In questo video, Elias Artista approfondisce la funzione dell’Anamnesis nella filosofia platonica, interpretandola non come il semplice ricordo di conoscenze già formulate, ma come la riscoperta di Forme logiche che la coscienza è in grado di riconoscere prima ancora di possedere le parole con cui esprimerle. Il dialogo socratico svolge una funzione prevalentemente maieutica e decostruttiva: demolendo le certezze costruite attraverso il linguaggio, induce l’interlocutore a rivolgersi verso la propria interiorità. All’Anamnesis segue la Sinopsis, l’atto sintetico mediante il quale le singole Forme vengono colte simultaneamente, nella posizione che ciascuna occupa all’interno del diagramma archetipico. Solo attraverso questa visione d’insieme possono emergere le Idee, intese come correlati concettuali delle Forme. Su queste basi, Elias Artista formula una tesi radicale: il nucleo della conoscenza platonica non risiederebbe nelle parole, scritte o pronunciate, ma nella contemplazione di un diagramma. Il confronto con Aristotele rivela una profonda frattura tra due logiche antitetiche: la Logica Sintetica, spaziale e simbolica, di Pitagora e Platone, e la Logica Analitica, linguistica e decompositiva, di Aristotele.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Nello scorso video, abbiamo respinto l'idea che Platone affidasse all’insegnamento orale il cuore della sua dottrina. Da ciò che emerge dai Dialoghi, l’oralità appare uno strumento utile a mettere in crisi le fragili certezze dell’interlocutore e a stimolare, grazie a una guida esperta, il desiderio di cercare dentro se stessi risposte più profonde delle parole.

    Un esempio di questo metodo di demolizione e ricostruzione maieutica si trova nel Teeteto. Nel corso di una lunga indagine sulla Conoscenza, Socrate conduce Teeteto a riconoscere l’insufficienza delle posizioni da cui era partito:

    «Noi non abbiamo cominciato a discutere per trovare cosa non sia la Conoscenza, ma per trovare cosa sia. Tuttavia abbiamo fatto un passo avanti.»

    «Giusto. E questo, Socrate, se ho capito bene, si chiama “opinare”.»

    «E hai capito bene, amico mio. Per cui ora cancella tutto quel che s’è detto prima, e arrivato a questo punto riprova, e cerca di scoprire qualcosa di più. Dimmi dunque, ancora una volta: cos’è la Conoscenza?»

    Nel confronto di opinioni, l’oralità svolge dunque una funzione prevalentemente decostruttiva. Non perché il dialogo sia privo di valore positivo, ma perché la verità non può essere veicolata dalle parole del maestro: è l’interlocutore a doverla conquistare, o riconquistare, attraverso una trasformazione logica.

    Grazie alla demolizione delle “certezze” veicolate dalla lingua naturale e a quell’opera di tabula rasa che lo scetticismo socratico attua con ironia e determinazione, l’interlocutore viene posto nella condizione di rivolgere l’attenzione verso la propria interiorità. Viene cioè messo nelle condizioni di riportare alla luce quelle relazioni formali elementari che, nella prospettiva platonica, l’anima possiede già prima di qualsiasi esperienza.

    Questo processo di introspezione Platone lo chiama Anamnesi. Scrive Ludwig Chen:

    «L’Anamnesi consiste nel ricordo di una conoscenza originariamente acquisita prima dell’incarnazione dell’anima in un corpo umano, ossia prima della nascita dell’individuo. Nel Menone, la teoria dell’Anamnesi assolve alla funzione di fondare la tesi dell’apprendimento, vale a dire del possesso pre-incarnazionale della conoscenza da parte dell’anima. Nel Fedone, invece, essa assolve alla funzione principale di dimostrare l’esistenza pre-incarnazionale dell’anima.»

    L’esempio più celebre di Anamnesi si trova nel Menone. Qui un giovane schiavo, privo di istruzione, viene invitato da Socrate ad affrontare un problema geometrico. Il ragazzo inizialmente sbaglia, riconosce i propri errori e, attraverso una successione di domande, arriva infine a comprendere la soluzione.

    Lo schiavo del Menone non ha studiato Geometria: è dunque legittimo domandarsi da dove provenga la sua capacità di comprendere le relazioni formali, le proporzioni, le uguaglianze e le differenze, anche prima di possedere un linguaggio tecnico con cui denominarle. Platone dimostra così l’esistenza dell’Intuizione pura, e cioè la capacità di riconoscere spontaneamente alcune relazioni tra forme senza che esse siano state precedentemente apprese.

    Dobbiamo però sottolineare qui una distinzione essenziale. All’interno di ciò che la tradizione raccoglie sotto i termini eidos e idea, dobbiamo distinguere infatti la Forma dall’Idea.

    La Forma è una struttura preconcettuale, una pura relazione spaziale, rappresentabile geometricamente. L’Idea è invece il correlato concettuale che viene elaborato quando il filosofo attribuisce un significato a quella Forma all’interno di una struttura specifica.

    In questa prospettiva, l’Anamnesi non conduce immediatamente alle Idee già formulate, ma riporta anzitutto alla coscienza le Forme e le loro Relazioni. Le Idee emergeranno soltanto in un momento successivo, quando quelle Forme saranno osservate nella loro posizione reciproca, nel loro gioco di opposizioni dialettiche, e interpretate concettualmente.

    La pura Forma, nel senso specifico che adottiamo nell’Archilogon, è una Relazione che la Geometria rende spazialmente intelligibile. Tuttavia le Forme non si presentano isolate, perché non sarebbero significanti. Nel corso della storia, i maestri della Sophia hanno disposto le Forme archetipiche all’interno di una struttura complessa e dinamica.

    Per comprendere come le Parti si relazionino nel Tutto non basta allora considerarle singolarmente: occorre guardarle insieme. Occorre, cioè, una visione sinottica.

    La Sinopsis è l’atto cognitivo sintetico mediante il quale la coscienza contempla simultaneamente le Forme e le Relazioni che le connettono all’interno del diagramma. Se l’Anamnesi riporta alla luce gli elementi formali colti ancora separatamente, la Sinopsis permette di comprenderli all’interno di una struttura completa e autosufficiente.

    Alle Idee, intese come correlati concettuali delle Forme, il filosofo può giungere attraverso questa visione complessiva, attribuendo a ciascuna forma del diagramma — un punto, una linea, un cerchio — un Concetto adeguato alla Relazione che quella posizione esprime, in base all’ambito specifico, che sia umanistico, scientifico o teosofico.

    Questo chiarisce la diffidenza platonica nei confronti del Linguaggio. Se la conoscenza metafisica fondamentale consiste nella contemplazione delle Relazioni Formali archetipiche, allora ciò che è essenziale può essere espresso, almeno in linea di principio, attraverso una struttura diagrammatica.

    La ricostruzione della Logica Sintetica ci ha condotti dunque a formulare una tesi radicale, e cioè: il nucleo della verità platonica non sarebbe contenuto primariamente in un discorso, ma in una struttura di Relazioni rappresentabile attraverso un diagramma.

    Questo perché il diagramma possiede una forza, una stabilità e una verità che il discorso non possiede: le sue Relazioni interne non possono essere modificate arbitrariamente senza che venga meno la completezza del sistema.

    Al contrario delle Forme, le parole sono suoni o Segni associati a Concetti. Il loro legame con ciò che intendono esprimere non deriva da necessità matematica, ma da convenzioni linguistiche, trasformazioni storiche e usi contingenti. Una stessa parola può modificare il proprio significato nel passaggio attraverso culture differenti, perdendo alcune associazioni e acquistandone altre.

    Il linguaggio è plastico, e questa sua plasticità ne fa un pericoloso strumento di persuasione. Il retore più abile conquista l’uditorio attraverso il talento con cui combina le parole, toccando emozioni, aspettative e convinzioni. Questa possibilità di separare la forza persuasiva del discorso dalla necessità della verità rende la Retorica pericolosa e sospetta agli occhi di Platone, e spiega la sua lunga polemica contro i Sofisti.

    Il diagramma non persuade: mostra. Non deve attraversare un processo di traduzione da una lingua all’altra. Non dipende dal significato storico delle parole. Chi lo contempla può riconoscervi una struttura logica indipendente dalla lingua in cui essa verrà successivamente spiegata.

    Se la tradizione relativa all’iscrizione posta all’ingresso dell’Accademia conserva almeno un nucleo di verità, il requisito richiesto a chi voleva inoltrarsi nella ricerca platonica era la capacità di ragionare “geometricamente”, cioè di attivare una comprensione “spaziale”, anziché linguistica. Non tanto conoscere la Geometria come disciplina tecnica, ma essere capace di pensare attraverso Relazioni spaziali.

    Questo punto diventa particolarmente importante nell’affrontare il problema “Aristotele”. Se all’interno dell’Accademia esistevano differenti livelli di accesso agli insegnamenti, allora occorre rivedere la posizione di Aristotele rispetto a questo nucleo.

    Aristotele non è un sofista, e gli va riconosciuta l’onestà intellettuale del vero scienziato. Ma egli fraintende i Pitagorici perché non comprende che essi si esprimono simbolicamente e spazialmente. Rileggiamo questa testimonianza di Asclepio di Tralle:

    «I Pitagorici non volevano rendere accessibile a tutti le proprie conoscenze e, per questa ragione, trasmettevano i loro insegnamenti in forma simbolica. Chi si limita al significato apparente rischia quindi di fraintenderli.

    I Pitagorici non intendevano affermare che le cose naturali siano materialmente composte di numeri. I Numeri hanno la proprietà di determinare e delimitare ciò che viene numerato; e la stessa funzione appartiene alle Forme, che determinano e organizzano la materia. Per questo, attraverso i Numeri, i Pitagorici volevano indicare simbolicamente le Forme, non la materia.

    Aristotele, invece, pretende ovunque che le dottrine vengano esposte con precisione. Rimprovera perciò i Pitagorici perché loro, anziché utilizzare termini definiti, si esprimono in forma simbolica, e finisce per criticarli come se le loro affermazioni fossero scorrette. Il nostro maestro Ammonio non ha mai condiviso tale giudizio.»

    La testimonianza di Asclepio, che trascrive e rielabora le lezioni di Ammonio di Ermia sulla Metafisica di Aristotele, è importantissima. Ammonio infatti rappresenta un’antica tradizione esegetica consapevole dell’esistenza di una profonda frattura ermeneutica tra Aristotele e Platone.

    Emerge con chiarezza una profonda differenza di logica tra due personalità opposte. Platone guarda alle parole come a strumenti provvisori, il cui significato deve essere ricondotto a qualcosa di più stabile. Aristotele, invece, attribuisce al Linguaggio una funzione decisiva nella costruzione della conoscenza, e sottopone termini, proposizioni e inferenze a una minuziosa analisi.

    Scrive Dario Antiseri:

    «A Platone, la parola (che è un organon, cioè uno strumento) non sta troppo a cuore: a lui interessano le cose, le idee, e non tanto gli strumenti verbali che servono per evocarle. Aristotele invece, da parte sua, è convinto che l’attenzione al linguaggio, nella sua funzione di fedele messaggero delle passioni dell’anima, rivesta una importanza decisiva sia nella costruzione della Scienza sia nella formazione di una città ben ordinata, perché è proprio sul campo del linguaggio che si può sconfiggere lo scetticismo che tenta di minare la Scienza e i fondamenti della morale.»

    La Logica Analitica aristotelica si fonda sulla scomposizione del discorso nei suoi elementi, sulla distinzione dei termini, sulla struttura delle proposizioni e delle condizioni secondo cui un’inferenza può essere valida.

    Platone, al contrario, non si fida della stabilità dei termini. Le parole, proprio perché possono essere associate, separate e ricombinate in modi diversi, restano strumenti ambigui e potenzialmente ingannevoli.

    Dunque, se Aristotele non era conformabile alla logica pitagorica che Platone aveva assimilato, allora il suo ruolo all’interno dell’Accademia deve essere nuovamente interrogato. Non per sminuirne la grandezza, ma per comprendere da quale posizione egli osservasse e giudicasse Platone.

    «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica