Archilogon 058 - 7. Dogma - 5. Il Mito del Progresso
Viviamo in una civiltà scientificamente più avanzata di quelle antiche, ma questo significa che siamo anche più razionali? In questo video, Elias Artista mette in discussione il 'Mito del Progresso' contestando innanzitutto l'equiparazione univoca tra Razionalità e Scienza e quindi l'approccio storiografico che colloca il "pensiero mitico" sempre e comunque in una fase pre-scientifica e pre-razionale della civiltà. Alla luce della Linea Divisa di Platone, l'Archilogon postula una distinzione tra il sapere collettivo e l'evoluzione delle coscienze individuali, e spiega come nessuna epoca possa consegnare alla totalità dei propri membri una comprensione già compiuta: ogni individuo deve conquistarla attraverso l’esercizio del proprio pensiero. Torna la distinzione tra Sapere e Comprendere: il Sapere che una società accumula non corrisponde a ciò che gli individui comprendono. Se ciò è vero, non si può escludere che alcune conoscenze raffinate e complesse siano state nel corso della Storia "degradate" a formule mitiche, percorrendo dunque un cammino inverso. Nel caso del Pitagorismo occorre ipotizzare questa inversione: ciò che appare come una credenza mitica potrebbe essere il risultato di una costruzione razionale fraintesa.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Eric Dodds, I Greci e l'Irrazionale, Rizzoli, Milano, 2009, p. 198.
- Ernst Cassirer, Filosofia delle forme simboliche Vol. II – Il Pensiero Mitico, La Nuova Italia, Firenze, 1964, p. 130.
Letture integrative
- Platone, La Repubblica, 500c-d.
- Martin P. Nilsson, The Immortality of the Soul in Greek Religion, in M. P. Nilsson, Opuscula Selecta linguis Anglica, Francogallica, Germanica conscripta, Vol. 3, C.W.K. Gleerup, Lund, 1960, pp. 40-51.
Trascrizione del video
A uno sguardo moderno il Platonismo appare una coperta corta che, avvolgendo la Teologia, lascia scoperta la Matematica, e avvolgendo la Matematica lascia scoperta la Teologia. Chi ha seguito sin qui il racconto dell'Archilogon, sa che la nostra ricostruzione non ha avuto bisogno di introdurre elementi irrazionali per esporre i principi della dottrina pitagorica.
Dobbiamo dunque chiarire se abbiamo imposto agli antichi una razionalità estranea al loro pensiero, oppure se abbiamo dissepolto le autentiche ragioni che le concrezioni mitiche e teologiche avevano occultato. La questione non è soltanto filologica, ma riguarda un pregiudizio profondamente radicato nella nostra rappresentazione della Storia: il Mito del Progresso.
Secondo una concezione largamente diffusa, la cultura umana avrebbe percorso un cammino evolutivo che va dall'Irrazionale al Razionale, dal Mito alla Filosofia, dalla Religione alla Scienza. La razionalità diventerebbe così una conquista storica, progressivamente perfezionata dalle generazioni successive.
Cosa significa, precisamente, affermare che l'umanità "progredisce"? Il progresso scientifico e tecnologico è innegabile: la nostra civiltà dispone di conoscenze, strumenti e capacità operative impensabili per gli antichi. Il problema nasce quando dal progresso scientifico ricaviamo la conclusione che gli uomini moderni siano più "razionali" degli uomini antichi. Questo è un salto interpretativo non giustificato.
Il progresso scientifico non ha il primato esclusivo della Ragione, e la razionalità non è una proprietà che un'epoca distribuisce uniformemente ai suoi abitanti. L'accumulazione collettiva delle conoscenze non coincide con la comprensione individuale.
Una società può costruire strumenti tecnologici straordinariamente complessi senza che la maggioranza dei suoi membri ne comprenda i principi. Può conservare immense biblioteche senza produrre necessariamente individui capaci di comprenderne le opere. Le gigantesche manifestazioni di irrazionalità della società contemporanea dovrebbero metterci in guardia contro l'identificazione del progresso tecnico con un'evoluzione generale delle coscienze.
La verità è che razionale e irrazionale convivono in ogni epoca. La Linea Divisa di Platone spiega perché individui appartenenti alla stessa società, esposti ai medesimi insegnamenti, possano raggiungere livelli di comprensione profondamente diversi. La Linea Divisa è una gerarchia gnoseologica che opera all'interno della società a prescindere dall'epoca storica.
La Storiografia, nel tracciare delle tendenze generali, elabora una media senza tener conto delle risorse individuali. Gli storici lavorano sui documenti sopravvissuti, ma ciò che una società conserva - e che noi ritroviamo - non coincide con tutto ciò che essa ha elaborato.
La quantità e la qualità dei documenti disponibili non misurano automaticamente la profondità della comprensione di cui essi sono portatori, anche perché le esigenze delle istituzioni politiche, economiche e religiose intervengono nella selezione e nella trasmissione delle testimonianze.
Dunque è sbagliato ricostruire la storia del pensiero assumendo anticipatamente che le formulazioni più razionali debbano essere necessariamente "posteriori" a quelle mitiche o religiose.
Leonid Zhmud, nei suoi studi sul Pitagorismo, denuncia proprio questo pregiudizio:
«Questo atteggiamento non si basa sui fatti, ma sulla presunzione che tutto ciò che è religioso debba essere più antico di tutto ciò che è scientifico. La storia degli studi sul Pitagorismo dimostra costantemente una sorta di dualità nell’approccio al materiale: tuttavia si ripone molta più fiducia nelle prove tardive della 'religione' pitagorica che nelle prove iniziali della 'scienza' pitagorica».
Una ipotesi storiografica errata può trasformarsi in un criterio preventivo di selezione delle testimonianze. Se presupponiamo che il pensiero mitico preceda necessariamente quello razionale, saremo portati a considerare originarie le testimonianze mitiche e secondarie quelle scientifiche, anche quando esse suggeriscono una situazione più complessa. Il pregiudizio rischia così di "produrre" la propria dimostrazione.
Sarebbe una generalizzazione altrettanto arbitraria dire che ogni mito possieda un'origine razionale. Ma va messa in discussione l'idea che la forma mitica di una testimonianza basti a stabilirne l'origine.
Un racconto mitico può nascere dall'immaginazione poetica, dalla credenza popolare o dalla personificazione di fenomeni naturali. Ma può anche conservare, sotto forma simbolica, i risultati di un'elaborazione concettuale anteriore. In quest'ultimo caso, ciò che appare in forma primitiva potrebbe essere il residuo di un pensiero più raffinato e complesso.
Ernst Cassirer, nella sua analisi del pensiero mitico, a proposito dell'Astrologia scrive:
«Certamente quell’intuizione del Cosmo fisico-spaziale, come ci è presentata dall’Astrologia con grande perfezione e rigore, non rappresenta l’inizio del pensiero mitico, ma ne è appena un tardo risultato spirituale».
Il problema non è negare che le rappresentazioni mitiche possano acquistare nel tempo una configurazione sistematica. Questo può certamente accadere. Il problema è stabilire se la direzione del processo debba essere necessariamente questa.
Una rappresentazione mitica può essere razionalizzata, ma un sistema razionale può anche perdere la propria intelligibilità e sopravvivere soltanto come rappresentazione mitica. Il movimento storico è possibile in entrambe le direzioni.
Consideriamo il tema preso in esame da Cassirer, quello dell'Astrologia, indipendentemente dalle sue pretese predittive. Prendiamo un segno qualsiasi dello Zodiaco: il Capricorno.
Il segno del Capricorno non è una figura già disegnata nel cielo. Il simbolo non è stato rinvenuto in quella forma, in modo empirico, attraverso l'osservazione. È una rappresentazione simbolica che è stata associata a una "funzione" attribuita a una determinata fase di un ciclo di trasformazione. In un secondo momento si è scelto un riferimento mitologico per facilitarne il ricordo e la comprensione.
Per cogliere il significato dell'attribuzione non dobbiamo dunque esplorare il mito del Capricorno, ma dobbiamo ricostruire la logica in base alla quale il ciclo dell'anno è stato partizionato come un Intero, e secondo quali Relazioni le sue Parti abbiano acquisito le loro funzioni.
L'Archilogon esplora la possibilità che un apparato simbolico conservi una struttura formale non più compresa da coloro che lo utilizzano. E quando il procedimento che lo ha generato viene dimenticato, il risultato sopravvive separato dalle proprie ragioni, così che il mito può appropriarsene in modo esclusivo.
Questa possibilità assume particolare rilievo nella ricostruzione del Pitagorismo. Eric Dodds, ne 'I Greci e l'Irrazionale', critica Martin Nilsson per aver ipotizzato che la dottrina della Reincarnazione dell'Anima possieda un'origine logica:
«Il Nilsson crede che la dottrina della Rinascita sia frutto di logica, e che i Greci l'abbiano inventata perché erano 'logici nati'. Possiamo riconoscere con lui che, una volta accettata l'idea di un'anima umana distinta dal corpo, diventava naturale domandarsi donde venisse quest'anima, e rispondere che veniva dal grande serbatoio delle anime, nell'Ade. E infatti vi sono tracce di un simile modo di ragionare in Eraclito, nonché nel Fedone. Dubito tuttavia che sia possibile anche per i filosofi accogliere credenze religiose in base a pure considerazioni logiche. La logica, tutt'al più, può essere solo 'ancilla fidei'. E questa credenza particolare ha incontrato favore anche presso molti popoli che non hanno alcuna tendenza logica innata».
La conclusione di Dodds merita di essere esaminata attentamente. Egli considera la logica, in questo caso, come "ancilla fidei", un possibile ausilio della fede. Perché invece non prendere in considerazione la possibilità che una dottrina, originariamente ricavata da una costruzione logica, sia stata successivamente accolta e trasmessa come credenza religiosa?
La diffusione di una credenza presso popoli differenti non dimostra che essa sia nata indipendentemente da ogni elaborazione razionale. Dimostra soltanto che può essere accolta anche senza comprenderne le ragioni.
L'Archilogon propone un'inversione interpretativa: non necessariamente la logica è "ancilla fidei". Può essere invece la fede a diventare "filia orba logicae": la figlia orfana della logica.
Quando sopravvive la conclusione ma viene dimenticato il procedimento che la giustificava, il contenuto può continuare a essere trasmesso come oggetto di fede.
Nella nostra ricostruzione, la dottrina della Rinascita dell'Anima trova il fondamento nella struttura della Partizione dell'Intero. Non possiamo qui svilupparne la dimostrazione, che affronteremo nelle prossime tappe. Per il momento ci interessa mostrare che non si può escluderne l'origine logica semplicemente perché la sua trasmissione storica ha assunto forme mitiche.
Vanno distinti due rami d'indagine: la ricostruzione storica della trasmissione e la ricostruzione logica della necessità. La prima ci dice quali testimonianze possediamo, come si collegano e quali trasformazioni possiamo documentare. La seconda ci chiede se le relazioni espresse da una dottrina possano essere giustificate razionalmente.
Nessuna delle due può sostituire l'altra. Una deduzione logica non dimostra che un determinato autore l'abbia formulata per primo. Ma una testimonianza storica, per quanto autorevole, non dimostra la necessità logica del contenuto che trasmette.
È in questo spazio che si colloca la proposta dell'Archilogon, che esplora la possibilità di ricostruire le ragioni formali che rendono intelligibili alcune dottrine apparentemente irrazionali.
Il Mito del Progresso nasce quando il progresso scientifico viene assunto come misura dell'intero sviluppo della Ragione. Per Platone la conoscenza scientifica è dianoetica, mentre quella filosofica è noetica, tesa alla conquista di una logica differente, che non può essere compresa senza uno sforzo cosciente e prolungato da parte dell'individuo.
Se consideriamo soltanto la conoscenza dianoetica come frutto della razionalità e scartiamo la conoscenza noetica, stiamo escludendo dal processo la Filosofia, intesa in senso pitagorico e platonico.
A raggiungere la Noesis, la Comprensione, sono gli individui, non le società nel loro complesso. E in ogni epoca, ogni individuo deve conquistare nuovamente, attraverso l'esercizio del pensiero indipendente, ciò che nessuna epoca può consegnargli già compreso.
Questa conclusione espone però la Storiografia alla tentazione opposta. Se il pensiero antico poteva essere più razionale di quanto immaginiamo, dobbiamo forse concludere che gli antichi possedessero una conoscenza superiore ormai perduta?
Questo secondo mito speculare, il Mito della Decadenza, proclama l'antichità come una gloriosa "Età dell'Oro", e noi lo affronteremo nel prossimo video.
"Al Principio!"