Archilogon 059 - 7. Dogma - 6. Il Mito della Decadenza

È davvero esistita un'Età dell'Oro nella quale l'umanità possedeva una sapienza superiore, successivamente perduta? In questo video, Elias Artista esamina criticamente la tesi della decadenza spirituale sostenuta da autori come René Guénon, Frithjof Schuon, Helena Blavatsky e Julius Evola, soffermandosi sul concetto di «Intuizione Intellettuale» e sul problema della trasmissibilità della conoscenza metafisica. Alla luce della Linea Divisa di Platone e della distinzione tra «Sapere» e «Comprendere», viene contestata l'idea che la diffusione collettiva di una dottrina equivalga alla sua effettiva Comprensione da parte dei singoli individui. Attraverso le riflessioni di Mircea Eliade sul sacro e sul mito dell'Eterno Ritorno, il video propone una diversa interpretazione di ciò che la modernità potrebbe aver perduto: non una misteriosa facoltà sovrasensibile, ma un sistema di riferimenti simbolici capace di orientare l'esistenza umana all'interno di un Cosmo ordinato e significante. Nella prospettiva della Logica Sintetica, è così possibile superare tanto il Mito del Progresso quanto quello della Decadenza, interpretando le trasformazioni storiche come momenti di un processo dialettico e ciclico.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Se il Mito del Progresso colloca l’apice della conoscenza alla fine della Storia, il Mito della Decadenza lo colloca al suo principio.

    Secondo una concezione diffusa in ambito esoterico, l’umanità avrebbe posseduto, in epoca primordiale, una conoscenza "superiore" progressivamente oscurata dal trascorrere dei secoli. La Storia diventerebbe così il racconto di una "perdita". Le antiche tradizioni conserverebbero i frammenti di una sapienza originaria, mentre la modernità rappresenterebbe lo stadio più avanzato del suo impoverimento.

    René Guénon, ne La Crisi del Mondo Moderno, richiama la dottrina delle Quattro Età del ciclo umano e identifica la nostra epoca con il Kali-Yuga, l’Età Oscura:

    «Quelle verità che un tempo erano accessibili a tutti sono divenute sempre più nascoste e inaccessibili. Coloro che le possiedono sono sempre meno numerosi e, sebbene il tesoro della Sapienza non umana — cioè sovrumana — anteriore a tutte le età, non possa mai andare perduto, esso si avvolge tuttavia di veli sempre più impenetrabili, che lo nascondono allo sguardo degli uomini e lo rendono estremamente difficile da scoprire»

    Tralasciamo il proclama sul carattere "sovrumano" di questa conoscenza, del quale occorrerebbe dimostrare il fondamento. Guénon propone una generalizzazione inversa rispetto al Mito del Progresso: attribuisce a un’umanità originaria una piena accessibilità alle verità metafisiche. Frithjof Schuon si esprime in modo ancora più radicale, descrivendo un’«Età dell’Oro» nella quale ciascuno avrebbe vissuto della propria rivelazione interiore e sarebbe nato già "iniziato". Helena Blavatsky sostiene che le civiltà antichissime possedessero facoltà spirituali, psichiche e divine che l'uomo moderno avrebbe progressivamente perduto a causa di un processo di progressiva "materializzazione" dello spirito. Anche Julius Evola interpreta il corso storico come allontanamento da condizioni originarie superiori. La modernità non rappresenterebbe un perfezionamento dell'umanità, ma l'ultimo risultato di un processo involutivo.

    Ma quali conoscenze avrebbe posseduto l’umanità originaria, che la modernità avrebbe oscurato?

    L’antica sapienza viene indicata da Guénon come frutto di una «Intuizione Intellettuale»:

    «Nelle civiltà di carattere tradizionale, l’Intuizione Intellettuale è alla radice di ogni cosa; in altri termini, è la pura dottrina metafisica a costituire l’essenziale, mentre tutto il resto vi si ricollega sotto forma di conseguenze o di applicazioni ai diversi ordini della realtà contingente. Questo vale non soltanto per le istituzioni sociali, ma anche per le scienze, cioè per i rami della conoscenza che riguardano il dominio del relativo e che, in tali civiltà, sono considerati soltanto come dipendenze, prolungamenti o riflessi della conoscenza assoluta o principiale»

    Nell’introduzione generale allo studio delle dottrine indù scrive:

    «Descrivendo i caratteri essenziali della Metafisica, abbiamo detto che essa costituisce una conoscenza intuitiva, ossia immediata, contrapposta alla conoscenza discorsiva e mediata propria dell’ordine razionale. L’Intuizione Intellettuale è ancora più immediata dell’intuizione sensibile, poiché si situa al di là della distinzione fra soggetto e oggetto che quest’ultima lascia sussistere; essa è al tempo stesso il mezzo della conoscenza e la conoscenza stessa, e in essa soggetto e oggetto sono identificati. La conseguenza immediata è che 'conoscere' ed 'essere' sono, in fondo, una sola e medesima cosa; sono, per così dire, due aspetti inseparabili di un’unica realtà, che non sono più neppure realmente distinguibili là dove tutto è senza dualità»

    La certezza metafisica deriverebbe dunque dal superamento della distinzione fra chi conosce e ciò che viene conosciuto.

    Dal nostro punto di vista il problema non consiste necessariamente nel negare la possibilità di una conoscenza diretta, ma nel determinare come essa possa essere riconosciuta e trasmessa ad altre coscienze. Un'esperienza di identificazione tra soggetto e oggetto, anche qualora fosse autentica per chi la vive, non garantisce che il suo contenuto si trasformi in "sapere" o in "comprensione" per chi lo riceve. Anche ammettendo che qualcuno abbia raggiunto una conoscenza autentica e diretta, questa non si trasferisce automaticamente in chi lo ascolta. Il destinatario può credere, cioè accordare fiducia, ma "credere" non equivale né a "sapere" né a "comprendere".

    La Conoscenza Oggettiva, l'Episteme, richiede strumenti che permettano di riconoscere e condividere un’evidenza, empirica o logica, esaminando le ragioni che la sostengono.

    Se l'autenticità dell'Intuizione Intellettuale può essere garantita soltanto da chi dichiara di possederla, la sua trasmissione assume le caratteristiche del dogma. Quando il contenuto della dottrina si sottrae all'esame del destinatario del messaggio, il risultato della trasmissione non è una compartecipazione alla "comprensione", ma una adesione per fede. Per cui il proclama secondo cui questa forma di conoscenza sia stata un tempo un patrimonio "generale" è piuttosto fragile, se si adotta la prospettiva della conoscenza diretta. La larga diffusione di una dottrina non dimostra l'universalizzazione della sua comprensione, ma solo una maggiore quantità di credenti che aderiscono al messaggio. Il rischio implicito in tale generalizzazione è pensare che una maggiore o minore propensione collettiva allo Spiritualismo o al Materialismo possa essere assunta come un indicatore del livello "conoscitivo" dell’umanità, e non, invece, delle sue esigenze religiose.

    Platone, attraverso la Linea Divisa, ci permette di distinguere diverse modalità inferenziali anche all’interno della stessa collettività. Attribuire a una condizione collettiva ciò che invece richiede la conquista da parte di una coscienza individuale posta nelle giuste condizioni psichiche e materiali, è un errore prospettico. Le condizioni storiche possono favorire oppure ostacolare il conseguimento di un particolare tipo di conoscenza, ma nessuna epoca può conseguirla al posto del singolo individuo.

    L’iniziazione ai Misteri poteva essere una pratica apprezzata e ammirata dalla società nel suo complesso, e poteva svolgersi attraverso riti collettivi. Ma la partecipazione al rito non dimostra, da sola, il conseguimento di una "comprensione" da parte dei partecipanti.

    Le quattro disposizioni noetiche non appartengono a epoche determinate: rappresentano differenti modalità di approccio alla realtà, potenzialmente accessibili agli esseri umani in ogni periodo storico. Una società materialistica può oscurare la diffusione di contenuti metafisici, ma questo non implica che ogni individuo perda la capacità o l’interesse di comprenderli. Le menti predisposte all'inferenza spaziale e visiva, alla Noesis, possono cercare attivamente gli strumenti necessari anche quando l’ambiente culturale non ne favorisce la ricerca. È anche per rispondere a questa esigenza che, nel corso della Storia, si sono sviluppate determinate tradizioni esoteriche.

    Il Mito della Decadenza però, come ogni mito, conserva le tracce di un sentimento reale. La nostalgia per un passato mai vissuto ci spinge a domandarci "cosa", esattamente, sia andato smarrito.

    Non abbiamo ragioni per concludere che sia andato perduto un “organo” deputato alla percezione del sovrasensibile. Una società può smarrire testi, metodi, linguaggi e istituzioni capaci di favorire la conoscenza. Può essere diventato per noi più difficile incontrare un insegnamento, comprenderne i simboli o trovare qualcuno che sappia guidarne l’esercizio. Tutto questo però riguarda le condizioni della ricerca e non dimostra, da solo, l’offuscamento universale di una facoltà umana.

    Un'interpretazione particolarmente interessante è quella di Mircea Eliade. Attraverso lo studio comparato delle religioni, Eliade mette in luce una differenza fondamentale tra l'esperienza dell'uomo delle società arcaiche e quella dell'uomo moderno. Per il primo l'esistenza era inserita in un ordine sacro nel quale gli avvenimenti acquistavano significato attraverso il riferimento a modelli archetipici. Non occorre supporre che nelle civiltà tradizionali ciascun individuo possedesse una conoscenza metafisica. Attraverso i riti, i simboli e le istituzioni, la vita collettiva poteva essere organizzata secondo un ordine che il singolo individuo non doveva necessariamente comprendere, ma che contribuiva a modellare la sua psiche secondo le relazioni che scaturiscono da ciò che qui abbiamo definito "Logica Sintetica".

    Nel 'Mito dell'Eterno Ritorno', Eliade scrive:

    "I concetti metafisici del mondo arcaico non erano sempre formulati in un linguaggio teorico; tuttavia, il simbolo, il mito e il rito esprimono, su piani differenti e attraverso i mezzi loro propri, un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, un sistema che può essere considerato come costitutivo di una metafisica."

    L'uomo antico non era necessariamente "sapiente", ma poteva vivere secondo un ordine che scaturiva da una sapienza trasmessa grazie alle istituzioni religiose. Il sacerdote-filosofo speculava sulla struttura del Cosmo, e istituiva dei riti in cui l'ordine della Realtà, le sue fasi, le sue gerarchie, si manifestavano al fedele in modo concreto, tangibile. Il rito non trasferiva al fedele la "comprensione" della struttura cosmica, ma lo abituava a riconoscere determinate relazioni e ricorrenze.

    Scrive Eliade nel 'Sacro e Profano':

    "La Grecia conosceva il mito dell’eterno ritorno, e i filosofi greci del periodo tardo portarono la concezione del 'tempo circolare' alle sue estreme conseguenze. L’intero divenire cosmico e, allo stesso modo, la durata di questo mondo della generazione e della corruzione in cui viviamo, procederanno circolarmente, oppure secondo una successione indefinita di cicli nel corso dei quali la medesima realtà si costituisce, si dissolve e si ricostituisce conformemente a una legge immutabile e ad alternanze immutabili. La durata cosmica è ripetizione e 'anakýklosis', eterno ritorno."

    Inquadriamo ora queste osservazioni nella prospettiva dell'Archilogon.

    Il ciclo, considerato nella sua struttura, costituisce un Intero articolato in Parti e relazioni determinate. Ogni momento acquista il proprio significato attraverso la posizione che occupa nell'insieme. Questa struttura può essere trasposta simbolicamente nei miti e nei riti, diventando un modello attraverso il quale la psiche umana può interpretare la propria esperienza, conferirle un "senso", inteso proprio come "direzione".

    Scrive Eliade:

    "Non è difficile comprendere perché il momento religioso implichi quello cosmogonico. Il sacro rivela la realtà assoluta e, al tempo stesso, rende possibile l’orientamento; esso fonda dunque il mondo, nel senso che ne fissa i confini e ne stabilisce l’ordine."

    Il concetto di 'orientamento' spiega cosa sia andato realmente perduto. Non una facoltà sovrasensibile posseduta dall'umanità primordiale, ma un sistema di riferimenti simbolici capace di collocare l'esperienza individuale all'interno di un universo significante e ordinato, ovvero all'interno di un Cosmo.

    L'uomo moderno, divenuto sempre più autonomo rispetto alle istituzioni tradizionali, ha progressivamente perduto molti di quei riferimenti collettivi. Si trova così privo dei riferimenti simbolici attraverso i quali riconoscere un ordine, una direzione e la propria collocazione nell'esistenza. È in questo senso che la modernità può apparire come un momento di involuzione rispetto al passato. Non perché gli antichi possedessero universalmente una conoscenza superiore, ma perché la loro esistenza era orientata da strutture simboliche che oggi non svolgono più la stessa funzione collettiva.

    Vale la pena, però, segnalare che il disprezzo nei confronti del presente e l'auspicio di tornare al passato, non sono posizioni filosofiche, ma etiche e politiche. La Logica Sintetica insegna invece al filosofo che ogni apparente "involuzione" può essere interpretata come un momento di un processo ciclico, nel quale ciò che ritorna non sono i fenomeni del passato, ma le relazioni formali che governano il ciclo di trasformazione. Tutto ciò che la Realtà dispiega nel corso della Storia possiede una propria importanza, in quanto momento necessario di un processo dialettico. Il presente rappresenta, per il filosofo di oggi, la sfida al quale lui è chiamato a rispondere.

    Compito del filosofo non è quindi rimpiangere un'Età dell'Oro o disprezzare il presente, ma comprendere il significato e la necessità della fase storica che sta vivendo. E per far questo deve indagarne l'essenza e il significato non da una prospettiva parziale e soggettiva ma, come auspicava Platone, tornando a fare della propria mente un "Cosmo".

    «Al Principio!»

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica