In questo video, Elias Artista approfondisce la distinzione tra Teosofia e Teologia specificando il ruolo del divino nella conoscenza umana. Nell’accezione proposta dall’Archilogon, emerge un’inversione decisiva: la Teologia subordina la Ragione alla Fede; la Teosofia subordina la Fede alla Ragione. La Teosofia pitagorico-platonica mira a dedurre la funzione degli Dèi attraverso la Partizione dell'Intero, mentre la Teologia assume come fondamento della propria riflessione una verità rivelata dalla divinità stessa. Il confronto prende avvio dall’origine dei due termini e dal loro impiego retrospettivo, per poi esaminare il rapporto tra gli Dèi come rappresentazioni del mito, le Idee e le Forme. Il Filebo di Platone offre un esempio del passaggio dalla personificazione divina all’indagine sul suo contenuto intelligibile. Attraverso le testimonianze di Plutarco, Giovanni Filopono e Festugière, il video esplora la funzione conoscitiva del mito, il significato della Sophia e il percorso di trasformazione della coscienza che conduce dalla Doxa all’Episteme.
Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.
Bibliografia
Opere citate
- Platone, Filebo, 12b-c.
- Plutarco, Iside e Osiride, 58.
- Giovanni Filopono, Commento all'Introduzione all'Aritmetica di Nicomaco, I, 1, 45–49. In Giovanna R. Giardina, Giovanni Filopono matematico tra neopitagorismo e neoplatonismo. Commentario alla Introduzione aritmetica di Nicomaco di Gerasa, Catania, CUECM, 1999, p. 250 sgg.
- André-Jean Festugière, Il Dio Cosmico, a cura di M. Neri, Mimesis Edizioni, Milano/Udine, 2020, Vol. II, pp. 722-723.
Letture integrative
- Porfirio, La Filosofia rivelata dagli Oracoli - Con tutti i frammenti di Magia, Stregoneria, Teosofia e Teurgia, ed. G. Girgenti e G. Muscolino, Bompiani, Milano, 2011
- Werner Jaeger, La Teologia dei primi pensatori greci, Firenze, La Nuova Italia, 1961.
- Pierre Hadot, Esercizi spirituali e Filosofia antica, nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 2005.
- Eric R. Dodds, Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia - Aspetti dell’esperienza religiosa da Marco Aurelio a Costantino, Firenze, La Nuova Italia, 1970.
Trascrizione del video
La distinzione accennata nello scorso video tra Teosofia e Teologia concerne la posizione del “divino” nella sfera conoscitiva umana. Per precisare questo discrimine, abbiamo definito qui “Teosofia” l’indagine filosofica sulle Forme trascendenti, e “Teologia” la riflessione che assume come proprio fondamento una verità rivelata.
Il termine “Teologia” significa “discorso sul divino”. La sua prima attestazione conosciuta compare nel IV secolo avanti Cristo, nella Repubblica di Platone, dove Socrate discute i criteri secondo cui i poeti dovrebbero rappresentare gli Dèi. Il termine appartiene dunque già alla cultura pagana; gli autori cristiani in seguito lo riprenderanno e ne svilupperanno il significato in rapporto alla Rivelazione.
Il termine “Teosofia” significa invece “sapienza delle cose divine”. Il sostantivo è attestato nel III secolo in ambito cristiano in Origene, nel suo 'Commento ai Salmi', e in ambito neoplatonico in Porfirio. Il termine ha dei contorni opachi, e il suo significato dipende dall'autore che lo utilizza, tanto che per alcuni, come Porfirio "l'anticristiano", il contenuto della Teosofia, del tutto dogmatico, non è niente di meno che una contro-rivelazione.
L'utilizzo del termine 'Teosofia' è quindi posteriore a Platone. Quando lo applichiamo all’indagine pitagorico-platonica, noi utilizziamo questa etichetta retrospettivamente, per rimarcare una radicale differenza tra due approcci.
"Teosofia" contiene il termine 'Sophia'. Se la Sophia è il corpus che contiene la dottrina della Partizione dell'Intero, ecco che gli Dèi dedotti attraverso questo metodo si presentano come funzioni elaborate "teosoficamente".
La differenza che proponiamo qui ha lo scopo di delineare un'inversione netta nell'approccio al divino: mentre la Teologia subordina la Ragione alla fede, la Teosofia subordina la fede alla Ragione. In Teologia, il divino è una premessa accolta per autorità; in Teosofia, nel suo senso appena descritto, una conclusione raggiunta per Deduzione Strutturale.
Nella Teosofia pitagorico-platonica, il Pantheon divino può essere letto come la rappresentazione antropomorfica e mitizzata di un sistema di Idee-Forme. L’Idea è il correlato concettuale della Forma, e il Dio ne è la personificazione nel linguaggio del mito. Il risultato di questa elaborazione teosofica prende le distanze dalla religione popolare.
Un esempio significativo compare nel 'Filebo', nel quale Platone affronta l’Idea del Piacere:
"Inizieremo la nostra indagine partendo proprio da quella divinità che Filebo chiama ‘Afrodite’, mentre il nome più appropriato sarebbe ‘Il Piacere’."
"Giusto."
"La reverenza che nutro nei confronti dei nomi degli Dèi, Protarco, è inimmaginabile, e va al di là del semplice timore. Perciò da una parte chiamerò 'Afrodite' col nome che le è caro; quanto invece al 'Piacere', quello che so è che si manifesta sotto svariate forme. È da qui che dobbiamo muoverci per riflettere sulla sua natura.".
L’identificazione tra 'Afrodite' e 'Piacere' introdotta da Filebo indica l'esistenza di una sovrapposizione analogica tra il nome antropomorfico dato alla Dea e l'Idea che essa incarna. Socrate, dal canto suo, riprende l'associazione ma sorvola sul nome. Ciò che gli interessa è infatti indagare la natura dell'Idea del Piacere, la sua Essenza, per distinguerne le varie manifestazioni e determinarne le relazioni con l'Idea del Bene.
Il nome "Afrodite", che è un prodotto dell'arte e della tradizione popolare, lascia dunque spazio all’esame razionale dell'Idea, e quindi della "Forma" sottesa a quella maschera antropomorfa. Questo passaggio ci mostra come il filosofo punti a risalire, attraverso la sua Intuizione Eidetica, dalla rappresentazione al suo contenuto intelligibile.
Ma sorvolare sul nome popolare del Dio non significa che Platone adotti una posizione laica. Non ancorarsi alla maschera antropomorfica non significa dichiarare gli Dèi "irreali". Per comprenderlo dobbiamo tornare alla distinzione già stabilita, nel nostro percorso, tra Realtà ed Essere. Le Forme "non esistono" ma "sussistono". Platone è fermamente ed assolutamente convinto che gli Dèi sussistano in quanto Forme e Idee eterne e ricorrenti.
Il filosofo, nel senso specifico di colui che aspira alla Sophia, distingue nettamente le figure antropomorfiche da ciò che esse rappresentano. Non parte dall’esistenza del Dio o dalla tradizione che lo cita per ricavarne le proprietà: intuisce la Forma attraverso le sue manifestazioni e, sulla base della Partizione logica dell’Intero, cerca di determinarne la collocazione e la funzione.
La tradizione popolare intuisce una funzione della realtà e l'artista ne plasma l'immagine, ma al filosofo tocca comprendere qual è il suo ruolo nella Realtà. Se si assume la personificazione artistica senza riconoscere il contenuto intelligibile sottostante, si rimane sul piano della rappresentazione, e cioè sul piano della fede popolare. Il cammino filosofico, invece, richiede di risalire dalla percezione della manifestazione alla Forma eterna che esprime la stessa funzione.
Scrive Plutarco, intellettuale e sacerdote di Delfi, nel suo 'Iside e Osiride':
«Non dobbiamo trattare i miti come fossero storia, ma dobbiamo prendere l’essenza di ciascun mito e accordarla con la verosimiglianza».
Il mito può svolgere una funzione conoscitiva, purché la metafora che esprime venga correttamente interpretata. Ecco perché Platone accusa Omero di aver rappresentato gli Dèi in modo errato, avendoli presentati, per esigenze narrative, come creature sovrumane. La forza poetica del mito può orientare la coscienza verso l’Intelligibile, ma la Comprensione filosofica richiede di cogliere ciò che l’immagine vela.
Di natura differente è il procedimento della "Teologia della Rivelazione". Il suo punto di partenza è un contenuto accolto come manifestazione della volontà divina e tramandato nelle Sacre Scritture. La riflessione teologica si sviluppa a partire da quel fondamento ineludibile e procede per argomenti razionali che però non toccano mai il principio di partenza.
Lo scopo della Religione è plasmare una comunità; quello della Teologia che la supporta è di fornire le basi teoriche attraverso un'elaborazione intellettuale. La Teologia si pone cioè al servizio della Religione nel trasmettere una verità, assimilare nuovi fedeli e consolidarne l’adesione.
Questo intento non è necessariamente ingannevole, e può essere sostenuto da una convinzione profondamente sincera. Anzi: quanto più il teologo è certo della verità della propria fede e del suo valore salvifico, tanto maggiore è la forza con cui intende diffonderla.
Per raggiungere persone di formazione ed esperienza differenti, l’insegnamento religioso deve ricorrere a rappresentazioni immediatamente accessibili. Il fedele può così rivolgersi a una divinità pensata attraverso caratteristiche umane: benevola e tollerante, oppure severa e punitiva, capace di premiare, indispettirsi o perdonare.
Il Teologo può sviluppare argomenti più sottili. Le Scritture legate alla Rivelazione possono essere oggetto di esegesi, di studio storico e di discussione critica anche all’interno della comunità religiosa. Si possono indagare i contesti, i generi letterari e i significati delle parole. Ma se il fondamento viene assunto come Rivelazione, questo suo statuto rimane il limite invalicabile dell’indagine.
E tale limite viene allo scoperto quando la domanda investe proprio quel fondamento. Se la risposta ultima dipende dalla fede, l’indagine razionale incontra una premessa che non può giustificare attraverso i propri strumenti. Quando la conservazione di questa certezza diviene indispensabile all’integrità della comunità, la critica può essere percepita come una minaccia. In ambiti fondamentalisti, il dubbio suscita allora gli anticorpi dell’organismo che intende proteggersi e sopravvivere.
La Filosofia, nel senso che qui attribuiamo a questo termine, non fa proselitismo indiscriminato, ma si rivolge all’aspirante che intende compiere un cammino di trasformazione della propria coscienza. Il suo esito è la Comprensione, la Noesis, ovvero la conoscenza dell'ordine sovrasensibile. La Teosofia, che è un sottoambito della Filosofia, procede attraverso un percorso di formazione volto alla conoscenza dell’ordine divino.
Una testimonianza di questo ideale ci viene da Giovanni Filopono, autore cristiano formatosi nella tradizione filosofica alessandrina. Nel suo "Commento all’Introduzione all’Aritmetica di Nicomaco", scrive:
«Coloro che vissero prima di Pitagora utilizzavano il termine 'Sophia' in tutte le espressioni indiscriminatamente. Pitagora per primo ne limitò l’uso, e impose il nome 'Sophia' alla sola scienza delle cose eterne, mentre denominò 'Filosofia' l’amore per questa conoscenza. Questo è infatti il fine ultimo della 'Sophia', la conoscenza delle cose divine, mentre ciò che conduce alla 'Sophia', secondo Platone e Plotino, è la scienza degli enti matematici».
Platone dunque onora gli Dèi, ma la sua indagine non assume come fondamento un testo basato su una "parola divina". Il passaggio dalla condizione di “credente” a quella di “sapiente” richiede un mutamento del rapporto con ciò che viene affermato. L’aspirante deve ricostruirne le ragioni attraverso l’attività della propria Ragione, abbandonando la Doxa per raggiungere l’Episteme.
La spiritualità di Platone non consiste nell'adesione a una fede specifica, ma nella ricerca dell’ordine intelligibile della Realtà e dei suoi vincoli trascendenti. Scrive a questo proposito Festugière:
«Non sono considerazioni religiose che hanno condotto Platone alla Dottrina delle Idee: è la necessità di ottenere una conoscenza certa. L’essere riconosciuto come solo vero, solo oggetto di scienza certa, è l’Intelligibile, che non cambia, mentre tutto il sensibile è continuamente mutevole.
Si tratta quindi di costruire questo mondo di intelligibili. Dal momento che essi sono molteplici, pur formando ciascuno un’essenza unica e componendo tra essi un Tutto unificato, si tratta di percepire le loro relazioni reciproche e come si organizzino sotto la nozione di Uno.
L’intuizione dell’Uno-Bene esige una lunga e difficile preparazione, non solo morale, ma scientifica. Necessita di un insieme, piuttosto raro, di qualità naturali; sono necessari poi anni di lavoro matematico e dialettico; acquisite queste scienze, non è nemmeno sicuro che si ottenga la ricompensa.
Ci fu solo un Platone; e l’esperienza di Platone si rinnovò forse solo una volta ancora, dopo molti secoli, in Plotino. Dalla prima generazione che segue Platone, ciò che può essere chiamata la "mistica delle Idee" non ha più corso».
Il giudizio finale di Festugière è troppo assoluto. Nello sviluppo del racconto mostreremo infatti diversi pensatori impegnati ad affrontare la stessa indagine sul Mondo Intelligibile con strumenti, modalità ed esiti eterogenei, ma con la medesima disposizione logico-sintetica di Platone.
Ne parleremo più avanti, nei quattro capitoli dedicati alla Mathesis Universalis: “Pantheon”, “Cabala”, “Matesi” e “Idea”.
"Al Principio!"