In questo video, Elias Artista interpreta il dogma del Platonismo come il residuo di una deduzione della quale è andato perduto il processo. Nei suoi Dialoghi, Platone non trasmette verità fondate sull’autorità, ma omette il lungo itinerario pedagogico e la chiave diagrammatica che consentivano di raggiungerle. Quando la chiave scompare, la conclusione sopravvive come affermazione non fondata, e ciò che costituiva il punto d’arrivo di una dimostrazione diventa il punto di partenza di una credenza. Il passaggio storico decisivo avviene quando il Diagramma Archetipico, che mostrava simultaneamente le Parti, le opposizioni e le Relazioni che strutturavano l’Intero, viene sostituito da testimonianze frammentarie. Perduta la figura, ciò che non può più essere mostrato deve essere raccontato; ciò che non può più essere dedotto deve essere garantito dall’autorità. È questa la «caduta nella Pistis»: dalla Comprensione, la Noesis, che ricompone il contenuto nel suo fondamento intelligibile, alla Fede, la Pistis, che accoglie quel contenuto senza risalire alla ragione che lo ha generato. Ecco allora il ruolo dello «scetticismo moderato» che permea il progetto ricostruttivo dell’Archilogon: un atteggiamento capace di mettere alla prova testimonianze frammentarie e incongrue, senza escludere che dietro l'inspiegabile possa celarsi un fondo di verità.

Archilogon - La chiave della Logica Sintetica. Un progetto di Elias Artista.

Bibliografia

    Opere citate

    Letture integrative

    Trascrizione del video

    Benvenuto, viandante, nella settima tappa del progetto Archilogon. Nella tappa precedente abbiamo ipotizzato il funzionamento dell'Accademia platonica, una comunità di studiosi nella quale discipline diverse erano tenute insieme dalla riflessione su una medesima struttura diagrammatica. La figura, trasmessa dalla tradizione pitagorica grazie all'opera di Filolao di Crotone, permetteva di rilevare, attraverso un processo analogico, le stesse Relazioni formali in discipline molto diverse tra loro.

    La domanda che caratterizza la nostra settima tappa è questa: Cosa accade quando il Diagramma Archetipico scompare e a sopravvivere sono soltanto le affermazioni da esso originariamente dedotte? Cosa succede quando viene perduta la chiave stessa che permetteva a una dottrina di essere compresa nei suoi fondamenti logici?

    Quando ci si accosta per la prima volta a un’opera filosofica antica con un atteggiamento lucido e razionale, non si può fare a meno di domandarsi da dove provenga quella "certezza" di cui sembrano ammantarsi le affermazioni sul sovrasensibile. Tutta la Filosofia che affronta l’indagine sulla realtà senza una dose di "vaccino socratico" appare oggi insopportabilmente dogmatica. Platone stesso, il razionalista supremo, non può sottrarsi all’accusa di dogmatismo, nonostante quello stesso vaccino scorra potente nelle sue vene.

    Tuttavia Platone non ha trasmesso dogmi. Nei Dialoghi ha invece "omesso" il processo che conduce ad alcune delle sue affermazioni. Ne ha lasciato visibili gli esiti senza esibire il metodo che li aveva prodotti. Il dogma nascerà in seguito, quando i suoi tardi interpreti, non essendo più in grado di ricostruire quel processo, trasformeranno la conclusione di una deduzione perduta in una verità da accogliere sulla base dell’autorità.

    Nel suo Commento alla Psicogonia del Timeo, sette secoli dopo la morte di Platone, Calcidio si trova davanti a passaggi di cui non riesce a ricostruire pienamente la razio, e scrive:

    «Platone, basandosi più sull’autorevolezza che su argomentazioni convincenti e persuasive, mostra come sia necessario che la fede preceda tutte le scienze, soprattutto quando tali affermazioni provengono non da individui comuni, ma da uomini grandi e, in un certo senso, “divini”. Non a caso si dice, riguardo Pitagora: 'Ipse dixit, e non c’è bisogno di indagare oltre'. Questo ci dice che non è necessario servirsi continuamente di prove e di argomentazioni convincenti, quando si tratta di ciò che ci viene trasmesso dagli antichi, uomini dotati di una sapienza quasi divina».

    Con la sua opera, Calcidio tenta di traghettare nella cultura latina un sistema di pensiero formulato in un linguaggio e in un orizzonte concettuale ormai lontani. Dove riesce a ricostruire un’argomentazione, la espone; dove invece la ragione gli sfugge, non gli resta che invocare l’autorità degli antichi.

    Quel credito iniziale che Platone richiede, equivale a una forma di epoché pedagogica. All’aspirante non viene chiesto di credere, ma di sospendere provvisoriamente tanto l’assenso quanto il rifiuto. Gli si chiede di non respingere ciò che la sua logica non è ancora in grado di comprendere, così da poter allentare i vincoli della propria logica abituale e penetrare in una logica differente. Il suo giudizio non viene abolito, ma rinviato fino al momento in cui potrà ricostruire da sé le ragioni dell’affermazione.

    Calcidio finisce invece per trasformare questa sospensione provvisoria in un credito potenzialmente illimitato, accordato a ogni affermazione inizialmente incomprensibile. Il suo Commento al Timeo, ormai separato dal lavoro pedagogico sulla coscienza viva dell’aspirante, deve affidare alla sola scrittura il compito di trasmettere un pensiero remoto. Ma, venuta meno anche la chiave diagrammatica, la scrittura può conservare i frammenti del sistema senza riuscire a riprodurre il lungo esercizio che permetteva di ricomporli nell’Intero e, così, di comprenderli. Al lettore non resta allora che accogliere la parola di chi, presumibilmente, sa. È precisamente in questo passaggio che la fiducia metodologica si trasforma in fede dogmatica.

    Così, ciò che in origine costituiva il punto d’arrivo di una dimostrazione, diventa il punto di partenza di una credenza. La proposizione viene conservata, ma non può più essere dedotta, perché il meccanismo inferenziale che l’ha prodotta non è più a disposizione: mancano alcuni elementi chiave. La sua verità deve allora essere garantita da elementi esterni: l’antichità della tradizione, l'autorevolezza del maestro, la sacralità del testo o l’origine divina dell’insegnamento.

    Nel fronteggiare questo drammatico slittamento, uno scetticismo "moderato" svolge allora una funzione indispensabile. Lo scetticismo è un valido alleato della Ragione, purché non diventi compulsivo. Pressoché ogni costruzione intellettuale può essere rasa al suolo, e lo scettico che trasforma il dubbio in un costume finisce per diventare arido e molesto. Eppure anche lo scetticismo molesto produce un effetto fecondo, perché costringe l'avversario dello scettico a difendere le proprie posizioni scavando più a fondo, in cerca di fondamenta più solide.

    Si potrebbe dire che la tesi "Hume" abbia generato l’antitesi "Kant", e che Hume sia pertanto un’entità metafisicamente necessaria. Kant stesso scrive:

    «Lo confesso apertamente: è stato l’avvertimento di David Hume che molti anni fa per primo ruppe in me il sonno dogmatico e diede alle mie ricerche nel campo della Filosofia speculativa un tutt’altro indirizzo».

    Lo scetticismo che sostiene il progetto dell'Archilogon è uno scetticismo moderato, perché non arriva a distruggere l'intima convinzione che nell'antica dottrina un fondo di verità possa esistere, anche a dispetto delle parole usate per trasmetterla. La verità che giace nel fondo del dogma può essere stata verosimilmente trasmessa in forma incompleta e progressivamente fraintesa.

    Questa attitudine ci permette di distinguere nettamente la Metafisica pitagorica da qualsiasi contenuto fondato sulla Rivelazione. La dottrina pitagorica non è "sacra" nel senso che si auto-proclama come "verbo divino". È stata considerata "sacra" da coloro che ne hanno compreso il valore, e considerata come una delle più sublimi acquisizioni della Ragione umana.

    In via preliminare vale la pena distinguere una 'comunità' da una 'setta'. Le antiche comunità pitagoriche potevano certamente possedere regole, riti e forme di riservatezza. Il loro nucleo filosofico, tuttavia, non consisteva nell’obbedienza a una verità "rivelata", ma in una verità da raggiungere e condividere grazie alla trasformazione della struttura psichica dell'aspirante. Tale trasformazione era necessaria per riuscire a comprendere, nel senso letterale di "contenere", una logica più vasta e complessa di quella di partenza. Gli aspiranti pitagorici si esercitavano a "trascendere" la Logica di Parte - di cui ciascuno è dotato alla nascita - per conformarsi alla Logica del Tutto.

    La differenza fra una comunità filosofica e una setta non risiede nella presenza di riti, simboli o insegnamenti riservati, ma risiede nel rapporto con le domande che pone. Una comunità filosofica sottopone ogni risposta alla ricerca della sua ratio, mentre una setta protegge la risposta dalla domanda che potrebbe metterla in pericolo. La setta si autotutela e tende a preservarsi indefinitamente: la comunità filosofica è uno strumento per raggiungere uno scopo che è superiore alla sopravvivenza del gruppo stesso.

    Ogni comunità si fonda su un testo di riferimento dichiarato inviolabile. William James ci invita a indagare le condizioni concrete nelle quali i testi considerati "sacri" sono stati elaborati e si domanda: sotto quali precise condizioni biografiche gli scrittori produssero i loro contributi ai testi dogmatici? E cosa aveva con esattezza in mente, ciascuno come individuo, quando comunicava le proprie rivelazioni?

    James osserva con cautela che la risposta a queste domande storiche non giudica quale valore spirituale quei testi possano avere per ciascuno di noi. Ricostruire l’origine psicologica di una credenza non significa averne confutato il contenuto. Ma vale anche l’inverso: attribuirle un’origine divina non equivale ad aver dimostrato la sua verità.

    Nell’esperienza religiosa possono verificarsi fenomeni interiori profondissimi. Un individuo può essere intimamente persuaso di essere entrato in contatto con il divino; può interpretare una visione, un’intuizione o una trasformazione della coscienza come una "rivelazione". Mentre stabilire la genesi, la struttura e gli effetti di quell’esperienza compete alla Psicologia, stabilire se essa autorizzi affermazioni vere sul divino è invece un problema filosofico. Qui ci interessa soprattutto ciò che accade quando un’esperienza privata pretende di trasformarsi in conoscenza universale.

    Dal punto di vista filosofico, il problema si manifesta al momento della trasmissione. Un’esperienza interiore, proprio perché privata, non può essere riprodotta nell’uditore. Può soltanto essere raccontata. Chi ascolta non rivive personalmente ciò che il testimone afferma di aver vissuto: deve fidarsi della sua parola.

    Con il consolidarsi della reputazione di una rivelazione, i successivi anelli della catena di trasmissione non rivendicano un’esperienza diretta: si presentano come custodi di una sapienza codificata in un’epoca arcaica e ormai irraggiungibile. Ne mitizzano allora l’origine e i fondatori — Hermes, Abramo, Thoth, Pitagora, lo stesso Platone — persuasi che quegli uomini, resi vaghi dalla distanza temporale, abbiano posseduto facoltà precluse all’umanità presente.

    Lo Pseudo-Dionigi Areopagita, ad esempio, dichiara apertamente il principio che governa questa forma di trasmissione:

    «Non possiamo conoscere i misteri delle intelligenze celesti e le loro santissime perfezioni se non attraverso ciò che la Divinità ha voluto rivelarci su di esse. Non diremo dunque nulla per nostra iniziativa: per quanto ci è possibile, esporremo le visioni del mondo angelico così come i santi autori le hanno contemplate e ce le hanno trasmesse».

    La catena di trasmissione è qui in forma completa: gli autori sacri hanno contemplato; il testo racconta ciò che essi avrebbero contemplato; il commentatore espone ciò che il testo racconta; il fedele deve accogliere la testimonianza. La visione originaria, ammesso che vi sia stata, diventa progressivamente inaccessibile. Rimane la parola.

    Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice a Tommaso:

    «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto».

    Ecco come Valentina Izmirlieva interpreta questo passo:

    «Il Cristianesimo del futuro sarà composto da coloro che credono non perché hanno assistito ai fatti, ma perché hanno ascoltato il messaggio. L’episodio di Tommaso rappresenta quindi una trasformazione cruciale della comunità cristiana da una società di discepoli diretti, o testimoni oculari, alla comunità universale di una tradizione verbale. L’orecchio, piuttosto che l’occhio, diventa d’ora in poi l’organo della fede, mentre il focus dell’esperienza cristiana si sposta dall’evento rivelatorio, l’Incarnazione, al testo che lo proclama: il Nuovo Testamento. Questi cambiamenti hanno almeno due conseguenze importanti: portano l’invisibile in primo piano nell’immaginazione cristiana e rendono la sua rappresentazione verbale — la retorica dell’invisibile — cruciale per la riproduzione sociale dell’identità cristiana».

    Ogni tradizione destinata a sopravvivere ai propri fondatori deve necessariamente affrontare questo passaggio dal testimone alla testimonianza. Nel caso della tradizione pitagorico-platonica, tuttavia, lo slittamento è molto particolare. Non si passa soltanto dall’esperienza alla sua narrazione. Si passa dalla presenza di un oggetto concreto - e cioè il Diagramma Archetipico - alla trasmissione di parole evocative il cui legame con la ratio originaria si è perduto a causa della perdita dell'oggetto stesso.

    Il Diagramma rendeva simultaneamente visibili le Parti, le opposizioni e le Relazioni che le tenevano unite nell’Intero. La parola, invece, è costretta a nominare ogni elemento in successione. Una volta perduta la figura, le singole proposizioni iniziano a sopravvivere slegate proprio da ciò che conferiva loro il significato. Ciò che prima poteva essere mostrato deve ora essere raccontato; ciò che non può più essere giustificato deve essere garantito dall’autorità.

    È questo il passaggio che definiamo come la "caduta" dalla Noesis alla Pistis. Nella Linea Divisa, Platone non impiega il termine 'Pistis' nel significato cristiano di "fede religiosa", ma indica quella credenza che si arresta a ciò che appare come dato e non raggiunge il principio intelligibile che lo fonda. Si cade nella Pistis ogni volta che il pensiero si arresta davanti a un contenuto ricevuto e rinuncia a risalire alle motivazioni originarie.

    Le cause della rinuncia possono essere molteplici: si può essere intimamente convinti che una ragione non esista; si può rinunciare dopo aver ammesso la propria incapacità nel comprendere; oppure ci si può arrestare, per orgoglio intellettuale, di fronte a un contenuto non immediatamente comprensibile dichiarandolo 'inaccessibile a chiunque'. Appellarsi al sacro allora diventa una mossa astuta, spesso vincente, utile a compensare le lacune con un tono solenne, capace di intimidire gli scettici più tiepidi. Chi si propone come "maestro", infatti, non può mostrare punti vulnerabili, perché ne andrebbe della sua credibilità.

    Scrive Arnold Davidson:

    «I filosofi non amano l'estraneità, perché è un'esperienza che implica un momento, spesso penoso, di incomprensione. Si dà per scontato che i filosofi capiscano tutto, e che non vi sia alcun limite alla loro intelligenza. Riconoscere la propria incapacità di comprendere richiede una certa maturità, che è una virtù più spirituale che intellettuale».

    Colui che aspira all’autentica Filosofia deve prima di tutto possedere onestà intellettuale. Ammettere la presenza di limiti è il primo passo per poterli oltrepassare. In secondo luogo non deve mai cedere le armi senza combattere. Se è un vero filosofo, il suo istinto lo ricondurrebbe infatti sempre al cospetto della Ragione, di fronte alla quale sa di essere completamente nudo.

    Se la lotta gli appare troppo ardua, o se il bisogno di sicurezza e di appartenenza prevale sulla tensione alla verità, può arrestare l’ascesa lungo la Linea Divisa e stabilire che la propria meta è la Pistis. Non vi è nulla di moralmente spregevole in questa scelta, purché la 'fede' non venga confusa con la 'comprensione'. Il sacerdote, in quanto sacerdote, custodisce e trasmette una verità ricevuta. Il filosofo, in quanto filosofo, non può sottrarre alcuna affermazione, per quanto solenne, all’esame della propria Ragione. Uno stesso individuo può ricoprire entrambi i ruoli, ma non può appellarsi all’autorità del primo mentre pretende di parlare in nome del secondo. Il dogma comincia quando una proposizione cessa di essere il punto d’arrivo di una dimostrazione e diventa il primo articolo di una fede.

    Questa distinzione non costituisce un attacco alla Religione o al Misticismo, al cui conforto più di una volta ci siamo abbandonati nei momenti difficili. Significa riconoscere che essi rispondono a esigenze differenti. La Religione può offrire consolazione, appartenenza, orientamento morale e speranza. La Filosofia nasce invece da una domanda incessante che non accetta di essere acquietata da una risposta incongrua. Il filosofo non può contemplare la resa del pensiero davanti all’ignoto, fosse pure una battaglia già persa. Arrendersi prima di combattere trasformerebbe infatti la sconfitta in una profezia che si autoavvera.

    Questa settima tappa del nostro viaggio è stata concepita come un interludio tra due capitoli storici, per analizzare in modo più profondo il delicato passaggio da Platone al Platonismo. Prima di proseguire il viaggio è necessario infatti soffermarci a comprendere il meccanismo storico, sociologico e psicologico che ha trasformato un contenuto razionale in un dogma.

    Nei secoli successivi a Platone, quando l’espansione del Cristianesimo impone una nuova urgenza religiosa, i filosofi pagani concentrano i propri sforzi sulla definizione del divino. La Psyché platonica e le sue Idee-Forme forniscono gli elementi con cui ricostruire un sistema, tanto nell’ambito del Paganesimo quanto in quello delle religioni rivelate. Già dalla fine dell'Antica Accademia, l’oscurità di un dialogo cruciale come il Timeo e la perdita della chiave pitagorica provocano il drammatico slittamento dalla Noesis, ciò che si comprende, alla Pistis, ciò a cui si presta fede. E' una vera e propria dissoluzione della Filosofia delle origini.

    "Al Principio!"

    Archilogon - La Chiave della Logica Sintetica