In questo video, Elias Artista affronta uno dei problemi centrali dell’esegesi antica: è possibile conciliare Platone e Aristotele? Attraverso un’analogia con l’Analisi Grammaticale e l’Analisi Logica, il video interpreta i due filosofi come rappresentanti di approcci distinti ma complementari alla Realtà. Aristotele classifica i Fenomeni in base alle loro Proprietà; Platone indaga invece le Relazioni Formali e le funzioni svolte dalle Parti all’interno dell’Intero. Questa distinzione permette di affrontare la difficile relazione tra Mondo Sensibile e Mondo Intelligibile posta da Plotino: la loro eterogeneità non impedisce la correlazione, ma ne costituisce la condizione dialettica. Il video chiarisce così la differenza tra il giudizio “esistenziale” della Scienza e quello “spirituale” della Filosofia, mostrando perché nell’Accademia platonica Scienziati e Teosofi potessero convivere senza contraddizione. Dalla successiva separazione dei due approcci nasceranno i grandi paradigmi dell’Ontologia aristotelica e dell’Henologia platonica.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Platone, Fedro, 270c-d.
- Aristotele, De Anima, 402b, 26.
- William James, The varieties of religious experience – A study in human nature (Centenary Edition), Routledge, Londra/New York, 2002, pp. 9-10.
- Plotino, Enneadi, VI, 3, 1.
- Riccardo Chiaradonna, Sostanza, Movimento, Analogia – Plotino critico di Aristotele, Bibliopolis, Napoli, 2002, pp. 308-309.
Letture integrative
- Platone, Fedone.
- Giamblico, De Mysteriis, I, 3–5 e I, 8.
Trascrizione del video
Platone non è interessato all’indagine sui Fenomeni, come si evince dai cenni biografici del Fedone. Dal canto suo, Aristotele pensa che il suo Pitagorismo sia vacuo e inconsistente. Non è possibile conoscere il mondo, dice, rivolgendo lo sguardo su se stessi: occorre osservare le cose che abbiamo di fronte agli occhi, formulando giudizi corretti.
Esiste la possibilità di conciliare la visione di Platone con quella di Aristotele? Questo è uno dei grandi problemi dibattuti dall’esegetica antica. Nel corso del racconto illustreremo alcune delle posizioni storicamente assunte, ma partiremo dalla nostra prospettiva, e cioè che le due dottrine si confrontino con oggetti diversi e rappresentino due approcci complementari allo studio della Realtà, esattamente come la Filosofia è complementare alla Scienza.
Per chiarire questa affermazione, proporremo un’analogia che illuminerà, dalla prospettiva idealistica, il ruolo peculiare della Filosofia in ambito gnoseologico. La contrapposizione tra la Logica Analitica, che tenta di descrivere il Mondo Sensibile, e la Logica Sintetica, che tenta di descrivere il Mondo Intelligibile, può essere chiarita dalla contrapposizione, in ambito linguistico, tra l’Analisi Grammaticale e l’Analisi Logica, i due approcci complementari alla comprensione del Linguaggio.
L’Analisi Grammaticale si concentra sulle singole parole all’interno di una frase, classificandole in base alla categoria grammaticale – Sostantivo, Verbo, Aggettivo e così via. L’Analisi Logica, invece, si occupa delle Relazioni che le parole, le Parti, intessono all’interno della frase, l’Intero, focalizzandosi sul significato e sulla coerenza logica dell’enunciato. Questo secondo tipo di analisi mostra come elementi appartenenti alle medesime categorie grammaticali possano assumere funzioni differenti entro la struttura dell’enunciato e concorrere così alla formazione del suo significato.
Aristotele, con il suo approccio empirico, può essere considerato il precursore dell’Analisi Grammaticale. La sua dottrina si basa sulla suddivisione dei Fenomeni in classi, in base a Proprietà sensibili o evidenti. Platone, invece, può essere considerato il precursore dell’Analisi Logica, perché per lui il significato delle parole emerge dalla relazione che gli elementi grammaticali intessono nella totalità della frase.
L’Analisi platonica mira a cogliere queste Relazioni Formali, che non possono essere in alcun modo ritrovate all’interno delle singole parole (i Fenomeni). E la Relazione Formale archetipica, cardine del pensiero idealistico, è quella – dialettica – tra Unità e Molteplicità, ovvero tra Soggetto e Oggetto.
Questi diagrammi archilogici illustrano la nostra analogia proporzionale: sulla base dell’opposizione dialettica archetipica, l’Analisi Logica sta a quella Grammaticale come il Soggetto sta all’Oggetto.
Ecco un illuminante passo del Fedro in cui Platone fa riassumere a Socrate, per cenni, la meccanica della Dialettica:
«Ricorda cosa dice Ippocrate sulla logica autentica, e sul metodo di cui vorremo essere esperti noi stessi e rendere esperti gli altri: in ogni ambito bisogna distinguere, prima di tutto, l’Intero e le sue Parti. In secondo luogo, all’interno dell’Intero, occorre esaminarne le funzioni, ossia cosa possa fungere da Soggetto e cosa da Oggetto; quindi, dopo aver scisso in ulteriori Parti, osservare per ciascuna, intesa come unità, cosa possa fungere da Soggetto e cosa da Oggetto».
Abbiamo deliberatamente trasposto questo passo di Platone nel lessico dell’Archilogon, perché le traduzioni classiche, non intravedendo i contorni della Logica Sintetica e il meccanismo dialettico archetipico, non consentono di riconoscere la vera natura del messaggio.
In sostanza, la scomposizione dialettica è una scomposizione progressiva e binaria dell’Intero, in questo caso tra un Soggetto unitario e un Oggetto molteplice. I due, tuttavia, non possono essere tenuti separati dal Principio d’Identità e Non-Contraddizione, poiché si richiamano reciprocamente, correlandosi in base ai Principi di Implicazione Reciproca e di Relatività.
Ora, il problema è questo: l’Analisi Grammaticale e l’Analisi Logica sono entrambe necessarie per la comprensione del Linguaggio, ma costituiscono due approcci che non possono essere ibridati. Infatti, mentre le singole parole possono essere sostituite, il significato complessivo può rimanere immune dal cambiamento. Il significato prescinde dalle Proprietà dei Fenomeni perché si fonda sulle loro Relazioni.
Le Parti, gli oggetti della fluidità eraclitea, sono intercambiabili; l’Intero, il soggetto della monoliticità parmenidea, non lo è. Tuttavia le parole, sebbene fluide e intercambiabili, sono assolutamente necessarie alla frase. È questo il significato dell’obiezione di Platone al monismo parmenideo: l’Intero non può rendere “irreali” le Parti attraverso le quali esso si articola.
Per Aristotele, che adotta un approccio “filologico”, solo le parole sono Sostanza, poiché egli, da empirico, parte dal fatto che esistono, e che tutti possono percepirle in modo oggettivo, come appare chiaro da un passo del De Anima:
«Principio di ogni dimostrazione è infatti “che cos’è” la cosa, e perciò tutte quelle definizioni che non consentono di conoscerne le proprietà e neppure di congetturarle con facilità, sono chiaramente formulate in modo dialettico e vuoto».
Platone, invece, adottando un approccio “ermeneutico”, cerca di individuare l’Eidos, ossia la funzione delle parole – Soggetto, Oggetto, Complementi – perché le Parti assumono significato solo in relazione al Tutto.
William James ci aiuta a capire la natura di questi due approcci:
«Occorre distinguere due ordini di indagine riguardo qualsiasi cosa. Primo: “qual è la sua natura? Come è venuta ad esistere? Qual è la sua costituzione, origine e storia?” E secondo: “qual è la sua importanza, significato o rilevanza, ora che esiste?” La risposta alla prima domanda è data in un giudizio o proposizione “esistenziale”. La risposta all’altra è una proposizione di valore, ciò che i tedeschi chiamano un Werthurtheil, che noi possiamo definire giudizio “spirituale”. Nessuno dei due giudizi può essere dedotto immediatamente dall’altro. Essi procedono da diverse preoccupazioni intellettuali, e la mente li combina prima separandoli, e poi sommandoli insieme. I fatti esistenziali da soli sono insufficienti per determinare il valore; e i migliori esponenti del criticismo avanzato, di conseguenza, non confondono mai il problema esistenziale con quello spirituale».
Mentre Aristotele si domanda «cos’è?», formulando una domanda esistenziale, Platone si domanda «cosa significa?», formulando una domanda spirituale. Questa richiesta di senso è proprio ciò che discrimina la Scienza dalla Filosofia.
Ecco allora che gli elementi di base dei due sistemi, cioè le Categorie-Predicamenti e le Idee-Forme, si configurano come enti gnoseologici di classificazione completamente avulsi tra loro. Ne parleremo diffusamente nel capitolo dedicato alla Metessi, ma possiamo già introdurre una difficoltà destinata a caratterizzare il Neo-Platonismo.
Plotino afferma, da una parte, che il Mondo Sensibile dipende dalla Realtà Intelligibile e non può essere adeguatamente compreso prescindendo dalla sua causalità; dall’altra, sostiene che i due Mondi sono eterogenei e che le Categorie impiegate per classificare le realtà corporee non possono essere trasferite a quelle intelligibili.
La sua posizione emerge con particolare chiarezza nel trattato Sui Generi dell’Essere, dove egli paragona esplicitamente l’analisi del Mondo Sensibile alla classificazione grammaticale della voce:
«Dovendo parlare delle cose sensibili e sapendo che tutte sono contenute in questo mondo, dobbiamo anzitutto esaminare questo mondo, dividerlo secondo la natura degli esseri che lo compongono e distribuirli in generi, come faremmo se dovessimo analizzare il linguaggio, riconducendo la sua infinita varietà a un numero determinato di classi. Nel Mondo Sensibile devono essere ricercate classi differenti da quelli del Mondo Intelligibile, poiché questo Mondo è diverso da quello: ne è un riflesso».
Riccardo Chiaradonna individua qui un grave problema interpretativo:
«Secondo Plotino, non è possibile trattare adeguatamente del Mondo Sensibile senza mostrarne la dipendenza dalla Realtà Intellegibile e dalla sua causalità. Il Mondo Intellegibile va concepito, a sua volta, secondo i suoi princìpi appropriati, senza trasferirvi indebitamente, fosse pure per analogia, le Categorie che usiamo per trattare delle realtà estese e corporee. Questa tesi non è esente da gravi difficoltà. In particolare, è difficile sostenere insieme che: A) Il Mondo Sensibile dipende dall’Intellegibile, e non può essere conosciuto se non in riferimento a esso; e, B) che il Mondo Sensibile e il Mondo Intellegibile sono eterogenei, e nella trattazione dell’uno non vanno in alcun modo trasferite e impiegate le categorie che usiamo nella trattazione dell’altro».
Dal punto di vista della Logica Analitica, questa difficoltà rilevata da Chiaradonna appare insuperabile, perché due elementi possono essere messi in relazione soltanto individuando una proprietà comune. La Logica Sintetica procede invece in modo diverso: non correla gli elementi in base alla loro somiglianza, ma in base alla funzione differenziale che essi svolgono all’interno dell’Intero.
Questa è l’essenza della Dialettica, la Logica delle Opposizioni. Soggetto e Oggetto non sono correlati “nonostante” la loro eterogeneità, ma precisamente in virtù di essa. Allo stesso modo, il Mondo Intelligibile e il Mondo Sensibile possono richiamarsi reciprocamente senza condividere le medesime categorie: la loro dipendenza infatti non è fondata sull’identità delle Parti, ma sull’unità della Correlazione.
La difficoltà individuata da Chiaradonna è dunque reale all’interno della Logica Analitica, ma scompare quando il rapporto viene interpretato nel quadro della Logica Sintetica. La dipendenza non richiede l’omogeneità, perché non è fondata sulla condivisione di proprietà, ma su una Relazione Formale tra funzioni differenti. L’eterogeneità non impedisce la correlazione: ne costituisce la condizione.
Cercare di armonizzare questi due approcci senza tenere presente la loro differenza radicale conduce pertanto al caos interpretativo. È questo il problema che emerge dalla critica rivolta da Giamblico a Porfirio nel De Mysteriis. Gli enti intelligibili non possono essere indagati trasferendo su di essi definizioni, categorie e procedimenti discorsivi propri delle realtà sensibili. I due sistemi possono essere coordinati soltanto mantenendo distinti i rispettivi ambiti di applicazione.
Soprattutto perché, a seguito della perdita della chiave pitagorica, il “giudizio esistenziale” sugli enti sovrasensibili diventerà del tutto insensato, rendendo impossibile esprimere correttamente quello “spirituale”. È infatti insensato domandarsi «Che cos’è Zeus?», come se questo nome designasse un ente dotato di proprietà. È invece perfettamente razionale chiedersi: «Che cosa rappresenta Zeus? Quale funzione svolge nell’Intero che chiamiamo Realtà?».
Questo chiarisce perché nell’Accademia platonica, Teosofi e Scienziati potessero convivere senza contraddizioni. La loro convivenza apparirà contraddittoria soltanto dopo che Filosofia e Scienza verranno concepite come spiegazioni mutualmente esclusive.
In Accademia, gli Scienziati studiavano le parti, le proprietà e le regolarità dei Fenomeni; i Teosofi studiavano le relazioni, le funzioni archetipiche e il significato dell’Intero. Uno poteva domandarsi di che cosa fossero composti gli astri e come si muovessero; l’altro quale funzione avessero nella struttura ordinata della Realtà, e cioè nel Cosmo. Le risposte non si escludevano, perché rispondevano a domande diverse.
Matematica, Astronomia, Dialettica e Teosofia appartenevano a un unico itinerario conoscitivo. Non erano discipline affastellate senza criterio: costituivano livelli progressivi di lettura della medesima Logica Sintetica.
La frattura si produrrà quando il giudizio “spirituale” verrà trasformato in un giudizio “esistenziale”. Zeus diventerà allora un presunto essere sovrasensibile capace di violare le leggi di natura, e la Scienza, giustamente, rigetterà con forza questo genere di spiegazioni. Ma ad essere rigettata non sarà la Teosofia delle origini: ma la Teologia, e cioè il tentativo di affermare una Ontologia del Divino.
I due approcci complementari di Platone e Aristotele, nel loro divergere nel corso della Storia, daranno vita a due grandi paradigmi gnoseologici: l’Henologia, la dottrina dell’Unità non-esistente, e l’Ontologia, la dottrina della Molteplicità esistente, dei Fenomeni, dell’Essere, cioè di tutto ciò che si colloca nello Spazio e nel Tempo.
Noi abbiamo ristretto l’ambito della Metafisica all’Henologia platonica, perché l’indagine aristotelica degli enti, nella misura in cui riguarda ciò che possiede determinazioni conoscibili e predicabili, ha progressivamente trovato nella Scienza il metodo più rigoroso. L’irruzione della Filosofia in quest’ambito sarebbe inappropriata e ridondante, come appare storicamente provato dal restringimento progressivo dell’influenza della disciplina, inversamente proporzionale al progresso della Scienza.
Grazie all’Analogia con i due tipi di analisi linguistica, istituita per via dialettica e illustrata dal diagramma archilogico, il rapporto di interdipendenza tra Mondo Intelligibile e Mondo Sensibile può essere intimamente compreso, offrendo un importante indizio sulla natura della Metessi platonica, di cui ci occuperemo in un capitolo a parte.
Ma soprattutto, questa analogia getta luce sull’autentico e insostituibile ruolo spirituale della Filosofia. Ruolo che la Scienza, vincolata ai suoi princìpi esistenziali costitutivi, non è in grado di ricoprire.
Al Principio!