Su quali basi si afferma che Aristotele ha frainteso la Metafisica pitagorico-platonica?
Non si tratta di un giudizio personale né di una provocazione. Questa osservazione veniva mossa già in antico, da parte di coloro che avevano compreso Platone senza l’intermediazione di Aristotele, attingendo alla stessa fonte a cui aveva attinto Platone.
Platone non elabora una filosofia “originale” nel senso moderno del termine: egli studia e traduce l’antica Sapienza, trasmessa per via iniziatica attraverso diversi circoli, tra cui quello pitagorico.
Aristotele, invece, non è un iniziato e non intrattiene con Platone un rapporto diretto e privilegiato. Si limita a interpretare — e spesso a criticare — ciò che riesce a comprendere: sia i contenuti espressi nei Dialoghi, sia quelli che trapelano dai colloqui con i membri interni dell’Accademia, come Speusippo.
Ogni coscienza non iniziata (istruita, addestrata, guidata, rieducata) ai contenuti della Sapienza tende, per sua natura, a tradurre in termini psicologici ed empirici dei principi che sono invece puramente logico-metafisici. Chi aspira a comprendere l’antica Sapienza e l’Idealismo di Platone deve innanzitutto riconfigurare la propria mente su una diversa architettura di pensiero, passando dalla “Logica della Parte” alla “Logica del Tutto”, con l’aiuto del diagramma archetipico.
Il fraintendimento di Aristotele è dunque il limite naturale di una mente ancora vincolata al dominio dell’esperienza. Gli Accademici e i Peripatetici successivi — privi di accesso alla fonte originaria — non avevano la possibilità di comprendere Platone. Così ci hanno trasmesso un Platone “aristotelizzato”, e quindi deformato, credendo in buona fede di conservarne la versione autentica.
A lungo si è creduto che Aristotele fosse il discepolo prediletto di Platone, ma è probabile che, all’interno del circolo dell’Accademia, egli fosse ancora un acusmatico. Va ricordato che nessuna fonte antica consente di stabilire con certezza quale rapporto intercorresse realmente tra Platone e Aristotele.
Le prime testimonianze che ci parlano di un Aristotele “allievo prediletto” di Platone sono di epoca posteriore e prive di riscontri diretti. Non vi è alcuna ragione di ritenere che Platone vedesse in Aristotele il continuatore della propria filosofia. I due, infatti, perseguono interessi profondamente differenti: Platone studia le Forme trascendenti, Aristotele i Fenomeni.
Né Speusippo né Senocrate — i due immediati successori di Platone alla direzione dell’Accademia — ci hanno lasciato testimonianze dirette su Aristotele. Le notizie sul loro rapporto provengono da fonti successive, come Aristosseno di Taranto, transfuga dell’Accademia e poi discepolo di Aristotele, che accenna a tensioni personali e intellettuali tra Aristotele e l’Accademia platonica.
Più tardi, Cicerone e Plutarco interpreteranno retrospettivamente tale rapporto come quello tra maestro e discepolo geniale ma infedele. La Suda bizantina riprenderà questa tradizione, presentando Aristotele come il brillante allievo dell’Accademia che “corregge” il maestro.
L’immagine di Aristotele come “pupillo prediletto” di Platone è quindi una costruzione posteriore, nata per esigenze genealogiche della storiografia, più che da testimonianze dirette. I commentatori ellenistici e tardo-antichi — e, più tardi, la storiografia moderna — hanno idealizzato quel legame per tracciare una linea di continuità fra due sistemi che, in realtà, si trovano agli antipodi.