In questo video, Elias Artista mette in discussione una delle formule più celebri e meno spiegate della tradizione platonica: l’affermazione secondo cui il filosofo “contempla” le Idee. Sostituire questo verbo con espressioni quali “intuire”, “cogliere intellettualmente” o “vedere con il Nous” non chiarisce infatti quale operazione venga realmente compiuta, né permette di distinguerla da un’illusione soggettiva. Attraverso il significato originario della theōria e la ricostruzione proposta dall’Archilogon, la contemplazione viene interpretata come visione sinottica del diagramma archetipico: una struttura geometrica composta da punti, linee e cerchi, capace di rendere visibili le posizioni e le relazioni invarianti delle Forme. Il video introduce così la Partizione dell’Intero di Pitagora, il passaggio dialettico dall’Unità alla Molteplicità e il metodo della Deduzione Strutturale, mostrando come una medesima architettura formale potesse unificare le differenti discipline coltivate nell’Antica Accademia.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Per oltre due millenni, una delle espressioni più celebri della filosofia platonica è stata: «il filosofo “contempla” le Idee». La formula è ormai così familiare da essere diventata trasparente. Ma dal momento che il nostro approccio a Platone è totalmente razionale, non possiamo eludere una domanda elementare: com’è possibile “contemplare” degli elementi astratti come le Idee-Forme?

    Il problema non può essere risolto dalla terminologia. Sostituire “contemplare” con “intuire”, oppure “cogliere intellettualmente”, “vedere con il Nous” o “avere una visione noetica” non chiarisce il processo: lo ribattezza. Scrive Andrea Nightingale:

    «La forma suprema della sapienza è la theōria: la “visione razionale” delle verità metafisiche».

    La spiegazione è sempre stata un circuito chiuso: le Idee sono conosciute dal Nous perché il Nous le contempla; “contemplarle” significa “coglierle intellettualmente”; “coglierle intellettualmente” significa averne una “visione noetica”. Ogni espressione rinvia a un’altra, ma nessuna spiega quale operazione venga compiuta, quale sia il suo oggetto concreto, cosa la distingua dall’illusione mistica.

    La “contemplazione” finisce allora per funzionare come una formula liturgica: non risolve il problema della conoscenza delle Idee, ma lo sottrae alla domanda ammantando la risposta con un’aura di sacralità.

    Platone presenta la “contemplazione” come l’atto supremo della conoscenza filosofica. La tradizione ha trasformato il gesto — la theōria — in un’elaborazione concettuale, nonostante Platone continui a descriverla con termini visivi: theōreîn, theâsthai, horân, ideîn, katideîn, blépein.

    Come spiega Nightingale, le Forme sono allo stesso tempo estranee e familiari a chi le contempla. Da una parte sono sovrumane e divine; dall’altra possiedono una parentela con la Psyché, la quale può riconoscere nell’ordine intelligibile una struttura affine alla propria. Nightingale parla di syngéneia, ossia di un rapporto di parentela.

    Non si tratta però, a nostro avviso, di una derivazione dal divino all’umano, ma di un’affinità strutturale. La Psyché, educata dalla Filosofia, diviene capace di riconoscere, nel Mondo Intelligibile, la struttura logica della Realtà. La “contemplazione” quindi non è un contatto con qualcosa di completamente estraneo, ma il riconoscimento di una matrice unica.

    A seguito di questo contatto con le Forme, il filosofo compie un’operazione che trova la sua radice nell’etimologia del termine theōria. Nella theōria tradizionale, un individuo chiamato theōrós lasciava la propria città; si recava presso un santuario, un oracolo o una celebrazione religiosa; assisteva a uno spettacolo sacro; ritornava nella sua comunità e riferiva pubblicamente ciò che aveva visto.

    Il filosofo dunque è un theōrós che, dopo la contemplazione delle Forme, ritorna e racconta ciò che ha visto, cioè sottopone il proprio resoconto all’esame degli altri, e per farlo deve necessariamente tradurre le Forme in contenuti comunicabili. Deve cioè trasformare la Forma in Concetto, e poi il Concetto in Segno.

    Ma che cosa “vede” il filosofo? Secondo la ricostruzione proposta dall’Archilogon, non contempla oggetti intelligibili isolati, bensì una struttura composta da punti, linee e cerchi: elementi geometrici che rendono visibili le posizioni e le relazioni delle Forme.

    Nella Repubblica, la Linea Divisa distingue differenti stadi cognitivi e il carattere spaziale di questa costruzione viene erroneamente ridotto a mero supporto didattico. La linea, invece, è uno schema rigorosamente costruito, nel quale la suddivisione dei segmenti obbedisce a un medesimo rapporto proporzionale.

    Socrate afferma che la Dialettica conduce dalla Dianoia alla Noesis, risalendo dalle ipotesi verso il principio non ipotetico. Non spiega però quale operazione permetta di contemplare le Forme e di riconoscerne l’ordine. Questa omissione non è affatto marginale: è il vuoto collocato esattamente al centro del sistema.

    Questo vuoto può essere colmato risalendo alle radici logiche del Pitagorismo, quelle che emergono dalla ricostruzione della Logica Sintetica. E la prima risposta è questa:

    «Contemplare le Idee» significa — innanzitutto — riconoscere le Forme all’interno del diagramma archetipico.

    Tuttavia questo non è ancora sufficiente. Per comprendere la necessità di un diagramma e della visione sinottica dei suoi elementi interni bisogna risalire a un problema originario posto dal Pitagorismo, che potrebbe essere riassunto dalla seguente domanda:

    È possibile “scomporre” un qualcosa di inafferrabile — nel nostro caso la Realtà concepita come un “Tutto” — in un numero minimo di Parti logicamente significative per la mente umana, così da poter afferrare con l’intelletto ogni tappa del suo processo di trasformazione, conferendo un nome simbolico a ciascuna Parte?

    Gli elementi geometrici del diagramma, le Forme, emergono dalla necessità di determinare quante articolazioni minime siano richieste affinché la Partizione dell’Intero divenga pensabile e, successivamente, comunicabile linguisticamente, con parole, simboli o numeri.

    Il punto di partenza non è dunque l’esperienza, la molteplicità degli enti, ma un intero ideale, l’Uno, il Tutto. E la prima scomposizione dell’Intero è dialettica: ovvero l’opposizione fondamentale tra Unità e Molteplicità. La Molteplicità non viene aggiunta esteriormente all’Unità, ma è l’Unità sotto un altro aspetto, collocata all’interno di se stessa. Questa è la maggiore difficoltà nel comprendere la Logica Sintetica.

    Tale scomposizione procede ancora per opposizioni e rende distinguibili trentadue articolazioni, conservando il nesso che le costituisce come momenti di un unico processo. La Dialettica, la Logica delle Opposizioni, produce, entro quella continuità, un numero definito di Forme senza le quali la trasformazione non potrebbe essere pensata ed espressa.

    La Forma è il risultato della scomposizione logica dell’Intero, tanto nel processo di andata, dall’Unità alla Molteplicità, quanto in quello di ritorno, dalla Molteplicità all’Unità. L’Essenza della Forma, ossia la sua funzione nella Realtà, non è creata dalla mente umana, ma attraverso il diagramma l’uomo la isola e la rende pensabile.

    All’interno del diagramma, la Forma è allo stesso tempo: una posizione nella totalità; una tappa del movimento; una relazione con ciò che la precede e la segue; una polarità rispetto al proprio opposto, Contrario o Correlativo; una trasformazione interna dell’Intero.

    Possiamo quindi elaborare una definizione precisa:

    «La Forma è una determinazione invariante ottenuta dalla Partizione dell’Intero, identificabile spazialmente come “posizione” nel diagramma e temporalmente come “tappa” nel ciclo di trasformazione».

    Gli stati possibili di una trasformazione continua sono teoricamente infiniti, ma non tutti possiedono una funzione distinguibile. Il diagramma isola soltanto le tappe strutturalmente necessarie: quelle che la mente umana può riconoscere perché occupano una posizione determinata nel ciclo e intrattengono relazioni invarianti con le altre.

    Il diagramma archetipico non è perciò un oggetto mistico: è uno strumento di determinazione che rende isolabili i momenti strutturalmente necessari di un processo ciclico di trasformazione.

    Torneremo a parlare diffusamente della Partizione dell’Intero nel capitolo dedicato a Pitagora; per ora ci bastano pochi accenni per comprendere il lavoro dei membri interni dell’Antica Accademia.

    Ogni Forma del diagramma può essere isolata analiticamente e ricevere una definizione. Tale definizione nasce dalla funzione che la Forma occupa nella struttura. Il procedimento però non produce un vocabolario definitivo e univoco, perché le Forme guadagnano il loro nome a seconda dell’ambito di studio al quale vengono applicate. Inoltre, lingue e culture differenti possono nominare diversamente le medesime Forme. Da qui nasce la necessità di identificarle attraverso simboli o numeri.

    Se la struttura logica espressa dal diagramma è archetipica, essa non appartiene in esclusiva a un singolo dominio della Realtà. Le medesime opposizioni formali possono riflettersi, per Analogia, su livelli differenti, e produrre, in ciascuna disciplina, correlati concettuali diversi.

    Questo permette di comprendere anche l’eterogeneità delle competenze presenti nell’Accademia. Matematici, astronomi, musicologi, legislatori, naturalisti, teosofi dovevano ragionare su una struttura logica comune, isolandone di volta in volta le polarità e le determinazioni pertinenti al proprio campo.

    Quindi la comunità accademica non era unificata da un’enciclopedia di contenuti condivisi, ma da un medesimo strumento di Deduzione Strutturale. Ciascun accademico contemplava la stessa architettura formale e ne ricavava Idee utili a stabilire una struttura di base per ogni disciplina praticata.

    La polarità archetipica tra Unità e Molteplicità poteva manifestarsi analogicamente come “Limite” e “Illimite” sul piano matematico; “Identità” e “Differenza” sul piano logico; “Quiete” e “Movimento” nella filosofia della natura; “Consonanza” e “Dissonanza” nell’armonica.

    Questa è la pretesa transdisciplinare del Pitagorismo: partire da un’opposizione archetipica espressa dal diagramma, riconoscerne la funzione in un determinato livello della Realtà e pervenire alla definizione di oggetti che non sono offerti direttamente alla percezione sensibile.

    La struttura archetipica funziona perciò come una matrice generativa. Essa vincola il modo in cui i concetti possono essere formati e posti in relazione. Da ciò ne consegue una fondamentale unità logica del sapere umano.

    Dunque, per l’Archilogon, la “contemplazione” è la visione sinottica del diagramma archetipico che consente al filosofo di attribuire un’Idea a ciascuna Forma in base alle relazioni intessute all’interno della struttura.

    Non possiamo eludere però, a questo punto, una domanda di carattere storiografico: come ha potuto il diagramma archetipico restare così a lungo ai margini dell’esegesi platonica?

    Una possibile risposta è che, dopo Senocrate, il diagramma abbia cessato di essere trasmesso nella sua forma organica, sopravvivendo soltanto attraverso dottrine frammentarie, figure isolate e formulazioni concettuali ormai separate dalla struttura originaria.

    Se il fedele del Platonismo può accontentarsi di sapere che il filosofo “contempla” le Idee, il filosofo critico deve chiedersi che cosa significhi, come avvenga e secondo quale criterio questo atto possa essere distinto da un’illusione soggettiva.

    Il compito dell’Archìlogon comincia precisamente dove la formula liturgica perde il proprio potere ipnotico e torna a essere una domanda elementare.

    «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica