Archilogon 057 - 7. Dogma - 4. Il Profeta e il Filosofo

In questo video, Elias Artista esamina il rapporto tra Filosofia e Misticismo, confrontando la prospettiva dell’Archilogon con la distinzione di Henry Corbin tra “immaginario” e “immaginale”. Che cosa autorizza un’esperienza visionaria a presentarsi come “conoscenza del sovrasensibile”? La sincerità di una visione e la sua potenza trasformativa sono sufficienti a dimostrare la realtà indipendente di ciò che essa rappresenta? Sebbene entrambe le prospettive riconoscano una realtà sovrasensibile, l’Archilogon distingue nettamente la pretesa metafisica del “Mundus Imaginalis” dei visionari dall’indagine razionale sulle Forme e sulle Relazioni del “Mondo Intelligibile” di Pitagora e Platone. Da questa distinzione emergono due diversi orientamenti della coscienza: il profeta annuncia un mondo imperfetto da trasformare secondo un disegno divino perfetto; il filosofo trasforma la propria mente, ancora imperfetta, per comprendere la perfezione della Realtà come campo in cui le contraddizioni trovano la propria ragion d’essere nella necessità dialettica dell’Intero.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Il tema della Teologia della Rivelazione si accompagna a quello del Misticismo. In questo video ci concentreremo, in particolare, sull’esperienza visionaria, e cioè sulla relazione che una coscienza individuale afferma di intrattenere direttamente, senza la mediazione di un sacerdote, con le “entità” che suppone collocate in una dimensione sovrasensibile. Questo perché il momento storico che stiamo considerando è stato plasmato da tale fenomeno.

    La nostra prospettiva prende le distanze dall’approccio di Henry Corbin al Misticismo e al Profetismo. Il problema richiama quello affrontato da Kant nella sua critica a Swedenborg: con quale diritto un’esperienza visionaria può pretendere di diventare "conoscenza" del sovrasensibile? Corbin riconosce alle percezioni mistiche un riferimento ontologico autonomo:

    «La proprietà dell’immaginazione congiunta è di essere legata al soggetto immaginante, e di sparire quando questo sparisce. La seconda, l’immaginazione separabile dal soggetto, ha invece una realtà autonoma e sussistente sui generis sul piano dell’essere che è quello del mondo intermedio, il mondo delle Idee-Immagini, 'Mundus Imaginalis'».

    Corbin sostiene questa distinzione separando innanzitutto l’“immaginario” dall’“immaginale”. Mentre l'Immaginario è un prodotto della fantasia, l'Immaginale sarebbe una dimensione reale accessibile grazie a una speciale facoltà umana. Nasce allora il problema di stabilire quale criterio permetta di riconoscere una "percezione immaginale" autentica e di distinguerla da una semplice rappresentazione prodotta dal soggetto.

    Per sostenere questa tesi Corbin si appella alle concordanze tra diverse tradizioni profetiche:

    «Vi sono, fra la Teosofia di un Ibn ‘Arabi e quella di un teosofo rinascimentale o della scuola di Jacob Böhme, corrispondenze così sorprendenti da giustificare studi comparativi. Da entrambe le parti riscontriamo l’idea che la divinità possieda la potenza di immaginare, e che, immaginandolo, Dio abbia creato l’universo. Che questo universo sia stato tratto da Dio dalle virtualità e dalle potenze eterne del suo proprio essere. Che esista fra l’universo dello spirito puro e il mondo sensibile un mondo intermedio, mondo delle Idee-Immagini, Mundus Imaginalis. Che questo mondo sia quello sul quale ha propriamente potenza l’immaginazione; che essa vi produca effetti reali al punto che questi possono “modellare” il soggetto immaginante, e l’immaginazione “cola” l’uomo nella forma (il corpo mentale) da essa immaginata».

    Queste corrispondenze giustificano certamente studi comparativi. Ma la ricorrenza di una rappresentazione non dimostra l’autonomia ontologica del suo oggetto. Da sempre, esistono immagini ricorrenti nell’esperienza umana che le tradizioni trasmettono, trasformano e ricombinano. La somiglianza tra racconti può dipendere tanto da esperienze comuni quanto dalla circolazione di narrazioni orali e scritte.

    Gli studi comparativi sulle fiabe, ad esempio, classificano tipi narrativi e motivi ricorrenti, come attesta il catalogo internazionale Aarne–Thompson–Uther. La ricorrenza di contenuti permette di riconoscere famiglie narrative, ma non dimostra la realtà autonoma dei loro oggetti.

    Sgombriamo il campo dal sospetto sulla sincerità del mistico. Una visione può essere vissuta in totale buona fede, con straordinaria intensità, e può trasformare profondamente chi la sperimenta. Tuttavia è bene dire che la realtà dell’esperienza non dimostra la realtà di ciò che essa descrive. Aver vissuto una “percezione teofanica” non significa aver dimostrato che un Dio - inteso come entità distinta e separata - si sia effettivamente manifestato.

    I mistici possono anche giurare di possedere un organo deputato alla “percezione teofanica”. Ma la certezza interiore, per quanto intensa, non basta a generare conoscenza condivisa. Qui non è in gioco un giudizio di valore, ma di pertinenza. Un’esperienza visionaria può diventare oggetto di studio, e il suo racconto può possedere un immenso valore religioso o artistico. Ma la pretesa di attestare una realtà indipendente dal soggetto deve essere capace di sostenere tale argomentazione attraverso un esame pertinente alla natura del contenuto che rivendica.

    Se la "percezione teofanica" rivendica un contenuto empiricamente accertabile, deve ovviamente affrontare l'esame della Scienza. Se invece rivendica un contenuto sovrasensibile, deve esplicitarne i principi e ricostruire le relazioni che lo rendono "necessario" agli occhi della Ragione. La validità di ogni ipotesi filosofica dipende esclusivamente dalla consistenza delle ragioni che la sostengono. Di fatto, la mancanza sia di accertabilità scientifica sia di necessità filosofica inficia lo status di "conoscenza condivisibile" che Corbin vorrebbe assegnare all'esperienza mistica.

    La questione non riguarda il rapporto personale che ciascuno di noi può avere col suo contenuto. A ciascuno è rimessa la possibilità di accordare fiducia a un sogno che non gli appartiene. Possiamo aderire al suo contenuto perché ci commuove, ci consola o risponde alle nostre esigenze. Questa adesione, tuttavia, rimane un atto personale di fiducia. Non rende condivisa la conoscenza: rende condivisa una credenza.

    La “percezione teofanica” può dunque essere esaminata come fenomeno psichico, ma non costituisce, per il solo fatto di essere vissuta, un fondamento della Metafisica.

    Nella prospettiva dell’Archilogon, il Mondo Intelligibile di Pitagora e Platone è di tutt'altra natura. Esso non è una dimensione popolata da entità sovrumane. Non possiede luce, colore o corpo: è costituito da pure Forme e dalle loro Relazioni. Le immagini possono rappresentarlo grazie alla Geometria, ma il loro contenuto sensibile - linee, cerchi e punti - non coincide con ciò che rappresentano: è solo un ausilio perché la mente comprenda dei vincoli, esattamente come un'equazione algebrica.

    Per spiegare la differenza tra il sovrasensibile del mistico e quello di Pitagora è utile separare due orientamenti del pensiero creativo: quello che elabora rappresentazioni "empiriche" e quello che esplora Relazioni tra Forme "pure".

    Il pensiero creativo "Empirico" ricombina rappresentazioni astratte di Fenomeni. Quando le dispone in configurazioni contingenti prende il nome di 'Fantasia'. Questa facoltà è alla base dell’Arte ordinaria: può produrre mondi che non esistono, personaggi che non sono mai vissuti ed eventi che non sono mai accaduti. La Fantasia non è obbligata a rispettare le leggi fisiche o a mantenere la coerenza logica del mondo che raffigura.

    Il pensiero creativo "Puro" esplora invece configurazioni formali e cerca di riconoscerne i vincoli. Non inventa la necessità delle Relazioni: tenta di comprenderla. Se questa esplorazione rimane un libero esercizio di possibilità, può assumere la forma del gioco matematico. Se è diretta alla ricostruzione dei reali vincoli intelligibili attraverso ipotesi e deduzioni, prende il nome di 'Speculazione'.

    La Speculazione può concorrere alla formazione delle strutture matematiche della Fisica Teorica, che dovranno poi confrontarsi con i fenomeni. Ma può anche orientare l’Arte Ideale, quando le immagini vengono ordinate per rappresentare relazioni intelligibili, generando straordinarie metafore. La Teoria della Relatività di Einstein e la Divina Commedia di Dante ci offrono, in ambiti diversissimi, due occasioni per esaminare la potenza del pensiero formale.

    Un'altra differenza è che la Speculazione sulle Forme non implica un abbandono della coscienza vigile, ma richiede una riflessione lucidissima. Anche un’intuizione improvvisa deve poter essere ripresa, interrogata e ricondotta alle Relazioni necessarie che la sostengono. La sua forza conoscitiva dipende da questo lavoro, non dall’intensità emotiva con cui è sopraggiunta.

    La visione è invece un sogno il cui contenuto ambisce a essere considerato "certezza" anche da coloro che non l’hanno sognato. Ciò non significa negarne l'efficacia sul sognatore. L’immaginazione infatti è capace di riplasmare psichicamente il soggetto che la produce: ciò che immaginiamo intensamente può modificare le nostre aspettative, i nostri comportamenti e la nostra stessa percezione. Ma l’efficacia di un’immagine non prova la realtà del suo oggetto: ne mostra la potenza trasformativa sul soggetto.

    Quando un racconto teofanico come la Rivelazione coinvolge un numero sufficiente di persone, la sua potenza può produrre straordinarie trasformazioni nel mondo fisico: mirabili capolavori artistici, nuove comunità o devastanti guerre di religione. Sono effetti reali di una rappresentazione condivisa. Non sono, per questo, prova di una dimensione sovra-fisica.

    Detto tutto questo, possiamo comunque considerare, in senso metafisico, il visionario come uno “strumento nelle mani del Dio”? Un veicolo d'espressione di qualcosa che lo trascende? Se con «Dio» intendiamo la Realtà nel suo dispiegarsi, certamente sì. Il visionario, come ogni altro Fenomeno, è espressione della Realtà, una possibilità attualizzata.

    Il problema per la conoscenza sorge quando il visionario e i suoi esegeti attribuiscono al proprio racconto motivazioni e intenti universali. Questo perché sono portati a selezionare gli aspetti che confermano la propria causa e a respingere quelli che la contraddicono. Il “messaggero divino”, nel suo appello all'universalità del messaggio, pretende allora di esprimere la super-logica del Tutto, mentre sta soltanto estendendo a una comunità di seguaci la propria sub-logica di Parte. Quando questa selezione viene imposta alle coscienze come verità indiscutibile, essa diventa manipolazione, anche se chi la esercita è sinceramente convinto della propria missione.

    Occorre però dire che il profeta, come ogni altra manifestazione, non è un "errore" della Realtà, ma possiede una precisa funzione metafisica. La Realtà esprime il profeta perché esso è un catalizzatore sia dei movimenti di fusione che di scissione tra gruppi umani. Attraverso il profeta vediamo riprodursi, nella dimensione empirica, il movimento che va dall’Unità alla Molteplicità e dalla Molteplicità all’Unità. La sua parola può infatti riunire individui dispersi, generare una comunità, separarla da altre comunità e provocare conflitti e riappacificazioni, distacchi e ricongiungimenti.

    La Realtà esprime ugualmente il Cristo e l'Anticristo come catalizzatori di due possibilità. Entrambi svolgono una funzione nell’Intero, anche quando risultano inaccettabili dal punto di vista della Parte. Perfino gli orrori della Storia devono essere compresi nelle condizioni e nelle Relazioni che ne hanno reso possibile l’emergere. Il problema di come un Dio benevolo e onnipotente abbia potuto consentire tali aberrazioni nasce da una rappresentazione del divino che è unilaterale. Contemplare la super-logica del Tutto richiede invece di interrogare la Realtà senza escludere ciò che sconvolge le nostre aspettative.

    Tra il profeta che annuncia un mondo migliore e il filosofo esiste una profonda differenza. Da una parte il profeta denuncia l’imperfezione del mondo e ci regala un orizzonte ideale. E noi, per trovare una consolazione e un senso, vogliamo ardentemente rimettere le nostre speranze nelle sue parole. Dall'altra, il filosofo orientato alla comprensione della super-logica del Tutto considera invece perfetto il mondo e imperfetta la propria mente, e cioè non abbastanza pronta a comprenderlo.

    “Perfetto”, qui, significa integro come Intero: e cioè che nessuna delle sue Parti possa essere esclusa dalla Realtà soltanto perché contraddice i desideri e le aspettative del singolo. La comprensione dell’Intero ovviamente non ci sottrae all’azione. Ci chiede però di riconoscere che anche il nostro desiderio di trasformare il mondo appartiene alla Realtà, e che la nostra azione esprime una posizione particolare al suo interno, non una posizione universale.

    Il progetto politico di Platone non contraddice questa prospettiva. Comprendere la perfezione dell’Intero non significa giudicare perfetto ogni ordinamento sociale: significa riconoscere che anche le ingiustizie, e l’azione con cui cerchiamo di correggerle, appartengono al dispiegarsi della Realtà. Significa assumersi consapevolmente la responsabilità di diventare catalizzatori di un processo analitico o sintetico, di scissione o di ricomposizione.

    Per aspirare a comprendere la super-logica del Tutto occorre quindi saper rimanere in silenzio: sospendere la pretesa di parlare in nome di Dio e contemplare la Realtà, interrogandone le Forme e ricostruendone le Relazioni. Perché solo la Realtà, nel suo intero dispiegarsi, è l’espressione diretta e non-mediata della logica che la informa.

    "Al Principio!"

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica