone di eternizzare attraverso i Segni le cose «davvero importanti», confligge con la sua spasmodica tensione all’Episteme, ovvero all’acquisizione di elementi di conoscenza stabili ed eterni, incarnati dalle Idee/Forme.

    In sostanza, chi punta sull’oralità svaluta la componente visiva, che in Platone è presente in modo straordinario. Dal momento che avrebbe poco senso insegnare oralmente una dottrina costruita su enti geometrici, noi sosteniamo la centralità di un terzo elemento, che si pone tra il discorso scritto e il discorso orale. A nostro parere solo Konrad Gaiser ha analizzato adeguatamente il valore di tale elemento, ovvero il diagramma, che si pone come alternativa alla scelta secca tra scrittura e oralità.

    Pensare che un filosofo possa ritenere il discorso verbale e la scrittura fuorvianti, se non dannosi, appare a noi moderni – letteralmente imbevuti di parole – un’idea piuttosto sconcertante, specie se la critica proviene da qualcuno che ci ha lasciato così tante opere scritte.

    Per comprendere questa posizione problematica dobbiamo tornare alle parole di Socrate nel Fedro:

    "Chi crede di poter tramandare un'arte affidandola all'alfabeto, e chi a sua volta l'accoglie supponendo che dallo scritto si possa trarre qualcosa di preciso e di permanente, dev’essere davvero sprovveduto."

    Platone, attraverso Socrate, parla qui di alfabeto, cioè di discorsi veicolati da parole, segni arbitrariamente associati a suoni. Una cosa è trasmettere un sapere preciso e permanente, attività che per Platone ha senza alcun dubbio grande valore; altra cosa è cercare di eternizzare la verità attraverso una mera associazione di lettere e suoni, tramite cioè l’alfabeto fonetico, che – come racconta la leggenda narrata nello stesso Fedro – era stata la peggiore tra le invenzioni di Thoth, l’archetipo egizio dell’Hermes ellenico:

    "Quando si giunse a parlare della scrittura, Thoth disse [a Thamus]: «Questa invenzione, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché essa è il farmaco della memoria e della sapienza». E il re rispose: «O ingegnosissimo Thoth, c’è chi è capace di invenzioni e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che ne faranno uso. Ora, essendo il padre della scrittura, tu hai detto per affetto il contrario di ciò che essa realmente vale. L'invenzione della scrittura infatti avrà per effetto di produrre l’oblio nelle anime di coloro che la useranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare segni scritti da altri su supporti esterni, invece di ritrovare dentro di sé cose già presenti in se stessi. Dunque, tu non hai aiutato la memoria, ma la ripetizione. In questo modo tu procuri ai tuoi allievi l'apparenza della sapienza, non la verità. E loro per colpa tua diverranno semplici uditori di nozioni prive di valore, e crederanno di conoscere molte cose che in realtà non comprenderanno. Perciò sarà difficile discorrere con loro, perché diventeranno 'raccoglitori di opinioni' invece che sapienti."

    In questo 'racconto nel racconto', Platone esprime una critica al Linguaggio come ‘discorso’, cioè flusso di parole: a causa dell’alfabeto gli uomini non sono destinati a diventare più sapienti, ma più eruditi, ossia semplici “raccoglitori” di nozioni futili, o che non comprendono. Cioè meri “collezionisti del sapere”.

    Lo scopo dell’Accademia platonica non è formare eruditi, ma individui autonomi e pensanti. Le parole altrui, quando vengono memorizzate e ripetute pedissequamente, ostacolano lo sviluppo individuale. Occorre dunque liberarsene quanto prima, attivando un personale processo di Anamnesi per risalire, dentro di sé, alle radici della conoscenza, e cioè alle Idee-Forme.

    I limiti del Linguaggio come ‘discorso’ esplodono nel Cratilo, dove appare chiaro come le parole siano di per sé incapaci di fondare l’Episteme, cioè la Conoscenza Oggettiva.

    L’Hermes che viene citato nel dialogo è un interprete, un messaggero, un ladro e un ingannatore, e queste proprietà si trasferiscono su una delle sue invenzioni. Proprio come la figura ibrida di Hermes, il Linguaggio possiede due aspetti: uno divino, che è portatore di verità, e uno umano, che non è sempre affidabile: bisogna essere in grado di discernere i due aspetti, cosa che secondo Platone solo un vero filosofo è in grado di fare.

    Le persone che non percepiscono l'aspetto divino si accontentano dell’aspetto umano del Linguaggio, e lì sono destinati a permanere in stato di flusso, incapaci di attingere alla vera conoscenza.

    Se il Linguaggio ha la capacità di ingannare, le nostre interpretazioni soggettive non sono per niente affidabili; ecco allora che nel Cratilo Platone mette in scena la sua commedia delle etimologie, che Socrate stesso definirà «una farsa».

    Scrive Shane Ewegen:

    "La commedia delle etimologie rivela, in senso tragico, il modo in cui gli esseri umani sono legati al Logos umano. Sebbene Socrate ed Ermogene cerchino di scoprire i nomi corretti delle cose - supponendo che essi coincidano con i "nomi divini", e quindi reali - il gioco etimologico rivela alla fine il fatto che gli esseri umani sono completamente immersi nei "nomi umani", quei nomi cioè creati dagli esseri umani in base alle loro opinioni fin troppo umane. In altre parole, Socrate ed Ermogene, essendo legati al Logos umano, sono essenzialmente incapaci di accedere ai nomi divini che cercano, essendo ignari di questa loro incapacità. Ed è attraverso uno spettacolo etimologico comico che Socrate rivela il carattere tragico dei nomi umani e la necessità pragmatica da cui sono scaturiti. Tuttavia, la situazione è tragica solo se il Logos permane nella sua natura umana, cioè se è così pervaso dalla falsità da rimanere completamente avulso dal vero Logos degli Dèi."

    Attraverso il Cratilo, così come aveva fatto nel Teeteto, Platone continua la sua crociata contro il relativismo di Protagora: se ogni ente è qualcosa di diverso per ogni persona che percepisce la sua apparenza, l’affidabilità del Linguaggio viene meno: ciò che una persona chiama "caldo", l'altra lo chiamerà "freddo", e così via.

    La conseguenza è che due persone, ognuna con un diverso livello di comprensione, non potranno mai intendersi su un terreno comune. Come evidenzia John Sallis, in questo mondo di flusso radicale, niente rimarrà uguale abbastanza a lungo da permettere al Logos di associarvi un solo nome stabile e vero. In un tale mondo, la vera conoscenza diventa impossibile.

    Portando questa visione alle sue estreme conseguenze, nella sezione etimologica del Cratilo, Platone ci propone una rappresentazione di ciò che tale relativismo comporterebbe, poiché le deliranti etimologie mostrano il trionfo della Doxa, e cioè un flusso di parole interpretate con criteri arbitrari e talmente opinabili da condurre persino a etimologie opposte.

    Tutto questo appartiene alla Conoscenza Soggettiva. Se, secondo Protagora, «l'uomo è la misura di tutte le cose», allora il segno non può più applicarsi stabilmente all’ente che vorrebbe significare e il Linguaggio si decompone, riducendo l'essenza delle cose a mera apparenza.

    Nella vertigine delle etimologie, Socrate mostra a Ermogene, così come al lettore, che l'atto originale di dare i nomi può ridursi a una questione di preferenza, e può trasmettersi arbitrariamente grazie al principio d’autorità dei primi “datori di nomi”. Il Relativismo distrugge quindi l’Oggettività, portando al collasso la distinzione tra verità e falsità.

    Ecco perché la possibilità di dare un corretto nome alle cose non dovrebbe essere data a chiunque, ma solo a chi è in grado di conoscere la vera caratteristica della cosa nominata, e cioè la sua Essenza.

    Il creatore di nomi dovrebbe essere una sorta di “tecnico del Linguaggio”, capace di forgiare un nome che colga l’Essenza della cosa nominata. E proprio come uno strumento viene plasmato in base ai suoi scopi, il nome deve essere guidato dalla funzione della cosa nell’insieme di cui è parte.

    Le fantasiose etimologie del Cratilo fanno riferimento a qualcosa che al lettore dell’epoca doveva apparire incongruo, esagerato: un gioco che nelle traduzioni moderne è impossibile da riprodurre. Platone cerca di rendere il Relativismo ridicolo per il lettore, specie nei passi in cui Socrate aggiunge e sottrae dalle parole lettere a piacimento.

    E nel dialogo con Ermogene, Socrate previene l’eventuale obiezione del lettore con una strizzatina d’occhio:

    "Ora tu magari potresti dirmi che questo è un altro caso in cui invento qualcosa, ma io ti ribatto che se quanto ho detto prima sul termine ‘vizio’ è corretto, allora è corretto anche quanto dico per il termine ‘virtù’."

    In sostanza, se è valida quell’attribuzione arbitraria che abbiamo accettato per motivi contingenti, allora vale tutto.

    Dobbiamo quindi chiederci: esiste un modo per sfuggire al relativismo del Linguaggio? Socrate suggerisce che l’Essere può essere realmente conosciuto grazie a qualcosa di diverso dalle parole:

    "Se è vero che è possibile conoscere le cose sia in base al loro nome, sia in base alla loro Essenza, quale forma di conoscenza sarà preferibile? Conoscere l'Essenza attraverso il nome, ammesso che questo ben rappresenti la verità di cui è immagine? Oppure conoscere direttamente la verità dell'Essenza, applicando ad essa un nome che la rappresenti in modo adeguato?"

    Noi lettori ci aspetteremmo da Socrate una parola sul metodo per arrivare a questa verità, ma rimaniamo delusi: questa conoscenza è troppo grande per i piccoli interlocutori del Dialogo, che possono soltanto instillare dubbi nel lettore.

    Socrate si diverte a svellere le opinioni consolidate lasciando l’animo dell’interlocutore vuoto, ma pronto per ritrovare da solo una nuova verità, ammesso che abbia davvero il desiderio di cercarla, e non si limiti a utilizzare la propria conoscenza per conseguire dei piccoli vantaggi materiali.

    È evidente allora che Platone non respinge tutto il Linguaggio: sta invece cercando quel linguaggio che non può mentire come sono capaci le parole dei Sofisti, e che non è veicolato dai discorsi, ossia suoni artatamente foggiati per scopi reconditi.

    Quello che trova è la parte “divina” del Linguaggio: quella ancorata alle Forme. Perché il Mondo Intelligibile, lo ricordiamo, non è fatto di parole: è fatto di Forme.

    Ciò che Platone non permette che il suo Socrate riveli è, con tutta probabilità, l’esito delle speculazioni diagrammatiche dei Pitagorici. Potrebbe averlo fatto dopo aver sperimentato in Accademia quanto fosse difficile per una coscienza empirica, come quella di Aristotele, accettare il fatto che una semplice figura geometrica sia la chiave capace di dischiudere la Noesis, ovvero la "comprensione della Realtà".

    "Al Principio!"

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica