In questo video, Elias Artista affronta il “problema Aristotele”: fino a che punto il più celebre discepolo di Platone può essere considerato un testimone attendibile del pensiero del maestro? Con il contributo delle analisi di Harold Cherniss, Matthias Baltes, Leonid Zhmud e John Finamore, ma soprattutto con la ricostruzione della Logica Sintetica, emerge l’ipotesi che Aristotele non abbia avuto accesso al nucleo pitagorico dell’insegnamento accademico e al diagramma archetipico. Le dottrine platoniche sarebbero state così tradotte nelle categorie di un sistema ontologico incentrato sulla Sostanza, alterandone inevitabilmente il significato. Il confronto tra la 'Psyché' platonica e 'l’Anima' aristotelica, tra la 'Forma' e 'l’Informazione', e tra 'Potenza' e 'Atto' mostra due prospettive radicalmente differenti: Platone muove dall’Unità astratta per ricostruire la Logica della Realtà; Aristotele parte invece dalla Molteplicità concreta per indagare la costituzione dei singoli enti. Il video prefigura le conseguenze storiche di questa frattura, sostenendo che la gigantesca autorità di Aristotele abbia condizionato per secoli la ricezione di Platone e costretto l’Idealismo a sopravvivere ai margini della tradizione razionalistica, in forma embrionale nelle dottrine ermetiche e occultistiche.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Leonid Zhmud, "Some Notes on Philolaus and the Pythagoreans”, in Hyperboreus, 4, Fasc. 2, Bibliotheca Classica Petropolitana, San Pietroburgo, 1998, p. 18.
- John F. Finamore, Iamblichus: De Anima – Text, translation and commentary, Brill, Leiden., 2002, p. 82.
- Aristotele, Metafisica, 1084a 10-20.
- Matthias Baltes, Die Weltentstehung des Platonishen Timaios nach den Antiken Interpreten, Ed. W. J. Verdenius, J. H. Waszink, Brill, Leiden, Vol I (1976), pp. 17-18.
- Aristotele, Metafisica, N 3, 1091, a, 9.
- Platone, Epistola VII, 341c – 342a.
Letture integrative
- Harold Cherniss, Aristotle’s criticism of Plato and the Academy, Russell & Russell, New York, 1962.
- Eduard Zeller, La Filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, La Nuova Italia, Firenze, Parte Due, 1966-1974.
- Werner Jaeger, Aristotele – Prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale, La Nuova Italia, Firenze, 1964.
Trascrizione del video
La questione dell’attendibilità di Aristotele come testimone del pensiero platonico ha generato un dibattito vastissimo, di cui si può trovare un ampio resoconto nelle opere di Harold Cherniss. Sono in molti, fin dall’antichità, a ravvisare una distorsione di Platone da parte del suo “discepolo” più illustre, ma per quanto riguarda le cause della distorsione non c’è unanimità.
Zeller, ad esempio, afferma che Aristotele abbia frainteso e distorto la Teoria delle Idee a causa della scarsa chiarezza con cui Platone l’avrebbe esposta. Cherniss, da parte sua, afferma che le cosiddette Dottrine non scritte attribuite da Aristotele a Platone sarebbero frutto di una personale interpretazione.
Noi non possediamo le opere che Aristotele aveva destinato alla pubblicazione, ma scritti di carattere tecnico legati all’attività di insegnamento nel Peripato. Alla sua morte, questi scritti entrano in possesso di Teofrasto, discepolo e successore; passano poi a Neleo, e vengono quindi acquistati da un ricco bibliofilo, Apellicone di Teo, il quale ne fa predisporre nuove copie, tentando di restaurare le parti danneggiate.
Quando il console romano Silla conquista Atene, la biblioteca di Apellicone arriva a Roma, dove il grammatico Tirannione viene incaricato della conservazione e della revisione dei testi. La prima edizione completa viene curata da Andronico di Rodi alla metà del primo secolo a.C.
Raggruppando in ordine tematico i manoscritti, la raccolta di scritti sulla Filosofia Prima, come la chiamava Aristotele, viene collocata dopo la raccolta di scritti di Fisica, e da qui prende il nome di Metafisica.
Da frammenti e testimonianze di seconda mano è difficile ricostruire in modo adeguato il pensiero aristotelico, che ha sicuramente attraversato diverse fasi di sviluppo. Tuttavia diversi studiosi sono concordi nell’affermare che Aristotele abbia presentato la dottrina platonica deformandola. Invece di restituirla nei suoi presupposti pitagorici, Aristotele la traduce all’interno di un sistema ontologico fondato sulla Sostanza, modificandone inevitabilmente il significato.
Scrive Matthias Baltes:
Aristotele non si accosta a Platone rispettandone i presupposti, ma, al contrario, presuppone il proprio sistema, prende Platone alla lettera, lo infila in questo sistema e poi mostra le presunte contraddizioni.
Senza arrivare a presumere un’intenzione malevola, la ricostruzione della Logica Sintetica induce a ipotizzare che Aristotele non abbia colto le ragioni del platonismo. Questo ha prodotto conseguenze rilevanti per la Filosofia, soprattutto perché Aristotele verrà considerato sin da subito un testimone attendibile, vista la sua supposta integrazione all’interno dell’Accademia platonica.
Più volte abbiamo espresso un’ipotesi radicale, e cioè che Aristotele non abbia avuto accesso, in Accademia, al circolo interno dei Pitagorici e non abbia mai visto il diagramma. Non emerge infatti un confronto diretto con Platone su questo elemento cardine della dottrina. E cercare di cogliere una logica paradossale senza un insegnamento mirato, profondo e continuato nel tempo, è un’operazione destinata al fallimento, anche per gli ingegni più brillanti.
Le critiche di Aristotele non sembrano rivolgersi a insegnamenti direttamente impartiti da Platone, ma si appuntano sui Dialoghi, e — molto probabilmente — su resoconti di alcuni accademici vicini al maestro. È possibile che Aristotele abbia tentato un approccio in Accademia, ma il suo ruolo sia rimasto quello di un acusmatico. È lo stesso Aristotele a prendere ripetutamente le distanze da coloro che chiamerà «i sedicenti Pitagorici».
Ma su quali fonti Aristotele basa i suoi resoconti sui Pitagorici? Data la scarsità delle fonti documentarie dovuta alla dispersione delle comunità pitagoriche nell’Italia meridionale, è plausibile che la sua conoscenza del Pitagorismo dipendesse in misura considerevole da colloqui con alcuni membri dell’Accademia.
Scrive Leonid Zhmud:
Ci sono troppe coincidenze tra le visioni “pitagoriche” e “accademiche” per farci credere che fosse possibile per Aristotele tracciare tra loro una netta distinzione.
Tra le possibili fonti pitagoriche a cui Aristotele attinge vi sarebbero Speusippo e Senocrate, oltre naturalmente ad Aristosseno, che lascerà l’Accademia per associarsi al Peripato.
Data l’estrema difficoltà della materia e la presumibile segretezza che vincolava i membri del circolo interno dell’Accademia, i resoconti su cui Aristotele baserà la sua critica avrebbero potuto essere errati, approssimativi o deliberatamente omissivi. Una logica complessa come quella pitagorica è ad alto rischio di fraintendimento, specie se chi ne parla non è un matesico, ma un acusmatico o — peggio ancora — un testimone di seconda o terza mano. Perciò è fortemente probabile che la trasmissione di contenuti pitagorici all’esterno delle comunità originali sia andata incontro a un degrado immediato e progressivo.
Scrive John Finamore:
Se dobbiamo dar credito ad Aristotele, i Pitagorici sostenevano che le cose in generale, compresi quelli che noi considereremmo concetti astratti come “Giustizia” o “Matrimonio”, erano “numeri” in un senso piuttosto letterale.
Il numero dell’anima potrebbe essere stato “uno” se si crede ad Alessandro di Afrodisia, “due”, secondo Ippolito che cita il pitagorico Ecfanto; o persino “quattro” (lo Pseudo-Plutarco e Sesto Empirico). Ciò che esattamente i Pitagorici in questione avessero in mente qui è molto difficile da decifrare.
Nel caso di oggetti fisici, come “cavallo” o “albero”, sembra che almeno i membri più semplici della setta disegnassero semplicemente assemblaggi di punti — nella forma, per esempio, di un cavallo — e poi li contassero per ottenere il “numero del cavallo”. Questa procedura però non si applica a concetti come “Giustizia”, “Matrimonio” o “Anima”. In questi casi, è evidente un certo grado di simbolismo.
È tuttavia abbastanza possibile che la vera dottrina pitagorica fosse molto più sofisticata di questa, e prevedesse sistemi di formule matematiche, o quasi matematiche, corrispondenti a tutte le caratteristiche dell’universo fisico.
Un esempio particolarmente significativo del fraintendimento, da parte di Aristotele, della Logica Sintetica legata alle Forme del diagramma, riguarda il rapporto tra i Numeri e le Forme della Decade, a cui Speusippo aveva dedicato particolare attenzione in una delle sue opere perdute:
Ora, se il Numero giunge fino alla Decade, come alcuni dicono, in primo luogo le Idee verranno ben presto a mancare. Per esempio, se la Triade è l’Essenza dell’uomo, quale numero sarà l’Essenza del cavallo? Infatti la serie dei Numeri-Idee giunge solo fino al dieci; perciò deve essere qualcuno dei numeri contenuti in questi: infatti, tante sono le Essenze e le Idee. Tuttavia le Idee verranno a mancare: infatti le sole specie degli animali li sorpassano di gran lunga.
A causa dell’enorme reputazione acquisita da Aristotele, questo genere di resoconti avrà delle conseguenze gravissime in ambito filosofico. Studiosi di tutte le epoche cercheranno infatti di comprendere Platone attraverso il filtro deformante di Aristotele, anziché tentare di ricostruire la Logica Sintetica dalle fondamenta, come farà, ad esempio, Giamblico.
La storiografia attesta numerosi tentativi di conciliazione tra Platonismo e Aristotelismo. Tuttavia, chi tenta di conciliare i due sistemi è costretto, in prima battuta, a sorvolare sul fatto che Aristotele rifiuti l’esistenza separata delle Idee e si sforzi di ricondurre la Forma — che chiameremo qui Informazione per evitare confusioni con la Forma platonica — all’interno del Fenomeno.
L’Informazione, per Aristotele, è un principio reale che determina l’organizzazione e le proprietà dei Fenomeni. Anche il processo conoscitivo segue una direzione coerente con tale impostazione: muove dai singoli Fenomeni e, attraverso l’Astrazione, giunge alla conoscenza di caratteri universali.
Viceversa, Platone non astrae a partire dal Fenomeno, ma specula su Relazioni Formali che non possono essere ricavate dall’analisi della Sostanza. Questo perché il suo scopo non è classificare i Fenomeni, bensì ricostruire, attraverso il diagramma archetipico, la Logica della Realtà, come vedremo meglio in seguito.
La Psyché — e cioè la struttura logica modellata da Platone sul diagramma archetipico, utile a “mappare” l’interiorità umana — diventa in Aristotele l’Anima, una matrice informativa biologica che organizza il singolo essere vivente e ne coordina le funzioni. Ecco perché nel caso di Aristotele noi non utilizzeremo il termine Psyché ma Anima, dal momento che si tratta di due oggetti completamente distinti.
La confusione sull’Anima introdotta nel successivo dibattito filosofico dall’impiego di uno stesso termine in due sensi diversi ostacolerà in modo molto grave lo sviluppo dell’autentica Metafisica, specie quando il termine Anima verrà traslato nella cultura latina.
La critica condotta da Aristotele nello scritto Sul Cielo rinforza l’ipotesi che egli non abbia mai avuto accesso diretto al diagramma della Psyché, ma ne abbia conosciuto soltanto descrizioni verbali. Qui Aristotele parla genericamente di “figure geometriche” alle quali sarebbe attribuita la funzione di rappresentare il Tempo, senza però ricostruire il sistema completo entro cui le figure acquistano significato.
Il pensiero di Platone s’incardina proprio sul diagramma archetipico, il quale rende visibile la Logica Sintetica e permette di superare la barriera dei Principi di Identità e Non-Contraddizione. Non avendo visto la figura, o avendola intravista senza aver avuto accesso alla spiegazione profonda, ad Aristotele manca quindi l’elemento chiave per ricostruire il sistema nella sua interezza.
Consideriamo un ulteriore esempio. La celebre teoria della Potenza e dell’Atto può essere letta come una rielaborazione, in chiave ontologica, di elementi platonici, interpretazione condivisa dai filosofi della Scuola di Chartres. Ma il significato attribuito ai due termini è profondamente diverso.
Per Platone la Potenza è la proprietà del Tutto, mentre l’Atto è la proprietà della Parte. Aristotele trasferisce invece questa polarità all’interno della singola Sostanza: la Potenza indica le possibilità di sviluppo di un Fenomeno, mentre l’Atto è la realizzazione di queste potenzialità.
L’interesse di Aristotele non è rivolto alla Relazione archetipica tra il Tutto e la Parte che è al centro dell’Idealismo platonico, ma è rivolto alla costituzione ontologica del singolo ente. Le due prospettive non sono prive di elementi comuni, ma procedono in direzioni radicalmente differenti.
Aristotele muove dalla Molteplicità concreta, Platone dall’Unità astratta. Quella di Aristotele è Scienza, quella di Platone è Filosofia.
Così, senza il supporto visivo del diagramma archetipico che fa da sfondo al Timeo, Aristotele non dispone della chiave necessaria per ricostruire il sistema platonico nella sua interezza, e in alcuni casi le sue critiche assumono un tono sarcastico:
Gli elementi stessi, il Grande e il Piccolo, sembrano strepitare, quando son trascinati così di qua e di là, giacché non sono capaci di generare il Numero.
Un celebre passo dell’Etica Nicomachea attesta la stima di Aristotele per Platone, per cui il tono aspro di alcuni passi potrebbe essere rivolto contro quei Platonici che sostenevano la dottrina senza riuscire a chiarirne adeguatamente i presupposti.
Quali che siano state le ragioni contingenti o psicologiche del rigetto del Pitagorismo da parte di Aristotele, ciò che è importante per noi moderni è tracciare un perimetro e mantenere una decisa distanza tra le due posizioni. Se si tenta di comprendere Platone attraverso Aristotele, si corre infatti il rischio di fraintendere le ragioni intrinseche della Logica Sintetica.
Nel corso della Storia, Platone e Aristotele verranno idealizzati e assurgeranno a “divinità” del pensiero, mentre si consoliderà l’immagine di un rapporto diretto e non filtrato tra maestro e allievo, fino alla leggenda che racconta Aristotele come “il prediletto” di Platone.
Questo fenomeno costituirà un importante ostacolo per lo sviluppo della Filosofia medievale: i resoconti aristotelici veicoleranno per secoli un’interpretazione di Platone filtrata attraverso categorie estranee al suo sistema, avverando i timori di colui che preferiva non scrivere piuttosto che essere mal interpretato, soprattutto da quanti erano convinti, magari in buona fede, di averlo compreso.
Alla ricezione di Aristotele può essere attribuito un effetto secondario e involontario: a causa della sua gigantesca ombra, l’Idealismo sarà costretto per lunghi secoli a sopravvivere in forma sotterranea nella letteratura esoterica, al prezzo di perdere parte del proprio carattere razionale. Poche e forti personalità avranno infatti il coraggio di rivalutare una tradizione ormai screditata e, in alcuni casi, ridicolizzata.
Trascinato nella Pistis da sacerdoti e maghi già dai tempi di Nigidio Figulo, il Platonismo continuerà a sopravvivere in forma ectoplasmatica. A riportarlo nel solco del Razionalismo non sarà il mistico ed erudito entusiasmo dell’Accademia Fiorentina, né, più tardi, l’eroico furore di Giordano Bruno, ma le brillanti intuizioni dei Neopitagorici e, in prima battuta, quelle della Scuola di Chartres, sulle quali Nicola Cusano rifonderà, dopo secoli di vuoto, l’autentica Metafisica.
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